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LA GUIDA

Sharing economy, cosa è (e perché è difficile dire cosa è)

di Luciana Maci

19 Giu 2018

L’economia della condivisione, finita sotto i riflettori con l’affermazione di realtà quali Uber, AirBnb, BlaBlaCar o Foodora, è un termine omnicomprensivo che può essere declinato in modo diverso in base a modalità e campi di azione: gig economy, servizi on demand, peer to peer economy…Qui l’elenco delle definizioni

La sharing economy, o economia della condivisione, è un concetto che si è andato affermando negli ultimi anni, declinato in vari modi e applicato a svariati settori economici e sociali. Che cosa significhi esattamente sharing economy è tuttavia è una questione ancora aperta e fonte di dibattito a livello internazionale, proprio perché il fenomeno è recente e in forte espansione. Per questi motivi, tra l’altro, si sono sviluppate una varietà di definizioni parallele: da peer economy a economia collaborativa, da gig economy a economia on-demand fino a consumo collaborativo. Termini a volte usati in modo intercambiabile, ma che, secondo gli esperti, indicano in realtà attività e operazioni lievemente (o, a volte, sostanzialmente) diverse. In fondo la sharing economy è uno dei capitoli di una sorta di grande romanzo collettivo sull’innovazione che si sta scrivendo giorno dopo giorno, pagina dopo pagina, e che può ancora riservare sorprese. Ecco un rapido excursus delle definizioni più significative date fino ad oggi.

SHARING ECONOMY: CHE COS’È E COME FUNZIONA

LA SHARING ECONOMY SECONDO L’OXFORD DICTIONARY

Il prestigioso dizionario ha introdotto il termine nel solo nel 2015, a conferma di quanto il fenomeno sia recente. La voce dedicata recita: È un sistema economico in cui beni o servizi sono condivisi tra individui privati, gratis o a pagamento, attraverso Internet. Grazie alla sharing economy, si può agevolmente noleggiare la propria auto, il proprio appartamento, la propria bicicletta o persino la propria rete wifi quando non li si utilizzano”. Da questa definizione si potrebbe dedurre che è sharing economy è il fulcro dell’attività, per esempio, di BlaBlaCar, la startup che consente agli utenti di scambiarsi passaggi in auto. E Uber rientra in questa definizione? In fondo gli autisti di Uber utilizzano la propria auto per trasportare i viaggiatori, seppure intermediati dall’applicazione fornita dalla società californiana. La voce del dizionario non lo specifica.

LA SHARING ECONOMY SECONDO RACHEL BOTSMAN

Autrice di What’s Mine is Yours: How Collaborative Consumption is Changing the Way We Live (Harper Collins, 2010) e contributor di testate internazionali, l’americana Rachel Botsman è nota per il suo pensiero sul potere della collaborazione e della condivisione tramite l’utilizzo della tecnologia per trasformare il mondo. A suo dire “la sharing economy è un’idea destinata a durare, ma nel tempo si è dispersa l’idea di cosa sia e di cosa non sia. Il quadro sta diventando sempre più confuso e questo è un problema”. La sua definizione è: “Un sistema economico basato sulla condivisione di beni o servizi sottoutilizzati, gratis o a pagamento, direttamente dagli individui. Buoni esempi: Airbnb, Cohealo, BlaBlaCar, JustPark, Skillshare, RelayRides, Landshare”. Significativa è l’introduzione dell’aggettivo “underused” in riferimento ai beni e servizi da condividere. In questo articolo Botsman descrive anche le altre terminologie comunemente utilizzate per definire modelli economici di condivisione.

LA SHARING ECONOMY SECONDO ARUN SUNDARARAJAN

Arun Sundararajan, docente alla Stern School of Business della New York University, ha pubblicato un libro intitolato “The Sharing Economy- The End of Employment and the Rise of Crowd-Based Capitalism”. In un’intervista a EconomyUp ha spiegato il suo concetto di crowd-based capitalism, capitalismo basato sulle folle: indica come l’organizzazione delle attività economiche si stia trasferendo dall’imprenditore alle ‘folle’, ovvero come l’imprenditoria sia distribuita tra la popolazione. “Continuo ad usare questo termine – ha spiegato – perché sono un professore universitario, ma il mio editore mi ha chiesto di intitolare il libro ‘Sharing Economy’ perché è la parola conosciuta dalla maggior parte delle persone, che le coinvolge di più e che loro riconoscono quando si parla di questi temi”.

