Sharing economy, cosa è (e perché è difficile dire cosa è)

La proposta di legge presentata a marzo dall'Intergruppo per l'innovazione contiene una definizione dell'economia della condivisione. Ma il significato del termine è oggetto di dibattito internazionale. Ecco alcuni interventi di studiosi e opinion maker

Disruption

di Luciana Maci

La partita sulla sharing economy in Italia è iniziata da un po’, ma il terreno sul quale si svolge è ancora da delineare e in qualche modo da recintare, a partire dalla definizione stessa del termine. Il 2 marzo scorso alla Camera alcuni deputati dell'Intergruppo Parlamentare per l'Innovazione Tecnologica hanno presentato una proposta di legge per regolamentare questo settore. Uno dei punti fondamentali della proposta è la definizione stessa di sharing economy o economia della condivisione. Il testo recita: è un’economia "generata dall'allocazione ottimizzata e condivisa delle risorse di spazio, tempo, beni e servizi tramite piattaforme digitali" i cui gestori "agiscono da abilitatori mettendo in contatto gli utenti e possono offrire servizi di valore aggiunto"; inoltre "tra gestori e utenti non sussiste alcun rapporto di lavoro subordinato". 

Questa definizione riveste un ruolo centrale perché è basandosi su essa che si distingueranno le piattaforme di sharing economy da quelle che non lo sono e, di conseguenza, si stabilirà chi è soggetto alle norme prescritte dalla futura legge e chi no. Ma cosa sia veramente la sharing economy è una questione tuttora aperta e fonte di dibattito a livello internazionale, perché il fenomeno è recente e in forte espansione. Per questi motivi, tra l'altro, si sono sviluppate una varietà di definizioni parallele: da "peer economy" a "economia collaborativa”, da “economia on-demand” a “consumo collaborativo” Termini a volte usati in modo intercambiabile, ma che, secondo gli esperti, indicano in realtà cose molto diverse. In fondo la sharing economy è uno dei capitoli di una sorta di grande romanzo collettivo sull'innovazione che si sta scrivendo giorno dopo giorno, pagina dopo pagina, e che può ancora riservare soprese. Ecco un rapido excursus delle definizioni più significative date fino ad oggi.

La sharing economy secondo l’Oxford Dictionary - Il prestigioso dizionario ha introdotto il termine nel solo nel 2015, a conferma di quanto il fenomeno sia recente. La voce dedicata recita: È un sistema economico in cui beni o servizi sono condivisi tra individui privati, gratis o a pagamento, attraverso Internet. Grazie alla sharing economy, si può agevolmente noleggiare la propria auto, il proprio appartamento, la propria bicicletta o persino la propria rete wifi quando non li si utilizzano”. Da questa definizione si potrebbe dedurre che è sharing economy è il fulcro dell’attività, per esempio, di BlaBlaCar, la startup che consente agli utenti di scambiarsi passaggi in auto. E Uber rientra in questa definizione? In fondo gli autisti di Uber utilizzano la propria auto per trasportare i viaggiatori, seppure intermediati dall'applicazione fornita dalla società californiana. La voce del dizionario non lo specifica.

La sharing economy secondo “The People Who Share” – “People Who Share” è un movimento sociale nato per rendere mainstream la sharing economy ed è organizzatore della Global Sharing Week, che a giugno 2015 ha raggiunto oltre 100 milioni di persone in 192 Paesi. Iniziata in Gran Bretagna nel 2012 come National Sharing Day, la Settimana internazionale dello sharing è diventata la più vasta campagna di massa per far conoscere il fenomeno. Nella piattaforma Compare and Share si può trovare una delle più esaustive guide internazionali alla sharing economy, con oltre 7.900 siti di condivisione in tutto il mondo. La descrizione fornita da “The People Who Share” è piuttosto ampia: "Si tratta di un “ecosistema socio-economico costruito intorno alla condivisione di risorse fisiche e umane. Include la condivisione di creazione, produzione, distribuzione, commercio e consumo di beni e servizi da parte di diverse persone e organizzazioni”. Questo summary, come si vede, non fa riferimento né alla gratuità né al pagamento dei servizi messi a disposizione. 

La sharing economy secondo Rachel Botsman – Autrice di What’s Mine is Yours: How Collaborative Consumption is Changing the Way We Live (Harper Collins, 2010) e contributor di testate internazionali, l’americana Rachel Botsman è nota per il suo pensiero sul potere della collaborazione e della condivisione tramite l’utilizzo della tecnologia per trasformare il mondo. A suo dire “la sharing economy è un’idea destinata a durare, ma nel tempo si è dispersa l’idea di cosa sia e di cosa non sia. Il quadro sta diventando sempre più confuso e questo è un problema”. La sua definizione è: “Un sistema economico basato sulla condivisione di beni o servizi sottoutilizzati, gratis o a pagamento, direttamente dagli individui. Buoni esempi: Airbnb, Cohealo, BlaBlaCar, JustPark, Skillshare, RelayRides, Landshare”. Significativa è l’introduzione dell’aggettivo “underused” in riferimento ai beni e servizi da condividere. In questo articolo Botsman descrive anche le altre terminologie comunemente utilizzate per definire modelli economici di condivisione.

La sharing economy secondo Carnevale Maffè – A settembre 2014 l’Intergruppo parlamentare per l’Innovazione ha tenuto alla Camera dei Deputati un convegno intitolato “Sharing economy: rivoluzione tecnologica delle comunità di utenti online per la crescita” per riflettere sul fenomeno. Visto a posteriori, si può considerare il primo passo per la stesura dell’attuale proposta di legge. In quell’occasione ha tenuto un keynote speech Carlo Alberto Carnevale Maffè, docente all’Università Bocconi. “La sharing economy - ha premesso - è una reinterpretazione più avanzata del capitalismo, non ha a che fare con la tecnologia ma con l’economia ed è un nuovo mercato con una nuova organizzazione: non è buonismo né corporativismo, è qualcosa che funziona. La sharing economy – ha proseguito - porta con sé una nuova organizzazione della domanda e dell’offerta, in cui le persone contano molto di più. In questa nuova economia non vale il modello tradizionale che vede la distinzione tra produttori e consumatori, ma si va definendo un modello ‘peer’ in cui soggetti di pari dignità si scambiano beni e servizi sulla base di reciproche promesse, che diventano penalità nel caso in cui non vengano mantenute. In questo scenario, il mercato incontra il potere dei social network per soddisfare le nuove esigenze delle persone, aprendo la strada anche a nuove opportunità di lavoro e forme diverse di imprenditorialità”.

La sharing economy secondo Fabio Sdogati – Sulla questione è intervenuto su EconomyUp Fabio Sdogati,  Professore Associato di Economia Politica presso la Facoltà di Ingegneria del Politecnico di Milano, che si interroga sul corretto utilizzo del termine in questo articolo, dove fa riferimento anche alle tesi formulate in proposito da Jeremy Rifkin sul nuovo paradigma economico del "Commons collaborativo". “La parola condivisione – conclude Sdogati - è (secondo me) adeguata quando si parla di diritti di proprietà condivisi da diverse persone, fisiche e giuridiche, ma non quando ciò che costituisce oggetto di ‘condivisione’ rimane di proprietà di una delle parti, mentre l’altra ne fa uso per un tempo limitato e dietro compenso pagato al proprietario. Compenso che, per semplicità e per il momento, chiamo ‘canone di affitto’”.

Articolo aggiornato il 1/09/2016