Che cos'è l'Industria 4.0 e perché è importante saperla affrontare | Economyup
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LA GUIDA

Che cos’è l’Industria 4.0 e perché è importante saperla affrontare



Le fabbriche sono sempre più digitali e interconnesse: la quarta rivoluzione industriale è cominciata anche in Italia, secondo Paese manifatturiero d’Europa. Con qualche rischio e molte opportunità. Nel 2019 il governo Conte ha in parte confermato e in parte ridimensionato il piano Industria 4.0 varato nel 2016. Ecco come

di Luciana Maci

27 Nov 2019


L’industria 4.0 scaturisce dalla quarta rivoluzione industriale, il processo che sta portando alla produzione industriale del tutto automatizzata e interconnessa. Le nuove tecnologie digitali avranno un impatto profondo nell’ambito di quattro direttrici di sviluppo: la prima riguarda l’utilizzo dei dati, la potenza di calcolo e la connettività, e si declina in big data, open data, Internet of Things, machine-to-machine e cloud computing per la centralizzazione delle informazioni e la loro conservazione. La seconda è quella degli analytics: una volta raccolti i dati, bisogna ricavarne valore. Oggi solo l’1% dei dati raccolti viene utilizzato dalle imprese, che potrebbero invece ottenere vantaggi a partire dal “machine learning”, dalle macchine cioè che perfezionano la loro resa “imparando” dai dati via via raccolti e analizzati.  La terza direttrice di sviluppo è l’interazione tra uomo e macchina, che coinvolge le interfacce “touch”, sempre più diffuse, e la realtà aumentata. Infine c’è tutto il settore che si occupa del passaggio dal digitale al “reale” e che comprende la manifattura additiva, la stampa 3D, la robotica, le comunicazioni, le interazioni machine-to-machine e le nuove tecnologie per immagazzinare e utilizzare l’energia in modo mirato, razionalizzando i costi e ottimizzando le prestazioni.

COME NASCE IL TERMINE INDUSTRIA 4.0

L’espressione Industrie 4.0 è stata usata per la prima volta alla Fiera di Hannover nel 2011 in Germania. A ottobre 2012 un gruppo di lavoro dedicato all’Industria 4.0, presieduto da Siegfried Dais della multinazionale di ingegneria ed elettronica Robert Bosch GmbH e da Henning Kagermann della Acatech (Accademia tedesca delle Scienze e dell’Ingegneria) presentò al governo federale tedesco una serie di raccomandazioni per la sua implementazione. L’8 aprile 2013, all’annuale Fiera di Hannover, fu diffuso il report finale del gruppo di lavoro.

COME E QUANDO NASCE LA QUARTA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE

Finora le rivoluzioni industriali del mondo occidentale sono state tre: nel 1784 con la nascita della macchina a vapore e di conseguenza con lo sfruttamento della potenza di acqua e vapore per meccanizzare la produzione; nel 1870 con il via alla produzione di massa attraverso l’uso sempre più diffuso dell’elettricità, l’avvento del motore a scoppio e l’aumento dell’utilizzo del petrolio come nuova fonte energetica; nel 1970 con la nascita dell’informatica, dalla quale è scaturita l’era digitale destinata ad incrementare i livelli di automazione avvalendosi di sistemi elettronici e dell’IT (Information Technology). La data d’inizio della quarta rivoluzione industriale non è ancora stabilita, probabilmente perché è tuttora in corso e solo a posteriori sarà possibile indicarne l’atto fondante.

L’argomento è stato al centro del World Economic Forum 2016, dal 20 al 24 gennaio a Davos (Svizzera), intitolato appunto “Mastering the Fourth Industrial Revolution”. Ma anche nelle successive edizioni del WEF l’Industria 4.0 ha inevitabilmente continuato ad affacciarsi al dibattito.

Gli effetti della quarta rivoluzione industriale sul mercato del lavoro

Esperti e osservatori stanno cercando di capire come cambierà il lavoro, quali nuove professionalità saranno necessarie e quali invece presto potrebbero scomparire. Dalla ricerca “The Future of the Jobs“, presentata al World Economic Forum 2016, è emerso che, nei prossimi  anni, fattori tecnologici e demografici influenzeranno profondamente l’evoluzione del mercato del lavoro. Alcuni (come la tecnologia del cloud e la flessibilizzazione del lavoro) stanno influenzando le dinamiche già adesso e lo faranno ancora di più nei prossimi 2-3 anni. L’effetto sarà la creazione di 2 nuovi milioni di posti di lavoro, ma contemporaneamente ne spariranno 7, con un saldo netto negativo di oltre 5 milioni di posti di lavoro. L’Italia ne esce con un pareggio (200mila posti creati e altrettanti persi), meglio di altri Paesi come Francia e Germania. A livello di gruppi professionali le perdite si concentreranno nelle aree amministrative e della produzione: rispettivamente 4,8 e 1,6 milioni di posti distrutti. Secondo la ricerca compenseranno parzialmente queste perdite l’area finanziaria, il management, l’informatica e l’ingegneria.

