Quando si parla di fare impresa si parla quasi sempre di crescita, rischio, execution, risultati. Non si parla invece di quello che succede a un imprenditore fuori dall’azienda
Negli ultimi mesi ho iniziato a farmi una domanda diversa: non tanto “quanto costa fare impresa”, ma quali sono i costi e chi paga.
Da founder ho voluto parlarne con altri founder con percorsi molto diversi dal mio e anche tra loro: Enrico Ghiberto, veterinario, che a 27 anni ha comprato la sua prima clinica in Francia con 160mila euro di debiti senza sapere cosa fosse l’IVA, e che quattro anni fa ha fatto exit vendendo due cliniche con un ottimo multiplo;
Irene Giani, founder di Deeva, alla terza stagione (3° anno dalla fondazione) di fiume in piena e William Selmo, founder di Pelomatto, con cui, insieme a Irene, condivido anche un pezzo di strada in Mamazen.
Le loro storie sono diverse. I pattern che emergono sono molto simili.
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Fare impresa, la prima cosa che cambia è la testa
William me l’ha detto con una frase in cui mi riconosco molto: “Non smetti mai di pensarci. Il tuo cervello, anche se è spento, in back lavora sempre su quello che potresti fare, su quello che hai fatto, sulle opportunità che ci potrebbero essere”.
È una forma di presenza continua che è allo stesso tempo energia, motivazione, spinta ma anche un rumore di fondo costante. William lo riassume così: “In senso buono ti crea dopamina, in senso brutto ti riempie la testa”.
Nei tre mesi in cui avevo lavorato in una scaleup, mi racconta, chiudeva il PC e il lavoro era finito. Quando hai la tua startup no: “Il lavoro è casa tua”
Irene lo descrive in modo più concreto, più quotidiano. Prima faceva corsi di danza con appuntamenti fissi. Da quando ha iniziato con Deeva l’unica costante era pagare l’abbonamento senza andarci, perché il mercoledì del founder non è mai uguale al mercoledì di tutti gli altri. Ha cambiato sistema: oggi ha un personal trainer e riprogramma ogni settimana, perché l’unica variabile certa è che non c’è niente di certo. Viaggia drasticamente meno di prima. Non programma perché “non so se poi riuscirò a fare quanto programmato”
Qualche mese fa, mi racconta, aveva preparato da tempo un weekend in montagna con il suo compagno. Solo che il venerdì l’addetto al customer care del weekend si è dimesso senza preavviso, e metà di quel weekend l’ha passato a gestire chiamate. L’imprevisto come founder di startup è frequente. Non esiste sabato, non esiste domenica.
E quello che cambia non è quanto lavori ma quanto il lavoro occupa la tua mente anche quando non dovrebbe.
Poi ti accorgi che il punto sono le relazioni. All’inizio pensi che il problema sia il tempo. Poi capisci che è la presenza.Puoi essere a cena, in vacanza, con la tua compagna o con i tuoi amici e non esserci davvero
William mi ha raccontato che gli amici, a volte, glielo dicono in faccia: “Oi, ci sei o non ci sei”. Irene è più netta: ha perso amicizie non per litigi, ma perché “non mi sono più trovata con delle persone che non hanno mai fatto il salto necessario per capire che cosa stessi vivendo io“
Lei, che era sempre il motore, quella che organizzava tutto, ha smesso. Qualcuno ha preso il suo posto, qualcuno si è perso.
Enrico Ghiberto, invece, mi racconta una cosa che mi ha colpito molto. Nei primi anni della seconda clinica, con la figlia e una moglie che nel frattempo aveva abbandonato l’impegno imprenditoriale, si svegliava al mattino e – parole sue – “piangevo sotto la doccia”.
Dormiva tre o quattro ore, passava la giornata in clinica e la sera, quando tutti dormivano, si metteva a lavorare sulla parte amministrativa.. Sua moglie che aveva co-fondato l’azienda con lui ha fatto un passo indietro, e si sono sentiti reciprocamente abbandonati. La relazione è finita prima in terapia di coppia, e poi è finita.
Io ho vissuto qualcosa di simile ai tempi di Pony, quando l’azienda era sotto stress finanziario e legale, io litigavo con il mio socio, non dormivo, e la mia compagna di allora mi ha lasciato. Arrivavo a casa con la parte emotiva già bruciata dalla giornata. Poi ci siamo ritrovati, ma quel vuoto l’ho creato io.
La narrativa della solitudine del founder è comoda (e anche pericolosa)
Ci piace molto. È potente, quasi eroica. Ma se parti da lì, tendi a non costruire nulla intorno. Ti carichi tutto addosso e non prepari le persone a quello che stai per vivere.
Irene ha fatto una cosa che quasi nessuno fa: prima di partire con Deeva, ha esplicitato alla sua rete di affetti che stava iniziando un percorso imprenditoriale e che avrebbe avuto bisogno di supporto.
