Nella serie che sto portando avanti su EconomyUp sulla salute mentale dei founder, l’ultimo pezzo si chiudeva con l’infarto dell’anima di Francesco Inguscio: un burnout che lo ha spento sul divano dei suoi genitori per quattro mesi, e la scoperta che dietro c’era anche un disturbo bipolare slatentizzato dalla imprendfatica.
Questa volta voglio raccontare la storia di Matteo, un founder che ce l’ha fatta senza rompersi. Non perché fosse più forte o più fortunato ma perché ha messo in campo, per dieci anni, una forte disciplina e un percorso psicoterapico, quest’ultimo iniziato prima della crisi.
Si chiama Matteo Musa. Ha fondato Fitprime nel 2015. Due anni fa ha fatto exit a Wellhub, dove oggi ricopre un ruolo di responsabilità nel gruppo che conta 18 paesi, tremila dipendenti e cresce a ritmi da miliardi. In dieci anni di Fitprime ha attraversato praticamente tutti gli scogli che un founder può temere, un fundraising difficile, il Covid, un’azienda passata da pochi a cento dipendenti, una vita affettiva da ricostruire, due figli, senza mai schiantarsi.
Matteo ha un profilo raro nel nostro ecosistema. Prima di fondare Fitprime si è laureato in scienze motorie, scienze tecniche dello sport, biologia e nutrizione. Vent’anni di rugby giocato a livello agonistico e semi-professionistico, e su questa spina dorsale ha costruito la sua storia di imprenditore.
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Due fasi: da solo, e in famiglia
“Se dovessi distinguere due fasi ben precise della mia storia imprenditoriale,” mi ha detto Matteo aprendo la conversazione, “c’è quella da solo e quella da famiglia.” Nei dieci anni di Fitprime, la fase da solo ha coperto circa il 50-60% del tempo. La fase famiglia il resto: convivenza con l’attuale compagna, primo figlio, secondo figlio.
Nella prima fase Matteo lavorava dieci, dodici ore al giorno senza soffrirne. Il motivo che lui stesso si è dato è che in Fitprime aveva ritrovato la stessa sensazione dell’agonismo del rugby. “Ho giocato per vent’anni. Due allenamenti al giorno, la partita la domenica. Non esistevano troppe uscite con gli amici, perché c’era da preparare la partita.” Quando ha smesso col rugby aveva trent’anni. Fitprime è arrivato a coprire quel vuoto: la stessa struttura di dedizione totale, lo stesso senso di essere dentro a un percorso lungo, la stessa sensazione di investire su se stesso, per lui agonismo e imprenditoria sono molto vicine.
Ma il punto che secondo me è il vero contributo di Matteo a questa conversazione è che lavorare dieci-dodici ore non ha mai eroso il resto. Le distribuiva. “La mattina presto lavoravo due-tre ore, poi andavo in ufficio. Così avevo il mio tempo per allenarmi durante la pausa pranzo o subito dopo l’ufficio. Se mi rimaneva qualcosa indietro non avevo problemi a lavorare un’oretta dopo cena davanti alla televisione, perché per me era un piacere.” Allenamento quattro-cinque volte a settimana, alimentazione curata. Il fundraising che fatica, il Covid che complica: nessuno dei due è mai entrato nella sfera del corpo. “Anzi, mi davano quella lucidità in più.
La terapia (arrivata prima della crisi)
C’è però un aspetto che aveva iniziato a costargli, ed è quello che lo ha portato in psicoterapia. Il rugby non gli aveva dato solo l’agonismo, gli aveva dato una vita sociale intensa: allenamenti, spogliatoi, la squadra. Quando ha smesso col rugby, quella socialità si è assottigliata. E dedicandosi tantissimo al lavoro, ha rinunciato progressivamente a ricostruirla altrove.
Non è un crollo. È un lento accorgersi. Sentiva bisogno di una vita affettiva più profonda ma non riusciva a coltivarla. Ha iniziato un percorso di psicoterapia quattro-cinque anni dopo la fondazione di Fitprime, un anno prima di conoscere la sua compagna attuale. Il percorso è durato due-tre anni ed è, secondo lui, la cosa che gli ha permesso di fare lo step successivo. “Se non avessi fatto quel percorso di psicoterapia, non avrei mai messo su famiglia. Ne sono sicuro.”
