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Sfide

Open innovation, ecco perché il 2016 è l’anno decisivo

17 Ago 2016

La digital transformation delle imprese è in corso. Grazie anche all’apertura verso le startup. All’estero aumentano le acquisizioni importanti, da Microsoft-Linkedin a Walmart-Jet. In Italia siamo ai primi passi. Lo scenario e le ragioni per cui non è più possibile rinviare, anche nelle Pmi

Open innovation: se ne parla tanto, se ne fa un po’ meno ma da quest’anno molte aziende hanno cominciato a farla in modo più consapevole e strutturato. Ecco perché il 2016 si sta rivelando l’anno decisivo per l’innovazione aperta. Le operazioni più importanti sono state portate a termine negli Stati Uniti, dalla mega-acquisizione di Linkedin da parte di Microsoft a Walmart che ha comprato per 3 miliardi di dollari il portale di e-commerce Jet.

In Italia siamo ancora distanti da queste cifre, ma c’è chi comincia a muovere i primi passi in questa direzione: alcune imprese, per il momento più spesso di dimensione medio-grande, prevedono nei propri progetti di ricerca & sviluppo la collaborazione con realtà esterne e provano a raccogliere la sfida del digitale acquistando startup e organizzando iniziative – call, hackathon, fondi di corporate venture capital – per avere accesso più rapido a idee innovative potenzialmente disruptive. Nel 2016, per esempio, compagnie come Sia e Zucchetti hanno comprato delle neoimprese per fare il loro ingresso in mercati su cui non erano ancora protagonisti: rispettivamente, quello del couponing e quello della stampa 3D. Quanto ai grandi player dell’economia nazionale, molti, da Enel a Intesa Sanpaolo, hanno rinnovato i propri programmi di supporto alle startup e hanno anche inaugurato progetti di accelerazione all’estero, in capitali dell’innovazione come Israele.  

CHE COS’È

Con il termine “open innovation” e con il modello che ne è alla base ormai c’è molta più familiarità. L’idea che l’innovazione si possa fare anche al di fuori del perimetro dell’azienda si sta diffondendo anche tra imprese meno abituate a contaminarsi con l’esterno. Si sta cercando con sempre maggiore frequenza di mandare a memoria la lezione di Henry Chesbrough, l’economista che ha coniato la parola e tratteggiato le linee guida dell’innovazione aperta. L’immagine di cui parla in questo video – l’imbuto “con i buchi” che lascia entrare e uscire idee potenzialmente rivoluzionarie – è ormai un punto di riferimento anche simbolico.

Un’altra immagine potente dell’open innovation l’ha consegnata a EconomyUp Solomon Darwin, executive director del Garwood Center for Corporate Innovation della Berkeley University, lo stesso laboratorio di innovazione per le imprese in cui proprio Henry Chesbrough ha sviluppato le sue teorie. Le grandi aziende – dice Darwin in questo video-intervento – sono dinosauri che hanno bisogno di innovazione e si rivolgono alle giovani imprese e allo stesso tempo le giovani imprese, simili a uova, hanno bisogno di un ambiente protettivo che faccia loro da incubatore per crescere bene e rafforzarsi.
 

PERCHÉ È IMPORTANTE

Ma perché l’open innovation è così importante? Come spiegano Andrea Cavallaro (Senior Advisor degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano) e Andrea Gaschi (Associate Partner di Partners4Innovation) nel primo dei quattro whitepaper gratuiti che EconomyUp, in collaborazione con P4I e Startupbusiness, ha dedicato all’open innovation, “in un contesto in rapido cambiamento, caratterizzato da un aumento dei costi interni di ricerca e sviluppo e da una contemporanea riduzione del ciclo di vita dei prodotti, le imprese tradizionali e consolidate non possono fare leva sugli asset delle startup, diventati oggi condizione necessaria sul mercato per rispondere all’innovazione disruptive: velocità, focus, flessibilità”.

Ecco perché, per giocare la partita in modo diverso, una prima riposta è proprio l’innovazione aperta. “Il paradigma – continuano Cavallaro e Gaschi –

presuppone che le imprese possono e devono usare tutte le possibili fonti di idee innovative, interne o esterne, e sfruttare tutti i possibili percorsi per portarle sul mercato”. Come? Aprendo i confini dei propri dipartimenti ricerca e sviluppo, abbandonando gli approcci tradizionali basati solo sull’osservazione del mercato e “valorizzando competenze e capacità nascoste delle persone, per aprirsi al confronto con attori esterni quali startup, clienti, competitor, fornitori, università e centri di ricerca, consulenti in grado di fornire nuove visioni tecnologiche e di business”.

LE OPERAZIONI DI AZIENDE ALL’ESTERO

Che le grandi aziende ci abbiano preso gusto a investire su nuove imprese innovative e su tecnologie provenienti dall’esterno lo dimostra anche il fatto che il corporate venture capital sta diventando uno dei maggiori protagonisti globali in ambito di investimenti: nel 2015 i fondi di vc delle corporation hanno partecipato a 1301 finanziamenti in tutto il mondo, per un totale di 28,4 miliardi di dollari e hanno preso parte a 668 finanziamenti in startup per un totale di 26,9 miliardi di dollari. Il trend sta continuando anche nel 2016, visto che uno dei deal più importanti dell’anno è stato l’acquisto di Linkedin da parte di Microsoft per 26,2 miliardi di dollari e ci sono stati casi di m&a interessantissimi. C’è stato per esempioquello di Unilever che ha pagato 1 miliardo per Dollar Shave Club, una startup che ha lanciato un modello innovativo nell’ecommerce di prodotti per la barba basato sull’abbonamento. Oppure Walmart che ha lanciato la sfida ad Amazon acquistando la piattaforma e-commerce Jet per 3 miliardi di dollari. O ancora, General Motors che ha speso 1 miliardo per assicurarsi i sistemi di driverless car di Cruise Automation.