Cambiano di conseguenza le competenze e abilità ricercate: nel 2020 il problem solving rimarrà la soft skill più ricercata, ma diventeranno più importanti il pensiero critico e la creatività. Proprio perché lo scenario è in rapida evoluzione, dobbiamo attrezzarci per cogliere i benefici dello Smart Manufacturing, l’innovazione digitale nei processi dell’industria: lo dice Alessandro Perego, Direttore Scientifico degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano, secondo il quale “nel breve termine si possono prevedere saldi occupazionali negativi, nel medio-lungo termine non è assolutamente certa una contrazione degli occupati in numero assoluto, considerato anche l’impatto nell’indotto, in particolar modo nel terziario avanzato. Il nostro Paese però deve sapere cogliere a pieno i benefici della quarta rivoluzione industriale, attuando iniziative sistemiche per lo sviluppo dello Smart manufacturing e fornendo ai lavoratori le competenze digitali per le mansioni del futuro”.

Industria 4.0 e organizzazione: non c’è più la “forza lavoro”, ora il lavoro è “intelligente”

Nelle soluzioni di lean evoluta, sostiene Luciano Pero, docente di Organization Theory and Design al MIP-Politecnico di Milano,  il lavoro continua ad essere centrale, come nelle forme precedenti. Tuttavia esso perde le caratteristiche di pura manualità e di “forza lavoro” da controllare con supervisione diretta come per gli “uomini-bue” di cui si occupava F. Taylor. Il lavoro acquista invece sempre di più le caratteristiche di lavoro intelligente, cioè di lavoro che mescola interventi manuali con forti capacità tecniche di analisi e diagnosi e in certi casi anche di ragionamento scientifico, con applicazione di conoscenze complesse.

COME L’INDUSTRIA 4.0 CAMBIA LE FABBRICHE

La Fabbrica 4.0, figlia della quarta rivoluzione industriale, è composta di macchine completamente interconnesse tra loro, che dialogano le une con le altre ed effettuano autodiagnostica e manutenzione preventiva. In particolare, secondo un rapporto elaborato da GE Digital con la società di ricerca indipendente Vanson Bourne, la manutenzione dei macchinari da parte dei macchinari stessi, grazie all’IoT, supererà per qualità, capacità e velocità quella degli esseri umani entro il 2020. I progressi dell’evoluzione tecnologica porteranno cioè le fabbriche a prevedere in autonomia il grado di fallimento produttivo, ad adottare le migliori misure di prevenzione e a mettere in campo azioni di auto-riparazione. Inoltre, come è spiegato in Industria 4.0. Uomini e macchine nella fabbrica digitale, nella Fabbrica 4.0 la flessibilità dagli impianti sarà tale da consentire di personalizzare i prodotti in funzione del singolo cliente. I robot lavoreranno a contatto con l’uomo e dall’uomo apprenderanno in modo naturale. Il flusso di lavoro potrà essere riprodotto in modo virtuale, dunque prima di approntarlo fisicamente in officina, per verificarne il comportamento in astratto e potenziarne le performance. La fabbrica saprà approvvigionarsi di energia senza sprechi e al minor costo possibile, in una parola sarà smart.

COME CAMBIA IL MODELLO DI ORGANIZZAZIONE CON L’INDUSTRIA 4.0

Industria 4.0 non significa solo introdurre nuovi macchinari in azienda ma anche e soprattutto cambiare modello di organizzazione: lo sostiene, tra gli altri, Luciano Pero, docente di Organization Theory and Design al MIP-Politecnico di Milano, che ha esposto le sue tesi in un capitolo dedicato all’innovazione del libro di Alessandro Scaglione “R-Innovare il Family Business. L’intelligenza naturale dell’imprenditore come differenziale competitivo” (Guerini Next). La tesi che emerge da molte ricerche e dai dati ISTAT è la difficoltà (culturale) di due imprese su tre nell’adottare una architettura produttiva adeguata alla prospettiva dell’economia globalizzata. Al netto di oggettive cause Paese (come la scarsità di investimenti pubblici, la lentezza della giustizia, o la fiscalità) e di incertezze caratteristiche (come quelle legate agli alti insuccessi dei passaggi generazionali o del difficile accesso al credito), la causa che gioca un ruolo formidabile sono alcuni stereotipi organizzativi. Per esempio si pensa che l’organizzazione nelle Fabbriche 4.0 debba essere chiusa e gerarchica, e i manager sono ossessionati dal taglio dei costi. Invece, secondo il docente, occorre puntare alla “via alta” dell’innovazione.

