INNOVATIVE ROBOTICS

AI fisica e robotica, investimenti per 3,3 miliardi: così cambia la fabbrica italiana



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L’innovative robotics entra in una nuova fase: oggi è adottata dal 28% delle aziende italiane e arriverà al 36% entro il 2028. A trainare il mercato sono AI fisica, cobot e AMR, mentre gli investimenti superano 3,3 miliardi. Frenano però regolamentazione, ROI e carenza di competenze. I dati dell’Osservatorio Innovative Robotics del Polimi

Pubblicato il 3 lug 2026



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Punti chiave

  • Survey su ~400 aziende: adozione innovative robotics al 28% oggi, prevista al 36% entro il 2028; leadership in elettronica, chimica‑farmaceutica e automotive, crescita in sanità e aeronautica.
  • Spesa utente: CapEx >2 miliardi e OpEx 1,3 miliardi; grandi aziende investono mediamente 700.000€ per progetto, medie ~240.000€; molti progetti pilota in arrivo.
  • Valore definito dal software: necessità di piattaforme, reskilling e orchestrazione per flotte eterogenee; preferenze verso cobot, AMR e umanoidi; regolamentazione (89%) ostacola.
Riassunto generato con AI


La rivoluzione dell’automazione industriale ha superato la fase dei compiti ripetitivi per entrare in una dimensione intelligente e collaborativa, dove l’hardware rigido cede il passo a sistemi flessibili guidati dall’intelligenza artificiale fisica. Non si tratta più solo di inserire macchine all’interno di gabbie di sicurezza manifatturiere, ma di integrare assistenti adattativi capaci di ridisegnare i flussi di business. Durante il convegno finale dell’Osservatorio Innovative Robotics, intitolato “Innovative Robotics & Physical AI: l’automazione supera gli schemi” e organizzato dal Politecnico di Milano il 24 giugno 2026, sono emersi i dati della nuova ricerca che traccia i confini di un mercato in profonda trasformazione, analizzato attraverso una survey che ha coinvolto quasi 400 aziende italiane.

innovative robotics
Simone Panicucci, Manufacturing & Operations Consulting Sr Manager di Accenture; Matteo Ragaglia, Head of Digital Innovation di Gaiotto Automation; Piercarlo Benetti, Managing Director di Logistics Reply; Susanna Jean, Responsabile Marketing 5G Vertical & IoT di TIM Enterprise

Come si sta evolvendo il mercato della innovative robotics in Italia

I dati sull’adozione dei sistemi robotici nel panorama aziendale italiano mostrano uno scenario caratterizzato da ampi margini di crescita. Attualmente, la quota di mercato che ha integrato queste soluzioni si attesta intorno al 28%. La percentuale, apparentemente contenuta, deriva dall’inclusione nell’analisi di tutti i comparti economici, andando oltre i settori storicamente automatizzati come la manifattura pesante o l’automotive. Le prospettive a medio termine indicano tuttavia un’accelerazione decisa: le proiezioni per la fine del 2028 stimano che l’adozione complessiva raggiungerà il 36%, trainata sia dai reinvestimenti di chi possiede già tali tecnologie (pari a due terzi del campione attuale), sia dall’ingresso dell’11% di nuove imprese che pianificano l’adozione nel prossimo triennio. A livello settoriale, se l’elettronica, la chimica-farmaceutica e l’automotive mantengono la leadership, l’interesse crescente si sta spostando verso ambiti finora meno pervasivi, come la sanità, la filiera dell’aeronautica e della difesa, e l’industria della lavorazione del legno e dell’arredo.

Le cifre della spesa tra CapEx e OpEx per grandi e medie imprese

Per comprendere l’impatto economico reale della innovative robotics è necessario osservare la struttura degli investimenti dal punto di vista dell’utente finale (end-user). Nel corso dell’ultimo anno, la spesa in capitale fisso (CapEx), che include il costo del robot chiavi in mano e le relative attività di sviluppo e messa in produzione, ha superato i 2 miliardi di euro. A questo valore si sommano 1,3 miliardi di euro di costi operativi (OpEx), legati alle spese ricorsive per la manutenzione e la continuità operativa dei sistemi. Le grandi imprese guidano la spesa complessiva con un investimento medio per singolo progetto pari a circa 700.000 euro. Le medie imprese, pur registrando una spesa media inferiore (circa 240.000 euro), mostrano un peso percentuale complessivo molto vicino a quello delle grandi organizzazioni, a causa del loro elevato numero numerico sul tessuto industriale. Per quanto riguarda i progetti specifici di robotica innovativa, una realtà su tre ha pianificato di avviare sperimentazioni, con budget medi allocati che si attestano sui 225.000 euro per le grandi aziende e 160.000 euro per le medie.