Oltre al valore in termini di business, molte operazioni che le big hanno messo a segno nel contesto dell’open innovation hanno avuto anche riconoscimenti formali, soprattutto in Europa, che potrebbero stimolare ulteriormente ad applicare questo approccio. Per esempio, la Fondazione Nesta e Startup Europe Partnership hanno individuato le multinazionali che nel Vecchio Continente sanno dialogare meglio con il mondo esterno e con le startup attraverso partnership, incubatori, acceleratori o acquisizioni. Sul podio Cisco, Rabobank e Unilever: Telecom Italia al settimo posto è l’unica italiana. 

I PRIMI PASSI DELLE AZIENDE ITALIANE

E in Italia? I primi passi verso l’open innovation si registrano già da qualche anno. Nel 2016, per esempio, ci sono già state diverse acquisizioni di startup da parte di Pmi e grandi aziende. Per citarne alcune, l’acquisto di Melazeta, azienda attiva nel digital branded entertainment. da parte di Applix, startup che realizza soluzioni mobile per aziende e l’acquisizione della startup Fabtotum (produzione di stampanti 3D) da parte del gruppo Zucchetti, attivo nella produzione di software gestionali.

Tra le big più attive, c’è Enel, che oltre ad aver lanciato l’acceleratore Incense dedicato alla clean technology e ad aver inaugurato una call for ideas per trovare startup che innovino su settori come energia e green economy, ha anche puntato in modo deciso sulle tecnologie della Startup Nation per eccellenza, Israele, aprendo un innovation hub a Tel Aviv

Non stanno a guardare neanche le banche: sono poche quelle che non hanno siglato partnership con startup e centri di ricerca, sia nell’ambito della financial technology che in generale. Intesa Sanpaolo, per esempio, si è alleata con Quadrivio per lanciare un fondo di venture capital da 120 milioni dedicato alle startup e ha stretto anch’essa un’alleanza con un incubatore in Israele per scovare idee e iniziative promettenti in campo fintech.  

Significativo è anche il ruolo dei singoli imprenditori che scelgono di investire in startup hi tech: Sergio Dompè, numero uno della casa farmaceutica Dompé, ha per esempio investito 10 milioni di euro in Movendo Technology, spinoff dell’Istituto Italiano di Tecnologia che mira a innovare i processi riabilitativi applicando pezzi di robot sull’uomo.

A celebrare e stimolare le relazioni tra aziende e startup ci sono poi anche le competizioni ad hoc come i Digital360 Awards, il contest che ha coinvolto 50 dei più importanti CIO in Italia per premiare le giovani imprese più capaci di innovare in vari settori, dai big data all’Internet delle cose.

LE MOSSE DEI COLOSSI IN ITALIA

A ravvivare la scena italiana ci sono anche le multinazionali estere che scelgono di fare open innovation investendo sul nostro ecosistema. Cisco, per esempio, ha previsto un piano di investimento di 100 milioni di dollari per i prossimi tre anni nel nostro Paese e il programma coinvolge anche le startup, come spiega l’amministratore delegato di Cisco Italia, Agostino Santoni, in questa intervista.

Altri casi? Microsoft ha messo a disposizione delle startup 10 milioni di euro per i prossimi tre anni nell’ambito del progetto growITup e ha acquistato la startup Solair. Il gigante farmaceutico Novartis continua a investire su Bioupper, acceleratore dedicato alle life science. Il gruppo assicurativo Bnp Paribas Cardif è giunto alla terza edizione di Open-F@b, la call4ideas per startup, sviluppatori, professionisti e studenti che quest’anno è focalizzato sulla customer experience nel mondo delle assicurazioni.

L’OPEN INNOVATION DALLE ESPERIENZE DEI PROTAGONISTI

Su EconomyUpTv abbiamo raccolto diverse testimonianze di imprese e top manager che fanno concretamente innovazione aperta e ci hanno raccontato quali strategie specifiche hanno adottato.

Gloria Gazzano, direttore ICT di Snam, ha spiegato che nel gruppo l’open innovation è un processo strutturato e frugale, che prevede scouting, classificazione e rigida selezione delle nuove imprese di cui vengono acquistate le soluzioni.

Diego Andreis, managing director di Fluid-o-Tech, società che fattura circa 60 milioni, racconta come ha sviluppato un laboratorio in cui convergono i progetti innovativi anche dall’esterno e da cui è nata una startup, Dolphin Fluidics.

Roberto Guida, amministratore delegato di Gala Lab, acceleratore aziendale del gruppo Gala, parla dei servizi messi a disposizione delle startup coinvolte nella struttura di open innovation focalizzata su temi come smart manufacturing, smart city, energia e sostenibilità.

 

 

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