Industria 4.0: FCA, Pirelli e Luxottica esempi di “via alta” all’innovazione

La “via alta” all’innovazione, scrive Luciano Pero, non solo non è una mitologia, ma trova ampio e concreto riscontro nelle imprese più dinamiche e innovative, che hanno usato le difficoltà, generate dalle grandi crisi, per imboccare con decisione la strada di una lean evoluta, adattandola alle proprie strategie di business e cavalcandone gli acceleratori digitali. Ne sono testimonianza i più recenti sistemi aziendali come il World Class Manufacturing (WCM) del gruppo FCA, il Pirelli Production System o il Lean Luxottica System, la cui comune ricetta – applicabile indipendentemente dalla dimensione di impresa – è semplice, ma richiede grande forza di volontà. Soprattutto quella di aprirsi e di aprire l’impresa alla partecipazione di tutti gli stakeholders interni ed esterni, a cominciare dai propri dipendenti.

CHE COSA HA FATTO L’ITALIA PER LO SVILUPPO DELL’INDUSTRIA 4.0

Dopo una serie di reiterati annunci, il 21 settembre 2016 il presidente del Consiglio Matteo Renzi e il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda hanno presentato l’atteso piano del governo per l’Industria 4.0 contenuto all’interno della legge di Bilancio 2017, approvata definitivamente dal Senato il 7 dicembre 2016. Il piano nasceva con l’obiettivo di mobilitare nel 2017 investimenti privati aggiuntivi per 10 miliardi11,3 miliardi di spesa privata in ricerca, sviluppo e innovazione con focus sulle tecnologie dell’Industria 4.0, più 2,6 miliardi di euro per gli investimenti privati early stage. Il provvedimento proponeva un mix di incentivi fiscali, sostegno al venture capital, diffusione della banda ultralarga, formazione dalle scuole all’università con lo scopo ultimo di favorire e incentivare le imprese ad adeguarsi e aderire pienamente alla quarta rivoluzione industriale. (A questo link il rapporto del Ministero dello Sviluppo economico sul Piano Nazionale Industria 4.0)

Carlo Calenda

IL PIANO INDUSTRIA 4.0: LE LINEE GUIDA

Il Piano nazionale Industria 4.0 ha rappresentato l’occasione per le aziende di cogliere le opportunità legate alla quarta rivoluzione industriale.

Al momento del suo debutto, il Piano aveva previsto le seguenti misure (poi in parte modificate dal governo Conte):

1. Iper e Super Ammortamento – L’obiettivo di questo provvedimento è supportare e incentivare le imprese che investono in beni strumentali nuovi, in beni materiali e immateriali (software e sistemi IT) funzionali alla trasformazione tecnologica e digitale dei processi produttivi. L’iperammortamento consiste nella supervalutazione del 250% degli investimenti in beni materiali nuovi, dispositivi e tecnologie abilitanti la trasformazione in chiave 4.0 acquistati o in leasing. Il superammortamento prevede la supervalutazione del 140% degli investimenti in beni strumentali nuovi acquistati o in leasing. Per chi beneficia dell’iperammortamento c’è la possibilità di usufruire dell’agevolazione anche per gli investimenti in beni strumentali immateriali (software e sistemi IT).

2. Nuova Sabatini – Punta a sostenere le imprese che richiedono finanziamenti bancari per investimenti in nuovi beni strumentali, macchinari, impianti, attrezzature di fabbrica a uso produttivo e tecnologie digitali (hardware e software). Garantisce un contributo a parziale copertura degli interessi pagati dall’impresa su finanziamenti bancari di importo compreso tra 20.000 e 2.000.000 di euro, concessi da istituti bancari convenzionati con il MISE, che attingono sia a un apposito plafond di Cassa Depositi e Prestiti, sia alla provvista ordinaria. Il contributo è calcolato sulla base di un piano di ammortamento convenzionale di 5 anni con un tasso d’interesse del 2,75% annuo ed è maggiorato del 30% per investimenti in tecnologie Industria 4.0. Inoltre la Nuova Sabatini consente l’accesso prioritario al Fondo centrale di Garanzia nella misura massima dell’80%.

3. Credito d’imposta R&S – Lo scopo è stimolare la spesa privata in Ricerca e Sviluppo per innovare processi e prodotti e garantire così la competitività futura delle imprese. Consiste in un credito d’imposta del 50% su spese incrementali in Ricerca e Sviluppo, riconosciuto fino a un massimo annuale di 20 milioni di €/anno per beneficiario e computato su una base fissa data dalla media delle spese in Ricerca e Sviluppo negli anni 2012-2014. La misura è applicabile per le spese in Ricerca e Sviluppo che saranno sostenute nel periodo 2017-2020.

4. Patent Box – È un regime opzionale di tassazione agevolata sui redditi derivanti dall’utilizzo di beni immateriali: brevetti industriali, marchi registrati, disegni e modelli industriali, know how e software protetto da copyright. L’agevolazione consiste nella riduzione delle aliquote IRES e IRAP del 50% dal 2017 in poi sui redditi d’impresa connessi all’uso diretto o indiretto (ovvero in licenza d’uso) di beni immateriali sia nei confronti di controparti terze che di controparti correlate (società infragruppo). Il beneficio è dato a condizione che il contribuente conduca attività di R&S connesse allo sviluppo e al mantenimento dei beni immateriali.