Perché il software definisce il valore della innovative robotics rispetto ai sistemi rigidi

Il vero elemento discriminante nel passaggio dai sistemi tradizionali a quelli avanzati risiede nell’architettura software. Nella robotica classica, l’integratore rappresenta l’unico interlocutore end-to-end, capace di gestire la progettazione elettromeccanica, la certificazione e la conoscenza del processo industriale. Con l’introduzione delle tecnologie intelligenti, la capacità di rendere una macchina adattativa richiede competenze e piattaforme estranee al mondo industriale classico. Si osserva nel mercato una forte polarizzazione: da un lato vi sono i produttori di hardware che non intendono occuparsi dell’integrazione sul campo, dall’altro le software house focalizzate esclusivamente sulle piattaforme. In questa frattura si inserisce la necessità di attori capaci di validare il business case, governando sia l’algoritmo sia la certificazione fisica della macchina in un contesto reale.

L’adozione di cobot, AMR e soluzioni di intelligenza artificiale fisica nelle aziende

Le preferenze tecnologiche delle imprese si stanno orientando verso tre precise categorie di macchine: i robot collaborativi (Cobot), gli Autonomous Mobile Robots (AMR) e gli umanoidi. I dati dell’Osservatorio evidenziano come queste classi registreranno la crescita più significativa nei prossimi tre anni, a scapito dei sistemi rigidi tradizionali. Gli umanoidi, pur partendo da quote di adozione molto basse e da una fase prevalentemente sperimentale, iniziano a vedere applicazioni concrete che superano i video promozionali diffusi in rete. Gli use case preminenti riguardano la movimentazione, il trasporto e il controllo qualità, quest’ultimo fortemente accelerato dai software di intelligenza artificiale applicati al riconoscimento delle immagini. Come sottolineato da Simone Panicucci, Manufacturing & Operations Consulting Sr Manager di Accenture: “Per quanto riescano a programmare PLC, robot e tutto quel mondo tipicamente industriale, il passaggio a rendere un robot adattativo richiede tecnologie, piattaforme e conoscenze completamente diverse”.

Quali sono i limiti normativi e di business case per l’automazione

Nonostante i benefici potenziali in termini di produttività e flessibilità dei volumi, l’implementazione della innovative robotics deve fare i conti con barriere strutturali importanti. Il 51% delle aziende intervistate identifica nel contesto di filiera un limite operativo, mentre l’89% indica nella regolamentazione il principale ostacolo allo sviluppo. La lentezza nell’evoluzione del quadro normativo impedisce a molte sperimentazioni di trasformarsi in progetti operativi, poiché manca una legislazione definita che consenta alle macchine di operare liberamente in ambienti condivisi con gli esseri umani.

La mancanza di standardizzazione e i problemi regolatori per lo scaling dei progetti

I motivi che portano al blocco degli investimenti variano in base alla dimensione aziendale. Le piccole imprese soffrono l’assenza di processi interni standardizzati o facilmente standardizzabili, oltre a dover sostenere costi di acquisto iniziali proporzionalmente troppo elevati rispetto al proprio fatturato. Al contrario, per le grandi imprese la barriera principale è rappresentata dalla difficoltà nel supportare il business case tradizionale, ovvero far quadrare i conti legati al ritorno economico dell’investimento (ROI) secondo le metriche classiche. Spesso, l’efficienza non è l’unico driver: la sicurezza sul lavoro spinge quasi un’azienda su due a investire nei sistemi avanzati anche quando il piano finanziario non mostra un rientro immediato. Nel caso specifico degli umanoidi, il 70% delle imprese interessate si muove esclusivamente per motivazioni legate alla salute, con l’obiettivo di demandare alla macchina i compiti pesanti, usuranti o pericolosi.

Come cambia l’organizzazione aziendale e il reskilling dei lavoratori

L’introduzione della robotica mobile e collaborativa permette di inserire l’automazione in contesti cosiddetti brownfield, ovvero all’interno di stabilimenti e magazzini già esistenti, senza la necessità di modificare le infrastrutture o stravolgere i flussi logistici pregressi. Questo cambio di paradigma riduce i costi di accesso per le imprese minori e accelera i tempi di industrializzazione, ma impone una profonda revisione delle competenze interne. Il disaccoppiamento tra la fase di programmazione e il funzionamento fisico della macchina, ottenuto attraverso l’uso di digital twin e interfacce grafiche intuitive, sta abbassando drasticamente le barriere d’ingresso tecniche. Di conseguenza, il ruolo del programmatore non richiede più necessariamente la conoscenza dei linguaggi di codice specifici dei singoli vendor di hardware. Come spiegato da Matteo Ragaglia, Head of Digital Innovation di Gaiotto Automation (Gruppo SACMI): “Abbiamo visto in alcuni casi persone che facevano lavori manuali sulle linee di produzione trasformarsi in programmatori robot, proprio per aver abbattuto quella barriera all’ingresso”.

