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Post referendum

Innovazione e startup, le 15 eredità del governo Renzi

05 Dic 2016

Dopo i risultati elettorali, il premier si dimette. Dal piano Industria 4.0 alla firma digitale, dall’introduzione delle Pmi innovative alla semplificazione del regolamento per l’equity crowdfunding: ecco i principali interventi del suo esecutivo per non far perdere all’Italia il treno della trasformazione digitale

Per i giudizi politici c’è tempo. Ma ricostruire i fatti è già possibile. In tema di innovazione e startup, il governo Renzi è stato molto attivo. Ha arricchito con norme, agevolazioni e risorse la startup policy inaugurata nel 2012 con il decreto Crescita 2.0. Ha coinvolto personalità di spicco per gestire la digitalizzazione del Paese. Ha dimostrato in più occasioni di considerare, anche simbolicamente, quella dell’innovazione digitale una sfida chiave per l’Italia: scegliere un incubatore di startup, H-Farm, come luogo della prima visita pubblica del governo aveva reso chiaro sin dai primi giorni quali fossero le sue intenzioni. Sulla reale efficacia degli interventi, sulle mancanze e su quello che resta da fare si può naturalmente discutere. Intanto, la lista di cose fatte è lunga. Ecco una breve ricapitolazione delle più significative.

1. INDUSTRIA 4.0
È il più recente atto del governo in favore delle nuove imprese. Per supportare le 6.673 startup innovative iscritte alla sezione speciale del Registro delle imprese (al giorno 5 dicembre) e dare loro un ruolo chiave nello sviluppo di Industria 4.0 in Italia, ha previsto detrazioni fiscali più ampie (vedi sotto); la detassazione del capital gain; la possibilità di cedere le perdite fiscali, per i primi 3 anni di vita della startup, a società quotate “sponsor” che a loro volta possono dedurre l’intero ammontare dalle tasse; e la partecipazione, attraverso Cassa depositi e prestiti e Invitalia, a fondi dedicati a startup che si occupano di Industria 4.0 e a progetti ad alto contenuto tecnologico; fondi dedicati all’industrializzazione di idee e brevetti ad alto contenuto tecnologico. Nel complesso, il piano Industria 4.0 arriva fino al 2020 e prevede un impiego di risorse pubbliche per 13 miliardi e la mobilitazione di investimenti privati per 24 miliardi, di cui 2,6, appunto, su nuove imprese. Tra le misure, tempi più lunghi per il superammortamento al 140% e introduzione di un iperammortamento al 250%. In altre parole, chi acquista macchine intelligenti può ammortizzarle a un valore maggiore rispetto a quanto le ha pagate. 

2. AGEVOLAZIONI NEGLI INVESTIMENTI
Le prime agevolazioni fiscali a favore di chi investe in startup erano già previste nel decreto Crescita 2.0: per persone fisiche, detrazione Irpef del 19% dell’investimento fino a un massimo investito pari a 500mila euro; per persone giuridiche, deduzione dall’imponibile Ires del 20% dell’investimento fino a un massimo investito pari a 1,8 milioni di euro. Il vantaggio fiscale arriva rispettivamente a una detrazione Irpef al 25% e a una deduzione dall’imponibile Ires al 27% se l’investimento riguarda le startup innovative a vocazione sociale e quelle che sviluppano e commercializzano prodotti o servizi innovativi ad alto valore tecnologico in ambito energetico. Con il decreto Investment Compact emanato a marzo 2015, è stata innalzata la soglia di investimenti ammissibili per ciascuna startup innovativa (si sale da 2,5 milioni all’anno per 4 anni a 15 milioni calcolabili su un arco temporale di 5 anni), è stato aumentato da 2 a 3 anni il periodo obbligatorio in cui mantenere l’investimento, pena la decadenza dalle agevolazioni; sono state razionalizzate le cause di decadenza dell’agevolazione: non determina più la decadenza dell’incentivo la perdita dello status di startup innovativa, se dovuta al superamento del limite temporale dei 5 anni dalla costituzione, o del tetto di 5 milioni di euro del valore della produzione annua (in altre parole, le startup che diventano Pmi innovative per motivi anagrafici, dimensionali o di mercato conservano l’agevolazione). Con il piano Industria 4.0, l’esecutivo Renzi ha previsto nuove regole per le agevolazioni fiscali: l’aumento dell’investimento massimo agevolabile per le persone fisiche fino a 1 milione di euro; l’innalzamento a tre anni del vincolo minimo di destinazione dei capitali; l’aumento, al 30%, della detrazione (e della deduzione per persone giuridiche) per gli investimenti  in startup e Pmi innovative. 

3. CENSIMENTO ISTAT SULLE STARTUP
L’Istituto Nazionale di Statistica (Istat) e il Ministero per lo Sviluppo Economico ha condotto nel 2016 la prima indagine nazionale sulle startup innovative, denominata #StartupSurvey. Il “censimento” ha analizzato, tra l’altro, la mobilità socio-economica dei componenti del team della società e le caratteristiche innovative dell’attività. I dati e le relative analisi saranno resi noti probabilmente nel 2017.

4. STARTUP PIÙ LONGEVE
Con l’Investment Compact, la startup innovativa dura di più passando da 4 a 5 anni: deve essere cioè costituita da non più di 60 mesi.

