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Scenari economici

Sharing economy? O gig economy?

23 Dic 2015

Leggendo di sharing economy mi sono imbattuto in una espressione che non conoscevo: gig economy. Che cosa è un ‘gig’? E ho scoperto che forse sharing economy e gig economy sono, come si dice, due lati della stessa medaglia: che appare umana e dignitosa e di sinistra se vedi la faccia ‘sharing’, ma eversiva e dannate se vedi il lato ‘gig’

Les paroles seules comptent.
Le reste est bavardage.
(Ionesco)

Qualche settimana fa ho pubblicato su questo blog alcuni miei pensierini sulla ‘sharing economy’. Dichiarai subito la mia assoluta ignoranza in tema (cosa che peraltro non sembra essere in genere un impedimento…), con ciò contravvenendo a una regola ferrea della professione: parla di ciò che hai studiato e studi, parla solo se puoi difendere la tua tesi, ascolta in tutti gli altri casi.

Ma l’occasione era troppo ghiotta, poiché questa ‘sharing economy’ sembra essere qualcosa di talmente rivoluzionario che la discussione è confusa e impregnata di ideologia in maniera evidente. E dunque un intervento il quale ‘parta dall’inizio’, gettando un po’ di luce non tanto sull’etimologia del termine quanto sui modi in cui esso viene usato e interpretato, forse ci sta, come dicono oggi i giovani con espressione odiosa (tutto, ci sta, sempre. Il problema è se ci stia bene o ci stia male). Visto che alcuni sembrano essersi divertiti a leggere i miei pensierini, vado avanti, sempre nella speranza che chi ne sa (per aver studiato il fenomeno) mi educhi.

Ho dunque cominciato a leggere sul tema, e subito sono stato distratto da una ‘letteratura’ parallela a quella sulla sharing economy, o forse complementare, non so, forse alternativa: quella sulla gig economy. Che diavoleria è questa, mi sono chiesto? Ha a che vedere con lo sharing (condivisione)? E in caso affermativo, in che modo? Voglio dire, mostra un aspetto della sharing economy che chi scrive di sharing non vuole mostrare, o è un’altra cosa?

Scopro che l’espressione ‘gig economy’ sembra datare dal 2009 (fonte ballerina), ma è certo che assurge agli onori della cronaca lo scorso luglio quando viene usata da nientemeno che una candidata alla presidenza degli Stati Uniti, Hillary Clinton, la quale dice testualmente durante la presentazione del proprio programma economico:

“Molti americani stanno generando reddito aggiuntivo per se stessi dando in affitto una stanza, allestendo un sito web, vendendo prodotti che essi concepiscono da soli a casa propria, o addirittura guidando la propria automobile. Questa economia, detta on demand, o anche gig economy, sta creando economie importanti e scatenando innovazione. Ma essa sta anche sollevando quesiti importanti che vanno dalla protezione del posto di lavoro a che cosa vorrà dire, nel futuro, avere un buon posto di lavoro”. [Traduzione nostra]

Mi colpisce subito la prima riga (subito per via che è la prima): affitto. La stessa parola che ho usato io nel mio primo articolo quando, senza aver letto Hillary Clinton, sostenevo che affitto sia parola assai più adeguata di condivisione (sharing) in molte occasioni. E mi viene in mente quel giovane collega che, leggendo il primo pezzo, mi scrisse: perché non abbandonare l’espressione sharing economy, e proporre l’adozione di rent economy (economia dell’affitto)? Poi, la terza riga: economia on demand. Per l’economista keynesiano questo è un inutile arzigogolare, poiché tutte le economie girano grazie alla domanda: no domanda no produzione, no produzione no reddito. Ma forse si vuol dire qualcosa di diverso? Leggo, e scopro che è effettivamente così: on demand è espressione con la quale si vuol indicare l’erogazione di sforzo lavorativo, fisico o intellettuale, per scopi limitati e, soprattutto, per un periodo di tempo limitato. Esempi? Mille. Un cameriere lavora on demand se lavora solo quando viene chiamato; uno sviluppatore lavora se e per il tempo per cui serve, poi torna a casa sua (come il cameriere). Non sembra essere, a prima vista, un problema di classe, nel senso che non si tratta di lavori da poveri (o da ricchi): è una modalità che può riguardare chiunque, il lavoratore non qualificato come il temporary manager. In buona sostanza, si fanno dei gig, degli spell di lavoro, non si lavora entro il quadro cui il capitalismo, buono o cattivo che fosse, ci aveva abituato, e cioè regole, stabilità, sindacato all’occasione. Niente di tutto questo: da cui gig economy.

La parte finale della citazione da Clinton mi conferma che la mia diffidenza verso il buonismo implicito nella parola sharing/condivisione non era del tutto fuori luogo. Affittare una stanza non è condividere la propria casa; fare dei gig, per quanto ben pagati, non è avere un lavoro salariato permanente né essere un imprenditore. Attenzione: non sto distinguendo tra ciò che è bene e ciò che è male: semplicemente, sto distinguendo. Per ora. Quello che mi impressiona è che l’apparente essere di sinistra di Rifkin e della sharing economy non è così entusiasticamente condiviso dalla candidata di sinistra alla presidenza Usa. Interessante.

Conclusioni? La sharing/condivisione economy mi sembra dover essere necessariamente anche una gig economy. Il fondamento comune sta nella soddisfazione di domanda in maniera socialmente destrutturata. Modello che oggi conta poco nel processo complessivo di produzione come lo abbiamo misurato fino ad ora, cioè in termini di Pil, forse anche perché mi si dice che l’evasione sia forte nella gig economy, e dunque non possiamo sapere quale contributo fornisca al pil stesso. Se poi diverrà un modo di produzione al pari di feudalesimo e capitalismo, lo vedremo.

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