La gestione delle flotte eterogenee richiede un’orchestrazione software centralizzata e sicura, capace di connettere i dispositivi tramite reti 5G a bassa latenza e di proteggerli da minacce cyber. Il valore dei progetti si sposta quindi dalla sola valutazione della macchina alla sua capacità di generare e analizzare dati utili all’ottimizzazione dei processi aziendali. In un mercato che evolve rapidamente verso un ecosistema interconnesso, le organizzazioni che scelgono di investire nella comprensione profonda delle tecnologie, prima ancora che nel loro semplice utilizzo, pongono le basi per un divario competitivo difficilmente colmabile dai concorrenti nel lungo periodo. Secondo Piercarlo Benetti, Managing Director di Logistics Reply: “La tecnologia per noi è fondamentale, ma è come la usi. La tecnologia è sempre un abilitatore, mai il focus principale”.

FAQ: innovazione

Un’azienda può implementare diversi tipi di innovazione, ciascuno con caratteristiche e impatti specifici:

1. Innovazione di prodotto: miglioramento o radicale cambiamento dei beni offerti.

2. Innovazione di processo: intervento migliorativo o di radicale mutamento riguardante il sistema, i macchinari o l’organizzazione della produzione.

3. Innovazione organizzativa: rinnova le pratiche di gestione e la cultura aziendale per favorire creatività, collaborazione e agilità.

4. Innovazione tecnologica: integrazione di nuove tecnologie come l’intelligenza artificiale, l’automazione o la realtà aumentata.

5. Innovazione sociale: creazione di iniziative che rispondono a esigenze sociali o ambientali contribuendo al successo aziendale.

6. Innovazione di marketing: include le aree vendita, advertising e comunicazione.

Secondo il modello dei “4P dell’innovazione” proposto da John Bessant e Joe Tidd, esistono quattro principali tipologie: innovazione di prodotto, di processo, di posizione e di paradigma. Clayton Christensen distingue invece tra innovazione incrementale, radicale e dirompente.

L’innovazione incrementale si distingue dall’innovazione radicale (disruption) in quanto punta a incrementare l’innovatività di qualcosa che già esiste, apportando miglioramenti graduali e continui a prodotti o processi esistenti. Si tratta di perfezionamenti che non alterano la natura fondamentale dell’offerta.

L’innovazione disruptive (o dirompente), concetto coniato da Clayton Christensen, si riferisce invece a innovazioni che creano un nuovo mercato e rete di valore, eventualmente spiazzando imprese, prodotti e alleanze affermate. Un prodotto veramente innovativo dovrebbe essere “disruptive”, ovvero capace di creare un nuovo mercato, come è stato l’iPhone di Apple che ha ridefinito il concetto di telefono cellulare.

Secondo uno studio di McKinsey, mentre le innovazioni incrementali rappresentano la maggior parte delle attività innovative delle aziende (circa il 70%), sono le innovazioni radicali e dirompenti a generare la maggior parte del valore a lungo termine (fino all’80% del valore totale creato dall’innovazione).

L’open innovation è un approccio strategico e culturale in base al quale le aziende, per creare più valore e competere meglio sul mercato, scelgono di ricorrere non più e non soltanto a idee e risorse interne, ma anche a idee, soluzioni, strumenti e competenze tecnologiche che arrivano dall’esterno, in particolare da startup, università, istituti di ricerca, fornitori, inventori, programmatori e consulenti.

Secondo Henry Chesbrough, che ha coniato il termine nel 2003, l’Open Innovation è “un modello di innovazione distribuita che coinvolge afflussi e deflussi di conoscenza gestiti in modo mirato tra i confini dell’organizzazione fino a generare anche ‘spillover'”.

Le modalità concrete di implementazione includono:
1. Call for ideas: concorsi per raccogliere idee innovative da startup, PMI o singoli individui
2. Hackathon: gare di programmazione per sviluppare soluzioni digitali innovative
3. Incubatori o acceleratori di startup gestiti dall’azienda
4. Accordi con partner esterni: collaborazioni con altre aziende, startup, università o centri di ricerca
5. Acquisizioni di startup o PMI innovative

Secondo le ricerche dell’Osservatorio Startup Thinking, nel 2024 l’88% delle grandi aziende italiane implementa l’open innovation, che è diventata centrale come strumento per l’innovazione e la trasformazione aziendale.