5. Startup e PMI innovative – Le nuove imprese (startup) innovative godono di un quadro di riferimento a loro dedicato in materie come la semplificazione amministrativa, il mercato del lavoro, le agevolazioni fiscali, il diritto fallimentare. Larga parte di queste misure sono estese anche alle PMI innovative, cioè a tutte le piccole e medie imprese che operano nel campo dell’innovazione tecnologica, a prescindere dalla data di costituzione o dall’oggetto sociale.

6. Fondo di Garanzia – L’obiettivo di questa disposizione è sostenere le imprese e i professionisti che hanno difficoltà ad accedere al credito. Consiste nella concessione di una garanzia pubblica, fino a un massimo dell’80% del finanziamento, per operazioni sia a breve sia a medio-lungo termine, sia per far fronte a esigenze di liquidità che per realizzare investimenti. Il Fondo garantisce a ciascuna impresa o professionista un importo massimo di 2,5 milioni di euro, un plafond che può essere utilizzato attraverso una o più operazioni, fino a concorrenza del tetto stabilito, senza
un limite al numero di operazioni effettuabili. Il limite si riferisce all’importo garantito. Invece per il finanziamento nel suo complesso non è previsto un tetto massimo.

DIGITAL HUB E COMPETENCE CENTER: IL LORO RUOLO

Il Piano Calenda ha previsto due nuove entità: i Digital Innovation Hub, centri da costituirsi sul territorio, “appoggiandosi” a Confindustria e a R.ETE. Imprese Italia, per aiutare le pmi italiane nella trasformazione verso l’Industria 4.0; e i Competence Center, realtà che fanno riferimento ad alcune università italiane con l’obiettivo di intensificare le relazioni tra ricerca e industria. Bilancio positivo per i Digital Innovation Hub24 centri (uno per Regione), 250 incontri e 25mila imprese coinvolte, per lo più pmi.

Industria4.0, che cosa sono (e a cosa servono) Digital Innovation Hub e Competence Center

COMPETENCE CENTER: A CHE PUNTO SIAMO

Con il piano Industria 4.0 è stato avviato il percorso per la creazione dei Competence Center, gli otto centri di eccellenza per l’Industria 4.0. A febbraio 2019, a Torino, si è svolta la prima tappa del roadshow nazionale per fare una sintesi della strada perseguita e portare le prime testimonianze delle imprese che, con il loro  supporto, hanno investito nelle fabbriche connesse. Gli otto Competence Center sparsi per l’Italia hanno coinvolto nei partenariati circa 400 imprese e oltre 50 università.

I centri di competenza hanno il compito di svolgere attività di orientamento e formazione alle imprese, nonché di supporto nell’attuazione di progetti di innovazione, ricerca industriale e sviluppo sperimentale finalizzati alla realizzazione di nuovi prodotti, processi o servizi (o al loro miglioramento) tramite tecnologie avanzate in ambito Industria 4.0.

Ecco quali sono oggi in Italia i Competence Center e la loro graduatoria (dati febbraio 2019)

Politecnico di Torino – Manufacturing 4.0
Politecnico di Milano – Made in Italy 4.0
Alma Mater Studiorum Università di Bologna – BI-REX
Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa – ARTES 4.0
Università degli Studi di Padova – SMACT
Università degli Studi di Napoli “Federico II” – Industry 4.0
Consiglio Nazionale delle Ricerche – START 4.0
Università degli Studi di Roma “La Sapienza” – Cyber 4.0

Come si vede, il capofila di “Manufacturing 4.0”  è il Politecnico di Torino, che ha partner industriali  come FCA, General Motor, GE Avio, Thales Alenia. Il focus è su aerospazio, automotive e additive manufacturing. “Made in Italy 4.0” è guidato dal Politecnico di Milano e focalizzato sulle tecnologie per la fabbrica 4.0. “BI-Rex”, guidato dall’Università di Bologna, è sostenuto anche dagli atenei di Modena, Reggio Emilia, Parma e Ferrara.  “Artes 4.0” fa capo alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa che riunisce la Scuola Normale Superiore, Università di Pisa, Università di Firenze, Università di Siena e altri atenei.  “Smact” è capeggiato dall’Università di Padova ma sostenuto da una rete di atenei del territorio (Verona, Venezia, Iuav, Trento, Bolzano, Udine, Trieste e altri): il focus è su agroalimentare, abbigliamento, arredamento e automazione.  “Industry 4.0” è un centro guidato dall’Università “Federico II” di Napoli e sostenuto da otto fra atenei campani e pugliesi, e dalle Regioni Campania e Puglia. “Start 4.0” è capitanato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche, insieme a ABB. Leonardo, Ansaldo e altri. Il centro “Cyber 4.0”, guidato dall’Università “La Sapienza” di Roma, ha per focus la cybersecurity.