Uno degli aspetti emersi in terapia è legato al fatto che Matteo è un fratello gemello. All’apparenza, mi racconta, era stato sempre lui “quello un po’ più forte, quello che ‘se la cava da solo’.” Un ruolo che ha costruito la sua identità sulla capacità di reggere, di disciplinarsi, di andare avanti. Utile per un fondatore. Ma se non lo tocchi in profondità, ti impedisce di lasciarti andare nelle relazioni. Dopo la terapia, Matteo ha potuto, parole sue, “buttare il cuore oltre l’ostacolo.”
Piccolo dettaglio ironico, che rende bene il tono con cui mi ha raccontato la sua storia: la sua compagna attuale è psicoterapeuta. “Non quella dove andavo, ovviamente.”
Modulare, non spegnere
Nella fase famiglia, iniziata mentre Fitprime cresceva verso i cento dipendenti, Matteo si è trovato a modulare in modo diverso. Perché “se prima era ‘lavoro tanto e mi dedico al mio benessere’, è diventato ‘lavoro tanto, mi dedico meno al mio benessere perché devo investire sulla mia famiglia, sul mio investimento di lungo termine’.”
Gli ho raccontato la metafora dei quattro fornelli che mi aveva regalato Enrico Ghiberto, un altro founder di questa serie, che a sua volta l’aveva presa dalla sua terapeuta: famiglia, lavoro, amici, salute, non si possono tenere accesi tutti e quattro contemporaneamente.
Matteo l’ha accolta con una precisazione operativa importante: “Ok, ma non bisogna spegnerli mai completamente. Modulare sì. Se il fornello del benessere passa da dieci a quattro, va bene. Se lo spegni, riaccenderlo è un caos, perché perdi totalmente focus e ritmo.”
Nella fase famiglia, Matteo è passato da tre-quattro allenamenti a settimana a uno-due. Ha continuato invece a curare l’alimentazione, “perché quella è una scelta consapevole che puoi fare a tavola e mi aiuta a mantenere la disciplina.” Uno dei principi operativi più utili del suo racconto: distinguere le pratiche di benessere che costano tempo da quelle che costano solo attenzione. Non è che quando hai due bambini piccoli e cento dipendenti hai finito il tempo per il benessere: devi dosare, scegliere. Matteo ha scelto famiglia, impresa, alimentazione e sonno. Le altre pratiche — come il modo in cui usi i minuti tra una riunione e l’altra — restano lavorabili. È lì che si difende un equilibrio.
Compartimenti stagni
Un altro pezzo di manutenzione psichica che Matteo ha imparato in terapia e continua a praticare è la separazione degli ambiti. “Le pressioni lavorative non le porto minimamente nella coppia. Le affronto con me stesso, col mio terapeuta, mitigando il più possibile lo spostarle nella coppia.”
In vacanza porta il computer. Anche io lo faccio (sono andato in Nepal col Mac nello zaino), quindi ci siamo capiti al volo. Ma la regola operativa è chiara: “Il computer si apre la mattina presto o negli spazi che ricavo. Se lei torna, mani alzate.” Il senso non è morale, è di sostenibilità: se contamini gli spazi che hai scelto di proteggere non difendi lo spazio familiare, e riaccendere quel “fornello” costa il triplo.
Vivere per opzioni
Un altro dispositivo mentale che gli ho sentito descrivere con precisione è quello che lui chiama “vivere per opzioni.” “Ogni decisione che prendo nella vita deve avere più opzioni possibili.” Nel senso che ogni scelta la fa in modo che non chiuda porte. Compra casa? Sceglie una casa che, se un giorno volesse rivendere, non gli farà perdere soldi. Va in vacanza, cambia strategia in azienda, imposta il futuro dei figli: stesso principio.
L’effetto sulla salute mentale è chiaro. Se ogni decisione lascia opzioni aperte, difficilmente ti trovi in un vicolo cieco, e difficilmente vivi la pressione come “o riesco o crollo tutto.” La disperazione, che è spesso il combustibile del burnout, non trova terreno fertile per attecchire.