“È meglio parlarne prima con onestà. Se invece tu non me lo comunichi, io a un certo punto vengo travolto da quella che è la tua nuova dimensione.
E con il compagno ha istituito un rituale settimanale, un incontro fisso che chiamano il momento della “rottura di palle” in cui si dividono i task familiari in un tempo circoscritto, così non inquinano le poche serate che restano. Una volta al mese si siedono e incastrano trasferte e impegni. Hanno costruito un codice per dire a che punto sta la batteria emotiva di ciascuno quel giorno, perché esistono giorni in cui sei a zero più zero e nessuno dei due può compensare l’altro.
Enrico mi ha regalato una metafora che la sua terapeuta gli aveva dato e che da quando me l’ha raccontata uso spesso: i quattro fornelli. Quali sono? Famiglia, lavoro, amici, salute. Non puoi tenerli accesi tutti e quattro contemporaneamente
Il fuoco, da qualche parte, si spegne. Devi scegliere. Lui per anni ha tenuto accesi lavoro e salute, continuava a correre trail lunghi, l’unica cosa che lo teneva in piedi e ha lasciato spegnere il fornello della coppia. L’ha raccontato con una lucidità che si paga cara.
La terapeuta di Irene le ha spiegato una cosa simile, ma con un’altra immagine. Irene aveva chiesto quando avrebbe avuto modo di capire se voleva dei figli. E la terapeuta le ha risposto che il punto non è la decisione: “Per pensarci hai bisogno di spazio. La tua testa deve avere lo spazio per concepire una cosa che impatta così tanto la tua esistenza. Oggi quello spazio è occupato da Deeva“.
I figli ha detto si fanno spazio anche fisicamente. Se lo spazio non c’è, non succede.
Lo sport come valvola di sfogo e la delega
William e Enrico, entrambi, parlano dello sport. Non come hobby: come spazio necessario.
William corre, fa Iron Man, e mi ha risposto al telefono mentre correva. Mi ha raccontato che fa quasi tutte le chiamate di brainstorming con il suo socio Ferdinando correndo o camminando insieme un’ora e mezza al Parco Indro Montanelli. “È l’unico momento in cui ti togli fuori dalla situazione del business”.
Enrico, quando la sua vita era completamente invasa, si è iscritto a un trail lungo perché aveva preso dieci chili e sentiva di stare perdendo anche quello.
Enrico introduce anche un tema chiave che prima non riusciva a vedere: la delega. Dopo l’exit, che gli ha dato il cuscinetto finanziario per non dover inseguire tutto, è tornato a fare impresa con un approccio diverso. Lavora fino a mezzanotte, mi dice, ma con piacere, perché ha la fiamma dei 27 anni senza il peso di allora.
“Oggi leggo più libri di crescita personale che di business. Se sei performante riesci a gestire lo stress, a delegare, a trasmettere”.
Il founder non è solo se costruisce un sistema di sostegno
Non è vero che il founder è solo. È vero che, se non costruisce attivamente un sistema intorno per sostenerlo, allora finisce per esserlo. Questo è uno dei motivi per cui in Mamazen costruiamo sempre team con due founder
Co-founder, partner, amici, team, terapeuta. Non sono contorno. Sono la parte che ti permette di reggere. Se non li coinvolgi, se non rendi esplicito cosa stai vivendo, se non metti confini, il rischio non è solo lavorare troppo. È iniziare a lavorare peggio e a vivere peggio
Se guardo alla mia esperienza, la cosa che riconosco di più è proprio questa. Nel momento peggiore di Pony ho iniziato un percorso con una psicoterapeuta, Marilisa. Ricordo la prima seduta: le stavo raccontando una discussione pesantissima con il mio socio e ridevo. Lei mi ha fermato: “Le sembra che faccia ridere?” Non faceva ridere. Ridevo per scaricare tensione.
Da lì è iniziato un lavoro che dura da anni, a cui ho aggiunto un percorso condiviso in azienda e, con mia sorpresa, oltre a fare stare bene, ha alzato la produttività perché le persone imparano a risolversi i problemi da sole invece di avere qualcuno che glieli mastica.
Se c’è una cosa che mi porto a casa da queste conversazioni, è che il costo del fare impresa esiste ed è spesso invisibile. Non è solo economico. Non è solo di tempo. È relazionale, emotivo, mentale. È lo spazio che non hai più per pensare ai figli, è il weekend in montagna interrotto, è la doccia del mattino in cui piangi, è la cena con gli amici in cui ci sei ma non ci sei.
E forse la differenza non la fa quanto sei forte. La fa quanto sei capace di non restare solo mentre lo fai.
