Ad maggio 2019 MADE, il Competence Center guidato dal Politecnico di Milano, ha annunciato che sarà attivo da settembre 2019, e contestualmente ha comunicato di aver ottenuto  10 milioni e 590mila euro di finanziamento dal MISE. È il primo dei centri ad essere oggetto del decreto di concessione del finanziamento ministeriale, insieme a Genova CNR.  Il centro sorgerà nell’area del Campus Bovisa-Durando del Politecnico, su una superficie di oltre 2000 mq e conta già 39 partner tecnologici. Gli utenti dei centri di competenza avranno a disposizione il meglio delle tecnologie digitali per l’industria 4.0 per fare formazione e training e per avviare progetti di trasferimento tecnologico.

Competence Center: 10 milioni dal Mise al nuovo centro del Politecnico di Milano

IL BILANCIO DEL PIANO INDUSTRIA 4.0 E L’ESTENSIONE A IMPRESA 4.0

Dopo un anno dal varo del Piano il ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda ha tracciato un primo bilancio dei risultati, così riassunti:
– sono cresciuti gli ordinativi sul mercato interno dei beni strumentali, con tassi di crescita che hanno raggiunto nel primo semestre l’11,6 per cento
– è cresciuto il numero di imprese che aumenteranno la spesa in Ricerca&Sviluppo
– sono stati stanziati 3,5 miliardi di investimenti pubblici sulla banda ultralarga, destinandoli dunque sia alle infrastrutture sia alla soddisfazione della domanda di famiglie e imprese, così da raggiungere gli obiettivi di copertura al 2020
– nei primi 8 mesi del 2017 è cresciuto del 10,7 per cento l’importo garantito dal Fondo di Garanzia.

Il piano Industria 4.0 “ha rappresentato uno shock positivo per la manifattura italianaha scritto in questo articolo del novembre 2018 Giovanni Miragliotta, co-direttore dell’Osservatorio Industria 4.0 del Politecnico di Milano. “Le aziende – prosegue – sono tornate ad investire in modo cospicuo dopo anni di quasi immobilità (+9% nel 2017) e a far crescere il valore aggiunto manifatturiero (+2,1% nel biennio 2016-17). Le aziende dell’offerta, anche grazie al Piano, hanno visto incrementi del loro mercato dell’ordine del 30%. L’Italia della manifattura digitale ha vissuto, a partire dal settembre 2016, un momento di grande euforia, al punto che intitolammo la Ricerca 2016-2017 del nostro Osservatorio “la grande occasione””.

IL PASSAGGIO DA INDUSTRIA 4.0 A IMPRESA 4.0

Il 21 settembre 2017 il ministro Calenda ha presentato la fase due del Piano nazionale. Il programma ha cambiato nome: non più solo Industria 4.0, ma Impresa 4.0. Il segno che l’allora governo Gentiloni aveva l’intenzione di guardare anche ai servizi, un settore  con elevato potenziale di digitalizzazione. In questo video il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda, l’8 febbraio 2018 a Torino, dopo aver delineato un bilancio del piano Industria 4.0, spiega come funzionerà Impresa 4.0.

IL GOVERNO CONTE E IL PIANO IMPRESA 4.0

Per il piano Industria 4.0 in Italia il 2018 è stato l’anno del passaggio all’Impresa 4.0 e del suo ridimensionamentorimodulamento: il governo Conte, entrato in carica il primo giugno 2018 a seguito delle elezioni politiche del marzo precedente, ha voluto porre l’accento su questa evoluzione e ha introdotto alcune modifiche nel testo del DEF, il documento di economia e finanza.

Il governo giallo-verde composto da Movimento 5 Stelle e Lega ha attuato un cambio di paradigma mirato a favorire le piccole e medie imprese invece delle grandi aziende, principali oggetto degli incentivi col precedente governo. 