La disciplina, e da dove viene
La sua disciplina, la sua capacità di tenere ritmi altissimi senza spegnersi, non viene dal rugby. Viene dalla consapevolezza degli spazi e delle priorità importanti della sua vita.
Anche le disposizioni più utili di un imprenditore, come la disciplina di Matteo, hanno un’origine biografica, e spesso sono compensazioni di qualcosa che ha fatto male. La bellezza del suo percorso è che ha usato la terapia per prendere consapevolezza del punto di origine, e da lì ha potuto scegliere quali pezzi tenere e quali attenuare. Non ha rinunciato alla disciplina. Ha smesso di farsi governare!
Il cuore del metodo: il recupero è parte della performance
Il concetto che secondo me riassume meglio tutto il pensiero di Matteo, e che vale la pena portarsi a casa se sei un founder, è questo: il recupero è parte dell’allenamento.
Nel rugby, mi dice, i giocatori dopo la partita si mettono nelle vasche di ghiaccio, dormono con pantaloni che aumentano la microcircolazione (lui se ne era ordinato un paio dall’Australia). “Lo fanno perché è parte della disciplina del recupero. Recuperi molto prima, quindi il recupero è un pezzo della partita o dell’allenamento.”
Nel fare startup vale lo stesso. “Vuoi lavorare dieci-dodici ore al giorno? Puoi. Ma devi tenere in mente che il resto del tempo fa parte, in termini di investimento, allo stesso livello di quelle dieci-dodici ore. Altrimenti quelle ore non saranno mai ottimizzate, perché il recupero è parte della performance.”
Detto in una frase: chi non recupera non performa. Chi non recupera performa una volta, forse due, poi si spegne. È anche il motivo per cui, mi ha fatto notare, in vacanza gli vengono tutte le idee migliori. Non è un caso, è biologia. Un cervello riposato genera le connessioni che un cervello sotto stress non riesce a produrre.
Anch’io ho il blocco note del Mac pieno di appunti presi in luoghi dove non stavo pensando al lavoro.
Cinque cose da portarsi a casa
Se devo condensare in cinque punti quello che mi porto a casa dall’ora che ho passato con Matteo, e che secondo me qualsiasi founder può iniziare a sperimentare da domani:
- Distinguere le pratiche di benessere che costano tempo da quelle che costano solo attenzione. Le seconde (alimentazione, sonno, uso dei minuti tra riunioni) non chiedono agende libere: chiedono decisioni.
- Modulare, non spegnere. Se il fornello del benessere passa da dieci a quattro va bene. Se lo spegni del tutto, riaccenderlo costa il triplo.
- Compartimenti stagni. Lo stress lavorativo non entra automaticamente nelle altre sfere della vita. Ci vuole una regola operativa (in vacanza il computer solo la mattina, con la partner mai discussioni di lavoro fuori dagli orari concordati).
- Vivere per opzioni. Ogni decisione dovrebbe lasciare aperte più strade. La disperazione entra quando non ne restano.
- Il recupero è parte dell’allenamento. Le ore in cui non lavori non sono ore sprecate: sono ore in cui il cervello si prepara a produrre meglio le prossime ore in cui lavorerai.
L’ultima cosa che Matteo mi ha detto è che “chi inizia a fare impresa questo aspetto lo capisce dopo, non lo capisce mai immediatamente. Ma è una cosa che secondo me andrebbe messa nel sistema fin dall’inizio.
“Sto scrivendo questa serie perché credo esattamente la stessa cosa. Nei pezzi precedenti ho raccontato chi si è schiantato, perché anche questo va detto. In questo ho voluto raccontare chi ce l’ha fatta senza rompersi, con pratiche che si possono imitare. Se l’articolo ti aiuta a spostare uno solo dei fornelli della tua vita da spento a modulato, allora ti ho lasciato qualcosa e ne sono felice.
Matteo Musa è co-fondatore di Fitprime, acquisita da Wellhub (ex Gympass) nel 2023, dove oggi ricopre un ruolo di responsabilità nel gruppo. Lo trovi su LinkedIn. Questo articolo fa parte della serie di Economy Up sulla salute mentale dei founder, trovi gli altri pezzi sul mio profilo su Economy Up.



























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