Arun Sundararajan: «Sharing economy, vi spiego perché tutto ruota intorno alle startup»

SHARING ECONOMY: TUTTE LE PAROLE PER DIRLO

Come premesso, il termine sharing economy è generico e omnicomprensivo. Esistono definizioni più specifiche e circoscritte. Vediamone alcune.

SERVIZI ON DEMAND (ON-DEMAND SERVICES) O ECONOMIA ON DEMAND 

Si definiscono servizi on demand le piattaforme che fanno incontrare in modo diretto le esigenze dei consumatori con coloro che le possono soddisfare attraverso l’immediata consegna di beni e servizi. Come scrive l’Economist in questo articolo, all’inizio del 20esimo secolo Henry Ford combinò la catena di montaggio con la forza lavoro per poter costruire automobili molto più economiche e veloci, in modo da rendere l’auto non più un giocattolo per ricchi ma un mezzo di trasporto per le masse. Oggi un crescente gruppo di imprenditori sta cercando di fare lo stesso con i servizi, mettendo insieme il potere dei computer con i lavoratori freelance per fornire beni di lusso che un tempo erano destinati solo ai più abbienti. A questo proposito l’Economist cita Uber, che mette a disposizione autisti con berlina, ma anche Handy, startup americana che fornisce personale per le pulizie, e SpoonRocket, che consegna pasti a domicilio: “Un giovane programmatore di San Francisco potrebbe già vivere come un principe utilizzando questi servizi” annota l’autore dell’articolo. Ma elenca anche startup che rientrano nei servizi on-demand senza per questo avere a che fare col lusso: per esempio Medicast, applicazione per chiamare un medico a domicilio, o Axiom, che fornisce legali e consulenti.

GIG ECONOMY

La gig economy, letteralmente economia dei “lavoretti”, indica solitamente  tutti quei modelli di business in cui la forza lavoro è rappresentata principalmente da appaltatori indipendenti e liberi professionisti invece che da impiegati a tempo indeterminato. In questo senso, rientrano nella categoria sia i fattorini (rider) che fanno le consegne a domicilio, perché vengono pagati per lo più a consegna e considerati appaltatori indipendenti, sia gli autisti (driver) di Uber, perché i proprietari delle macchine vengono pagati per una prestazione professionale.  Ma anche le persone che fanno le pulizie per Helpling, o i virtual assistant, gli sviluppatori software e i data scientist che si possono ingaggiare su UpWork. In tutti i casi si tratta di lavori temporanei.

L’economia dei lavoretti? È la crisi (e non la tecnologia) a produrla

ECONOMIA PEER-TO-PEER O PEER-TO-PEER (P2P) ECONOMY

Il termine è stato coniato da Michel Bauwens, teorico, scrittore e ricercatore belga, classe 1958, che ha poi dato vita alla Foundation for Peer-to-Peer. Da anni sta dedicando la sua vita alla diffusione della conoscenza intorno alle pratiche peer-to-peer e alla crescita della economia della condivisione. La definizione è spesso usata in parallelo con quella di sharing economy. L’approccio di Bowens appare più macro-economico e meno legato ad esempi pratici, a differenza dell’americana Botsman, che segue una metodologia più pragmatica. Per Bowens la Peer-to-Peer Economy è un modello decentralizzato dove individui interagiscono per comprare o vendere beni e servizi direttamente l’uno con l’altro, senza intermediazione di una terza parte, o senza l’uso di un’azienda. Il compratore e il venditore eseguono le transazioni direttamente l’uno con l’altro. A causa di questo il produttore possiede sia gli strumenti (o mezzi di produzione) sia il prodotto finito. Bowens ritiene che questa forma economica rappresenti un’alternativa al tradizionale capitalismo, dove i proprietari dell’azienda possiedono i mezzi di produzione e anche il prodotto finito, e assumono forza lavoro per portare avanti il processo di produzione. Tra gli esempi di economia peer-to-peer, Bowens cita il modello di Curto Café di Niteroi, nello Stato di Rio de Janeiro: una comunità che si propone di produrre del caffè di qualità senza sfruttare i produttori primari ed essere allo stesso tempo sostenibile. È una comunità non gerarchica, senza uno staff permanente, ha sostituito i costosi certificati fair trade con una catena produttiva aperta, condivide pubblicamente la ricerca sulla composizione dei prodotti e le prenotazioni, utilizza il crowdfunding per espandere la distribuzione e modifica, hackerandole, le macchinette del caffé per permettere di accogliere anche altri tipi di capsule. Un altro modello interessante citato da Bowens è Wikispeed, società dell’automotive fondata a Seattle, Washington: ha inventato un metodo di manifattura estremo, che permette di rilasciare un differente design per automobili ogni settimana (attraverso lo sviluppo parallelo dell’open design) e produrre l’automobile all’interno di micro-fabbriche.