  • Il super ammortamento (deduzione extracontabile del 40% per gli investimenti in beni strumentali nuovi, impianti e macchinari effettuati da tutti i titolari di reddito d’impresa, lavoratori autonomi compresi) non è stato prorogato.
  • A parziale compensazione dell’abolizione del super ammortamento compare la mini IRES per le imprese che investono in nuovi impianti o in beni strumentali e per quelle che assumono personale. L’aliquota scende dal 24% al 15% sugli utili accantonati a riserve diverse da quelle di utili non disponibili e destinati a nuovi impianti.
  • l’iper ammortamento è stato proporogato e rimodulato nell’ottica di incentivare le pmi: la disposizione ripropone la misura, seppur con alcune modifiche, delle agevolazioni riguardanti gli investimenti in beni materiali strumentali nuovi e immateriali funzionali alla trasformazione tecnologica e/o digitale in chiave Industria 4.0. Viene introdotta una modulazione delle agevolazioni in misura decrescente, che va favorire le pmi. Viene previsto che la maggiorazione del costo si applichi: nella misura del 170 % per investimenti fino a 2,5 milioni di euro; nella misura del 100 % per investimenti compresi tra 2,5 e 10 milioni di euro; nella misura del 50% per investimenti compresi tra 10 e 20 milioni di euro (quindi, di fatto, viene posto anche un limite massimo agli investimenti agevolabili, non essendo prevista alcuna maggiorazione per gli investimenti eccedenti i 20 milioni).
  • Il credito d’imposta per attività di ricerca e sviluppo viene ridotto. Si riduce, a partire dal 2019, l’aliquota di agevolazione dal 50% al 25%, prevedendo che, per alcune tipologie di spese, tale aliquota sia maggiorata al 50%. Inoltre, a partire dal 2019, viene ridotto anche il beneficio massimo concedibile per singola impresa da 20 a 10 milioni di euro.
  •  Il bonus ricerca e sviluppo viene ridimensionato: la Legge di Bilancio 2019 riduce l’aliquota di agevolazione dal 50% al 25% per alcune tipologie di spese e il beneficio massimo concedibile per singola impresa da 20 a 10 milioni di euro.
  • La nuova Sabatini viene rifinanziata.
  • Viene rinnovato il credito d’imposta per la formazione 4.0, che esclude i liberi professionisti e ha soglie e aliquote differenziate in relazione alla dimensione dell’impresa beneficiaria. Per le piccole imprese, il credito d’imposta viene attribuito nella misura del 50% delle spese ammissibili, fermo restando il limite massimo annuale di 300.000 euro. Per le medie imprese, il credito d’imposta spetta in misura pari al 40% delle spese ammissibili e nel limite massimo annuale di 300.000 euro. Per le grandi imprese, il credito d’imposta è attribuito nel limite massimo annuale di 200.000 euro e nella misura del 30%.
  • Infine la Legge di Bilancio ha introdotto un contributo a fondo perduto per agevolare l’inserimento nelle pmi dell’Innovation manager.

IL GOVERNO CONTE BIS E IL PIANO IMPRESA 4.0

Il governo Conte Bis, formato da Movimento 5 Stelle e PD, ha deciso di rilanciare il piano Impresa 4.0. Il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, ha annunciato a settembre 2019 incentivi a impresa 4.0 spalmati su 3 anni per dare continuità al piano di sviluppo per l’industria in ottica innovativa. “Il capitolo industria sarà al centro della nuova legge di bilancio perché è al centro del sistema Paese, essendo la sua spina dorsale” ha detto il ministro. “La programmazione – ha aggiunto – sarà all’insegna dell’ascolto e del confronto con i cosiddetti corpi intermedi, associazioni di categoria e sindacati in primis”. Patuanelli ha poi sottolineato: “In legge di bilancio confermeremo tutti gli strumenti che hanno spinto l’economia reale incontrando il favore delle imprese; li renderemo strutturali o comunque con un periodo minimo di tre anni”.

Nella Nadef (Nota di aggiornamento del documento di economia e finanza 2018), che traccia le linee programmatiche del governo giallo-rosso, l’esecutivo ha confermato la volontà di sostenere il piano Impresa 4.0. Maggiori dettagli sono contenuti nel Documento Programmatico di Bilancio 2020. Al suo interno si trovano fondamentalmente due ordini di politiche: una a sostegno degli investimenti materiali, una a sostegno delle competenze.

Riguardo la prima sono previsti le seguenti misure:

  • Nuovi indefiniti investimenti per il Piano ‘Impresa 4.0’, le Strategie nazionali sulla tecnologia Blockchain e sull’Intelligenza Artificiale e la sperimentazione del 5G;
  • Erogazione del voucher per le PMI per le prestazioni di consulenza finalizzate a implementare i processi di trasformazione tecnologica e digitale nell’ambito del Piano nazionale ‘Impresa 4.0’.
  • Estensione dell’iperammortamento fino al 2022 con una supervalutazione del 170% degli investimenti in beni nuovi strumentali ad alto tasso tecnologico e del Superammortamento, con una valutazione del 130% degli investimenti nei beni strumentali generici;
  • Possibilità di usufruire di una supervalutazione del 140% per gli investimenti in beni strumentali immateriali (software e sistemi IT).

Per quanto riguarda le competenze 4.0, è stata prevista una proroga del credito di imposta per la formazione digitale nell’ambito del Piano Impresa 4.0.

Questo impianto è stato riconfermato nella bozza della Legge di Bilancio attualmente circolante con l’unica differenza della restrizione temporale che vede la proroga non più su base triennale, ma su base annuale come richiesto – a quanto pare – dal Ministero dell’Economia e delle Finanze.

Le misure aggiuntive del testo programmatico riguardano gli investimenti green, anche di entità modesta, la Nuova Sabatini, con credito d’imposta maggiorato per il Sud, e un non meglio definito piano per la promozione del Made in Italy.

