Per favore, non riduciamo la gig economy a una questione di pizze e fattorini | Economyup
Questo sito web utilizza cookie tecnici e, previo Suo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsente all'uso dei cookie. Leggi la nostra Cookie Policy per esteso.OK

SOLUZIONI & APPLICAZIONI

Per favore, non riduciamo la gig economy a una questione di pizze e fattorini

di Nicola Mattina

19 Giu 2018

Non è possibile mettere tutti i lavori della gig economy in un’unica grande categoria. E bisogna comprendere i diversi modelli di business delle piattaforme che usano i rider. Altrimenti si rischia di fare solo uno show politico, senza comprendere il presente e il futuro del lavoro nei nuovi modelli d’impresa

I fattorini di Deliveroo, Foodora and Co. sono di attualità. La politica se ne occupa perché sono visibili ed è facile farli diventare il simbolo della diffusione di lavori precari, retribuiti male e senza tutele per i lavoratori. Sono per lo più ragazzi bianchi, sfrecciano con divise colorate sulle loro mountain bike nei centri delle grandi città sotto gli occhi di tutti, sono pagati da startup finanziate per centinaia di milioni di dollari. Gli ingredienti ci sono tutti: «abbasso la gig economy», anzi no, «abbasso la sharing economy», anzi no, «abbasso le piattaforme e le multinazionali». Il pericolo è che un utile dibattito sul presente e sul futuro del lavoro finisca nel solito teatrino degli show televisivi. Invece, occorrerebbe fare uno sforzo per cercare di capire quanto è articolato il fenomeno delle piattaforme e della gig economy.

MARKETPLACE, NON SONO TUTTI UGUALI

Cominciamo con il dire che si tratta di marketplace, ossia di web e mobile app che semplificano l’incontro tra la domanda e l’offerta di beni o servizi. Può trattarsi di cibo, prestazioni artigianali o professionali, trasporti, affitto di immobili e via di seguito. Lo spettro è molto ampio ed esistono diversi modelli di business. Occorre quindi distinguere che cosa viene commercializzato tramite la piattaforma. Facciamo qualche esempio per capire meglio.

Amazon è una piattaforma tramite cui chiunque può vendere merci non deperibili. Deliveroo e Foodora sono piattaforme specializzate nella commercializzazione di cibo pronto. Sia Amazon che le aziende che fanno food delivery intermediano beni fisici e forniscono tutta o parte della logistica per gestire e consegnare la merce. Le piattaforme come AirBnB o BlaBlaCar, invece, servono una comunità di persone che condividono degli asset, in cambio di denaro o di prestazioni analoghe, con l’obiettivo di renderli più sostenibili. Nel caso di AirBnB si tratta di camere o appartamenti; in quello di BlaBlaCar, privati cittadini ospitano altre persone nella propria macchina per condividere un tragitto, ricevendo un rimborso per il posto messo a disposizione (non per il fatto di guidare). Questa è la cosiddetta sharing economy, ossia l’economia della condivisione.

Infine, ci sono le piattaforme come Thumbtack, Le Cicogne o Helpling, dove i privati possono acquistare prestazioni che vanno dalle pulizie di casa, al babysitting, dalle riparazioni ai massaggi. Oppure UpWork, dove si trovano principalmente liberi professionisti che lavorano per aziende. Oppure Uber, perché i proprietari delle macchine non si limitano a mettere a disposizione un posto lungo un tragitto già definito come accade con BlaBlaCar, ma fanno da autisti e vengono retribuiti allo stesso modo di un tassista.

DOV’È LA GIG ECONOMY?

Quindi, dov’è la gig economy. Un po’ ovunque. Infatti, il termine gig economy indica tutti quei modelli di business in cui la forza lavoro è rappresentata principalmente da appaltatori indipendenti e liberi professionisti invece che da impiegati a tempo indeterminato. In questo senso, rientrano nella categoria sia i fattorini (rider) che fanno le consegne a domicilio, perché vengono pagati per lo più a consegna e considerati appaltatori indipendenti, che gli autisti (driver) di Uber, perché i proprietari delle macchine vengono pagati per una prestazione professionale. E poi le baby-sitter delle Cicogne, le persone che fanno le pulizie per Helpling, i virtual assistant, gli sviluppatori software e i data scientist che si possono ingaggiare su UpWork. In tutti i casi si tratta di lavori temporanei, anche se c’è una sostanziale differenza tra chi fa le consegne della pizza e un super-freelance che si occupa di intelligenza artificiale o criptovalute.

Torniamo quindi ai fattorini e alle società che fanno food delivery. Abbiamo detto che sono aziende che commerciano cibo pronto a domicilio. Utilizzando il business model canvas, il loro funzionamento può essere schematizzato come segue:

In altri termini, i clienti della piattaforma sono le persone che ordinano il cibo e i ristoranti. La proposizione di valore per i primi è avere un pasto caldo a domicilio in circa mezz’ora; per i secondi, invece, si tratta di aumentare il giro d’affari senza doversi occupare delle consegne.

I FATTORINI, RISORSE UMANE O PARTNER?

E i fattorini? Possono stare in due caselle: tra le risorse umane o tra i partner. In altri termini, possono essere collaboratori coordinati e continuativi della piattaforma oppure liberi professionisti. La differenza non è banale: nel primo caso verrebbero retribuiti a tempo, nel secondo a consegna. Quale sia la soluzione più vantaggiosa economicamente per il fattorini è oggetto di discussione. Un fattorino, infatti, guadagna tra i 6 e i 7 euro netti all’ora se pagato a tempo. Per arrivare allo stesso importo deve fare almeno due consegne in un’ora. Se la piattaforma è in grado di garantirle, allora non c’è grande differenza economica, anzi potrebbe essere vantaggioso per i rider. Viceversa, la società sta addossando al fattorino la sua incapacità di vendere o di ottimizzare il modello di business: il rider mette a disposizione il suo tempo, ma l’azienda lo spreca perché non riesce a farlo lavorare. È corretto? È il principale oggetto di discussione di questi giorni, insieme al ruolo degli algoritmi nell’assegnare le corse e alle tutele assicurative (che comunque le piattaforme più grandi sono disposte ad ampliare).

Vedremo come proseguirà il dibattito. Personalmente, credo che sia auspicabile che di gig economy si occupi – come peraltro annunciato – il rinnovato CNEL sottraendo la discussione alla campagna elettorale permanente per riportarla nell’alveo della comprensione dei fenomeni economici e della contrattazione tra le parti sociali.

I RIDER SONO SOLO UNA PICCOLA PARTE

La questione, infatti, non può essere ridotta alla sola considerazione delle poche migliaia di fattorini impiegati dalle piattaforme di food delivery, ma va inquadrata in termini più ampi, per almeno due motivi. Il primo è che i rider rappresentano, come riporta Arcangelo Rociola, meno de 10% del totale dei ragazzi che consegnano le pizze a domicilio; l’altro 90% è probabilmente pagato in nero. Le piattaforme possono quindi rappresentare un alleato per l’emersione di questi lavori dall’illegalità.

Il secondo, è che non è possibile mettere tutti i lavori della gig economy in un’unica grande categoria. Per esempio: il modello di business delle aziende che commerciano merci è diverso da quello delle società che intermediano prestazioni professionali. Nel primo caso i gig worker sono contrattualizzati dalla piattaforma e fanno parte della struttura organizzativa per produce il servizio; nel secondo, la piattaforma fa solo da facilitatore, ma il rapporto contrattuale è tra cliente e professionista.

Nicola Mattina
Imprenditore e co-founder di Stamplay

Articoli correlati