L’innovazione di prodotto offre numerosi vantaggi competitivi alle aziende:

1. Crescita accelerata: secondo uno studio di McKinsey, le aziende che eccellono nell’innovazione di prodotto crescono fino a cinque volte più velocemente rispetto ai loro concorrenti.

2. Differenziazione dalla concorrenza: in un mercato sempre più saturo e competitivo, le aziende che innovano costantemente i propri prodotti mantengono un vantaggio competitivo significativo.

3. Creazione di nuovi mercati: prodotti veramente innovativi possono creare nuovi bisogni o soddisfare esigenze latenti dei consumatori.

4. Miglioramento della customer experience: l’innovazione influenza positivamente il modo in cui i consumatori interagiscono con prodotti e servizi, migliorando funzionalità, prestazioni e semplificando i processi.

5. Personalizzazione: grazie a dati e intelligenza artificiale, le aziende possono offrire prodotti e servizi più personalizzati.

Secondo una ricerca di Nielsen, i prodotti veramente innovativi hanno una probabilità tre volte superiore di generare vendite significative rispetto ai prodotti incrementali.

L’innovazione sociale si riferisce a “nuove idee (prodotti, servizi e modelli) che soddisfano bisogni sociali (in modo più efficace delle alternative esistenti) e che allo stesso tempo creano nuove relazioni e nuove collaborazioni”, secondo la definizione dell’Open Book of Social Innovation della Young Foundation e Nesta.

In pratica, l’innovazione sociale risponde in modo nuovo a bisogni della società emergenti o già presenti, costruendo nuove relazioni tra pubblico, privato e terzo settore. È importante notare che non è necessariamente legata al concetto di profitto, ma piuttosto si configura come un ibrido, una combinazione tra profit e no profit dove contano sia la sostenibilità economica del progetto sia i suoi destinatari.

Esempi concreti di innovazione sociale includono:

1. Il microcredito ideato da Muhammad Yunus, che ha vinto il Premio Nobel per la Pace nel 2006.

2. Kibi, una piattaforma di apprendimento adattivo per DSA (disturbi specifici dell’apprendimento), basata su AI e gamification.

3. Neurabook, un’applicazione di intelligenza artificiale per supportare la comunicazione aumentativa di bambini autistici.

4. Empatica, che ha lanciato un dispositivo che supporta chi soffre di epilessia inviando immediatamente richieste di soccorso in caso di crisi convulsiva.

5. PC4U.tech, un’iniziativa nata da quattro ragazzi milanesi che durante la pandemia hanno donato pc e tablet ricondizionati a studenti che non ne disponevano.

Secondo il report 2024 del Social Innovation Monitor del Politecnico di Torino, le startup italiane che combinano impatto sociale e ambientale con un modello imprenditoriale sostenibile hanno raggiunto quota 640, in aumento del 9% rispetto all’anno precedente.

Implementare un’innovazione continua nelle aziende presenta diverse sfide significative:

1. Superare l’innovazione episodica: Come osserva Rita McGrath, professoressa alla Columbia Business School, “in troppe organizzazioni l’innovazione è qualcosa di episodico”, con iniziative che appaiono e scompaiono in base ai cambiamenti di leadership o di contesto interno, senza creare competenze durature.

2. Creare strutture formali: L’innovazione dovrebbe essere trattata “con la stessa sistematicità dei processi di qualità o di progettazione”, con responsabilità chiare, budget, ritualità e procedure codificate.

3. Sviluppare una leadership orientata all’apprendimento: È necessario passare “dal bisogno di dimostrare di avere ragione a un approccio guidato dalla scoperta”, con leader disposti ad accogliere nuove evidenze e modificare i piani sulla base di ciò che viene appreso.

4. Superare barriere culturali: Molte aziende premiano ancora la prevedibilità e la stabilità dei risultati, mentre l’innovazione richiede una cultura che valorizzi l’apprendimento e accetti il rischio.

5. Ottenere credibilità presso i vertici aziendali: Secondo le ricerche degli Osservatori Startup Thinking e Digital Transformation Academy, l’Open Innovation e i nuovi modelli di innovazione devono ancora guadagnare completa credibilità presso i vertici aziendali italiani.

Per superare queste sfide, aziende come Brambles hanno istituito strutture formali con un direttore dell’innovazione, processi di governance con finanziamenti e procedure di screening e incubazione delle idee, mentre John Deere ha integrato l’innovazione nelle responsabilità di tutti gli executive.