VOUCHER INNOVATION MANAGER: IL CONTRIBUTO

Nell’ambito del Piano Nazionale “Impresa 4.0” – “figlio” del Piano Industria 4.0 varato dall’allora governo Renzi (e poi confermato dal governo Gentiloni e leggermente ridimensionato da quello giallo-verde) – la Legge di Bilancio 2019 ha previsto la creazione di un contributo a fondo perduto, nella forma di voucher. Obiettivo: sostenere i processi di trasformazione tecnologica e digitale delle PMI e delle reti di impresa di tutto il territorio nazionale attraverso l’introduzione in azienda di figure manageriali in grado di implementare le tecnologie abilitanti prevista dal Piano Impresa 4.0 e di ammodernare gli assetti gestionali e organizzativi dell’impresa, compreso l’accesso ai mercati finanziari e dei capitali. La misura è stata portata avanti attraverso il Decreto del Ministro dello Sviluppo Economico del 7 maggio 2019 e il Decreto direttoriale del 29 luglio 2019. La misura introduce un contributo a fondo perduto sotto forma di voucher per l’acquisizione di competenze professionali di supporto alle imprese che intendono investire in innovazione e tecnologie digitali. L’agevolazione è corrisposta alle piccole e medie imprese, ma anche alle reti di imprese che hanno assunto risorse manageriali per favorire processi di digitalizzazione e riorganizzazione aziendale. L’ammontare del voucher è un massimo di 40.000 euro su base annua, e comunque non superiore al 50% dei costi sostenuti a decorrere dal periodo d’imposta 2019, incrementata a 80.000 euro per le reti di impresa.

Per quanto riguarda i manager qualificati e le società di consulenza che vogliono aiutare le imprese ad affrontare la trasformazione digitale, è stata resa possibile la presentazione delle domande nell’elenco istituito presso il Ministero dello sviluppo economico (Mise) a partire dalle ore 10.00 del 27 settembre 2019 ed entro le ore 17.00 del 25 ottobre 2019. La procedura è esclusivamente informatica sul sito del Ministero.
Per quanto riguarda le imprese e le reti di imprese che intendono richiedere il voucher per l’Innovation Manager, l’avvio della compilazione della domanda è stato stabilito dal 7 novembre. Domanda che potrà poi essere inviata a partire dal 3 dicembre.

2019: IL RALLENTAMENTO DI INDUSTRIA 4.0

Nel 2019 la crescita di Industria 4.0 è rallentata e il mercato si è contratto, in base ai risultati del primo trimestre, del 10-15% rispetto al 2018. E’ emerso dalla ricerca dell’Osservatorio Industria 4.0 della School of Management del Politecnico di Milano (www.osservatori.net), presentata il 20 giugno 2019 al convegno “Industria 4.0: la rivoluzione si fa con le persone!” che si è tenuto a Milano presso l’Auditorium di Assolombarda.

Secondo il report, il mercato nel 2018 si è attestato su un valore di 3,2 miliardi di euro, registrando una crescita del 35% rispetto al 2017, trainata dai frutti degli investimenti effettuati nel 2017 (e fatturati nel 2018) sulla spinta del Piano Nazionale Industria 4.0.  Se si considerano gli ultimi quattro anni, la crescita è stata del +140% , a cui va aggiunto un indotto di circa 700 milioni di euro in progetti “tradizionali” di innovazione digitale (circa 300 milioni in più dell’anno precedente).

Industria 4.0: lavoratori poco coinvolti

Purtroppo nel 2019 c’è stata la flessione. Secondo gli analisti per crescere, il mercato italiano  deve coinvolgere i dipartimenti HR e i lavoratori nella progettazione e nello sviluppo delle soluzioni. I lavoratori sono gli utilizzatori finali delle tecnologie, ma soltanto nel 7,8% delle aziende sono stati coinvolti attivamente in tutte le fasi dei progetti e in oltre un caso su quattro (26,6%) non sono stati nemmeno informati della presenza di una strategia 4.0, mentre in appena il 6,8% delle imprese la funzione HR ha partecipato a queste iniziative.

INDAGINE EY: IN ITALIA SOLO IL 14% DELLE AZIENDE è DAVVERO 4.0

Ad oggi le aziende italiane sono ancora indietro nel pieno accoglimento dell’Industria 4.0, anche se una buona parta sta avviando i processi o sta facendo progressi in questo campo. L’indagine “EY Digital Manufacturing Maturity Index 2019”, presentata a luglio 2019, mostra chiaramente come in Italia solo una minima parte delle aziende prese in esame – in tutto il 14% – abbia raggiunto uno stato più avanzato di sviluppo digitale caratterizzato da progettualità 4.0 evolute. Per progettualità evolute si intendono sistemi informativi in grado di scambiare informazioni verticalmente dalle macchine all’ERP (o cloud) e con un buon livello di integrazione delle informazioni lungo tutto il processo produttivo, comprese le altre funzioni aziendali.

Il 49% delle aziende, invece, sta mettendo le basi per una gestione digitale dei processi, mentre circa un terzo (37%) si trova in una fase iniziale e sperimentale di trasformazione digitale e ha implementato soltanto dei progetti pilota di integrazione verticale all’interno dell’azienda. All’interno del campione, solo una minima parte delle aziende (5%) possiede un sistema strutturato e automatizzato di integrazione dei dati con fornitori e/o clienti.