RENTAL ECONOMY

Il termine rental economy è stato usato soprattutto negli anni 2013 e 2014, come sinonimo di sharing economy, dal quale è stato poi in parte soppiantato. Ovviamente in questo caso specifico si vuole sottolineare il concetto di “rent”, “dare o prendere in affitto o a noleggio”. Di conseguenza le startup della rental economy sono individuate soprattutto in Uber ma anche in AirBnb, la piattaforma internazionale che consente di affittare appartamenti o case di privati per periodi temporanei. Come hanno scritto gli esperti di marketing del ConvergEx Group,  “rent is becoming the new ‘own’”, “il concetto di affitto sta diventando il nuovo ‘è di mia proprietà’”. Negli Stati Uniti, in particolare, la proprietà – della casa, della macchina o di altri beni – sta cedendo il passo al fenomeno dell’affitto condiviso. Questo perché, spiegano gli esperti, “prendere in affitto e condividere ci permette di vivere la vita che vogliamo senza effettuare spese al di sopra delle nostre possibilità”.

SHARING ECONOMY E REGOLE

La sharing economy pone un problema di regole. Si tratta, infatti, di un fenomeno con radici antiche (la condivisione di beni e mezzi è sempre esistita nella storia dell’umanità), ma sul quale la tecnologia ha avuto un effetto disruptive, rendendo necessaria la riscrittura di vecchie regolamentazioni inadatte a gestire la trasformazione digitale.  Pensiamo solo agli attacchi che ha suscitato Uber in buona parte del mondo. In Italia il 2 marzo scorso 2016 alcuni deputati dell’Intergruppo Parlamentare per l’Innovazione Tecnologica hanno presentato una proposta di legge per regolamentare il settore. Ma la legge non ha mai visto la luce. Sulla questione regolamentatoria si è pronunciato Arun Sundararajan. “Penso che innanzitutto sia necessario riscrivere le regole – ha detto  – alcuni governi lo stanno già facendo. Non siamo ancora pronti al cambiamento sociale. Nelle varie epoche storiche le comunità erano rappresentate dal villaggio, dalla chiesa, oggi per molti la community di riferimento è l’azienda. Da qualche anno si sta cominciando a creare una nuova struttura comunitaria. Una comunità nell’ambito della quale ognuno sarà più indipendente per quanto riguarda la propria carriera. Ma anche una comunità dove i contatti con gli altri sono reali. I social network stabiliscono relazioni virtuali, attraverso una startup come BlaBlaCar accetti passaggi in auto da perfetti sconosciuti con i quali ti relazioni in modo reale. (…) Personalmente giro il mondo per incoraggiare i governi a rendersi conto che il vecchio modello di regolamentazione non funziona più e che, se non ne creeranno uno diverso, i servizi non partiranno. Ma se non partono, non si crea lavoro e l’economia ne risente“.

LA GIG ECONOMY, I RIDER E LA POLITICA

A giugno 2018 la gig economy è finita al centro del dibattito del nuovo governo guidato da Giuseppe Conte. In un primo momento sembrava che l’esecutivo fosse sul punto di approvare un decreto legge che avrebbe modificato di molto le norme che regolano il settore delle consegne a domicilio, dove operano per esempio Foodora e Deliveroo. Foodora ha detto che avrebbe lasciato l’Italia, dopodiché Luigi Di Maio, ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, vicepresidente del Consiglio e capo del Movimento 5 Stelle, ha  invitato le aziende di consegne a domicilio e i  rider a partecipare a un tavolo di contrattazione per stabilire un miglioramento delle condizioni di lavoro e salariali dei fattorini, che lamentano di essere pagati pochissimo e di non avere tutele di alcun tipo.

Articolo aggiornato il 19/06/2018

Luciana Maci

Ho partecipato al primo esperimento di giornalismo collaborativo online in Italia (Misna). Sono dal 2013 in Digital360 Group, prima in CorCom, poi in EconomyUp. Scrivo di innovazione ed economia digitale

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