L’intelligenza artificiale sta trasformando profondamente l’innovazione aziendale in molteplici aspetti:

1. Adozione crescente: Secondo un rapporto di McKinsey del 2024, l’adozione dell’IA è aumentata significativamente, con il 50% delle aziende che ha implementato l’IA in due o più funzioni aziendali, rispetto a meno di un terzo nel 2023.

2. Mercato in espansione: Il mercato globale dell’IA è stato valutato a 196,63 miliardi di dollari nel 2024 e si prevede che crescerà a un tasso annuo composto (CAGR) del 28,46% tra il 2024 e il 2030.

3. Integrazione nei prodotti: Le aziende stanno incorporando l’IA in una vasta gamma di prodotti, dai dispositivi smart home ai veicoli autonomi, creando prodotti più intelligenti, adattivi e personalizzati.

4. Applicazioni sociali: L’IA viene utilizzata anche per l’innovazione sociale, come nel caso di Neurabook, un’applicazione di intelligenza artificiale per supportare la comunicazione aumentativa di bambini autistici.

5. Enhanced humans: Il Technology Foresight 2025 di NTT Data ha individuato come trend emergente gli “Enhanced humans”, che prevede una maggiore collaborazione tra persone e macchine per amplificare le capacità umane.

Nonostante l’entusiasmo, solo il 26% delle aziende ha sviluppato le capacità necessarie per superare le prove di concetto e generare valore tangibile dall’IA. Le imprese devono investire non solo nella tecnologia, ma anche nelle competenze e nella governance per sfruttarne appieno il potenziale.

Numerose aziende hanno implementato con successo strategie di innovazione, trasformando i loro settori e creando valore significativo:

1. Tesla ha rivoluzionato l’industria automobilistica con i suoi veicoli elettrici, ripensando completamente l’esperienza di guida e integrando tecnologie avanzate come l’autopilot e gli aggiornamenti software over-the-air.

2. Airbnb ha innovato il settore dell’ospitalità creando una piattaforma peer-to-peer per l’affitto di alloggi, trasformando il modo in cui le persone viaggiano e alloggiano.

3. Apple continua a essere un esempio di innovazione di prodotto di successo, con l’introduzione dell’Apple Watch nel 2015 che ha creato un nuovo mercato per gli smartwatch.

4. Enel ha ampiamente utilizzato il paradigma dell’open innovation per ripensare il proprio business, creando una divisione dedicata all’innovazione e alla sostenibilità e avviando centinaia di partnership con startup.

5. Prysmian è un esempio di innovazione aziendale grazie alla sua capacità di integrare nuove tecnologie e collaborare con startup, investendo oltre 100 milioni di euro annui in ricerca e sviluppo.

6. Ferrero ha realizzato l’innovazione di prodotto con la sua Nutella vegana nel 2024, sostituendo il latte con farina di ceci e sciroppo di riso.

7. TIM ha annunciato nel 2024 un investimento di circa 130 milioni di euro per far crescere TIM Enterprise nel Cloud e costruire un nuovo Data Center di ultima generazione.

Misurare il successo dell’innovazione in un’azienda richiede un approccio multidimensionale che consideri diversi indicatori:

1. Crescita e performance finanziaria: Secondo uno studio di McKinsey, le aziende che eccellono nell’innovazione di prodotto crescono fino a cinque volte più velocemente rispetto ai concorrenti. Questo si traduce in indicatori come aumento del fatturato, quota di mercato e redditività attribuibili a nuovi prodotti o servizi.

2. Adozione da parte dei clienti: Una ricerca di Nielsen mostra che i prodotti veramente innovativi hanno una probabilità tre volte superiore di generare vendite significative rispetto ai prodotti incrementali. La velocità e l’ampiezza dell’adozione sono indicatori chiave del successo dell’innovazione.

3. Apprendimento organizzativo: Come sottolinea Rita McGrath, il cuore dell’innovazione aziendale continua è la capacità di apprendere in modo sistematico. Questo può essere misurato attraverso la velocità con cui l’organizzazione adatta le proprie strategie in base a nuove evidenze.

4. Efficacia delle collaborazioni esterne: Per le aziende che adottano l’open innovation, il numero e la qualità delle collaborazioni con startup, università e altri partner esterni possono essere indicatori significativi.

5. Governance dell’innovazione: La presenza di processi strutturati, con responsabilità chiare, budget dedicati e procedure codificate per la raccolta, selezione e incubazione delle idee innovative.

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