Risulta marcato il divario tra piccole e grandi aziende, in particolare su alcuni temi specifici come l’utilizzo di tecnologie innovative. Infatti, la maggior parte delle grandi aziende (il 70%) ha un piano di sviluppo definito e ha introdotto all’interno dell’azienda tecnologie innovative e di industria 4.0, sfruttando anche i benefici fiscali previsti in tema di innovazione e rispetto dell’ecosistema. Le piccole e medie realtà, invece, hanno incontrato ostacoli lungo il percorso di adozione di tecnologie digitali e di accesso agli incentivi e si mostrano deboli in tema di cultura aziendale, governance del cambiamento e strategia dello sviluppo. Inoltre ancora un numero ristretto di realtà manifatturiere ha realizzato operazioni societarie afferenti al mondo dell’industria 4.0.

INDUSTRIA 4.0, COME LA AFFRONTANO EUROPA E STATI UNITI

La Germania è considerata precursore e principale implementatore dell’Industria 4.0 in Europa, seguita dalla Francia che si è attrezzata con una serie di misure per incentivare le aziende ad allinearsi alla quarta rivoluzione industriale. La Gran Bretagna sembra ancora qualche passo indietro su questi temi. Dall’altra parte dell’oceano, negli Stati Uniti, l’approccio al fenomeno ha forme diverse da quelle europee ma analoghi obiettivi: incentivare una nuova fase della digitalizzazione nelle industrie che dovrebbe portare a un aumento della produttività e a una riduzione dei costi.

Industria 4.0, che cosa succede in Europa e negli Usa

COMPETENZE DIGITALI PER L’INDUSTRIA 4.0 

Le imprese stanno incontrando crescenti difficoltà per individuare, sia a livello di diplomati sia di laureati, le competenze necessarie per l’Industria 4.0La scuola superiore e anche l’università non risultano ancora in grado di formare in modo adeguato le skills necessarie per un inserimento efficace e rapido nel mondo del lavoro. Si tratta di competenze digitali, ovvero quel vasto insieme di abilità tecnologiche che consentono di individuare, valutare, utilizzare, condividere e creare contenuti grazie alle tecnologie informatiche e a Internet.

Per questo il Piano Industria 4.0 varato dal governo Renzi aveva previsto incentivi per la formazione del personale delle imprese verso l’utilizzo dei macchinari oggetto del Piano. A inizio maggio 2018 erano state approvate le note attuative per gli incentivi fiscali a copertura parziale dei costi del personale in fase di formazione.  Come si è visto il governo Conte ha poi rinnovato il credito d’imposta per la formazione 4.0 e ha introdotto il voucher per l’Innovation manager.

Ma, prima di approdare in fabbrica o sul posto di lavoro, come si preparano i giovani all’Industria 4.0? In realtà non vengono preparati a sufficienza. Occorre perciò che la scuola faccia la sua parte. Per lo sviluppo delle competenze digitali potrebbero svolgere un ruolo chiave gli istituti tecnici e i licei che dovrebbero sviluppare orientamenti verso l’ottenimento di competenze certificate. Queste potrebbero consentire una effettiva employability dei giovani aprendo le porte al Lavoro 4.0. 

Impresa 4.0: si amplia l’accesso al bonus formazione

Il 1 ottobre 2019 è emersa una novità per il piano Impresa 4.0 nella nota di aggiornamento al Def. Il governo ha deciso di potenziare il programma allargando il perimetro delle spese ammissibili per accedere al bonus formazione 4.0.

La manovra 2019 prevede un credito d’imposta del 40% delle spese relative al personale dipendente impegnato nelle attività di formazione ammissibili, limitatamente al costo aziendale riferito alle ore o alle giornate di formazione, sostenute nel periodo d’imposta agevolabile e nel limite massimo di 300.000 euro per ciascun beneficiario, pattuite attraverso contratti collettivi aziendali o territoriali. Focus sull’aggiornamento del personale sul fronte big data, cloud, e cybersecurity.

Sono ammissibili al credito d’imposta anche le eventuali spese relative al personale dipendente ordinariamente occupato in uno degli ambiti aziendali individuati nell’allegato A della legge n. 205 del 2017 e che partecipi in veste di docente o tutor alle attività di formazione ammissibili, nel limite del 30% della retribuzione

“Il piano – si legge nel NaDef – verrà rafforzato attraverso una revisione organica delle spese esistenti, per favorire la più ampia partecipazione delle Pmi, delle filiere produttive e stimolare l’attrazione di grandi investimenti strategici”.

(Articolo aggiornato al 27/11/2019)

Luciana Maci

Ho partecipato al primo esperimento di giornalismo collaborativo online in Italia (Misna). Sono dal 2013 in Digital360 Group, prima in CorCom, poi in EconomyUp. Scrivo di innovazione ed economia digitale