5. AGEVOLAZIONI BUROCRATICHE
Le agevolazioni burocratiche previste per le startup innovative sono state ampliate nel 2015: è esteso fino al quinto anno di vita della società (prima era il quarto) l’esonero dal pagamento dell’imposta di bollo, dei diritti di segreteria e del diritto annuale dovuto alle Camere di commercio in conseguenza dell’iscrizione nella sezione speciale del registro delle imprese.

6. L’ISTITUTO ITALIANO DI TECNOLOGIA NEL CAPITALE DELLE STARTUP
Nel 2015 è stato previsto che la Fondazione Istituto Italiano di Tecnologia, centro di ricerca di eccellenza con sede a Genova, può costituire o partecipare a startup innovative anche con soggetti pubblici e privati, italiani o stranieri. Ad autorizzare gli investimenti però devono essere i ministeri dell’Economia e dell’Istruzione. 

7. NASCITA DI INVITALIA VENTURES E FONDO DI FONDI
Con una dotazione iniziale di 50 milioni di euro, a giugno 2015, nasce il fondo di venture capital pubblico Invitalia Ventures. Guidato da Salvo Mizzi, ex numero uno di Tim Ventures, il veicolo dell’agenzia per l’attrazione degli investimenti, denominato Italia Venture 1, ha mobilitato un ammontare di 12 milioni durante il primo anno di attività (con un partecipazione propria di 3 milioni) in cinque startup. Iv-1 è stato sottoscritto anche da grandi aziende tra cui Cisco e Enel che hanno contribuito a portare il capitale in gestione a 65 milioni nel 2016. Nel 2015 il Fondo Italiano di Investimento (che ha come socio di maggioranza Cassa depositi e Prestiti) ha annunciato la nascita di un fondo da 50 milioni (che si può estendere a 150 milioni) da investire nei fondi di venture capital italiani. Queste risorse sono utilizzate per investimenti insieme a 4 fondi di VC in startup innovative: si tratta di Caravella, Stark Venture One, Primo Miglio e Innogest Capital II. Con l’effetti leva si possono mobilitare investimenti fino a 200 milioni o fino a oltre 500, se la dotazione iniziale venisse estesa a 150 milioni.

8. SMART&START
Nel 2015 Invitalia ha rinnovato il bando Smart&Start per favorire l’imprenditoria innovativa, mettendo a disposizione oltre 200 milioni di euro sotto forma di mutui agevolati. Rispetto al primo bando, le agevolazioni sono state estese a tutte le regioni italiane e non consistono più in erogazioni a fondo perduto.

9. DISCIPLINA AGEVOLATA DEL LAVORO NELLE STARTUP
Il decreto Crescita 2.0 ha previsto diverse agevolazioni a favore delle startup innovative, in tema lavoro e occupazione. Per esempio sono stati previsti vantaggi come la remunerazione flessibile e la remunerazione agevolata attraverso stock option e work for equity. Con l’introduzione del Jobs Act, per le startup innovative non è stato previsto alcun limite al numero di proroghe, in relazione all’assunzione di personale con contratti a tempo determinato per una durata massima di 36 mesi. Per le altre aziende il limite di proroghe è fissato a cinque, e sono stati stabiliti intervalli minimi tra la fine di un contratto e l’inizio del successivo. Per le nuove imprese innovative, quest’ultima norma non viene applicata. Inoltre per le startup innovative è stato previsto un credito d’imposta, pari al 35%, rivolto alle assunzioni di personale altamente qualificato.   

10. EQUITY CROWDFUNDING
Nel 2013, l’Italia è stato il primo Paese a dotarsi di un regolamento specifico per l’equity crowdfunding, la possibilità di investire attraverso portali online (autorizzati dalla Consob) in startup e Pmi in cambio di quote societarie. Il governo Renzi ha fatto in modo che la disciplina di questa modalità di raccolta fondi diventasse più semplice, per allagare la platea di possibili investitori e ridurre i costi. Con la delibera Consob del 24 febbraio 2016 sono state previste diverse novità, tra cui la semplificazione della procedura di verifica dell’appropriatezza dell’investimento rispetto alle conoscenze dell’investitore permettendo agli stessi: il controllo può essere effettuato online anche dagli stessi portali e non solo dalle banche. In più, è stato ampliato il novero dei soggetti che possono sottoscrivere una quota dell’offerta in qualità di investitori professionali. Sono stati ammessi gli “investitori professionali su richiesta”, e gli “investitori a supporto dell’innovazione” (per esempio, i business angel), identificati da Consob in base a criteri oggettivi. Con la legge di bilancio 2017, è previsto che lo strumento dell’equity crowdfunding venga esteso anche a tutte le Pmi (imprese con meno di 250 dipendenti, fatturato annuo non superiore a 50 milioni di euro oppure totale di bilancio non superiore a 43 milioni) e non solo a startup e Pmi innovative.

11. FIRMA DIGITALE
Dal 20 luglio 2016 è possibile costituire una startup gratis online senza notaio, collegandosi al sito del Registro delle imprese di InfoCamere e ricorrendo alla firma digitale. Il cammino della normativa sulla firma digitale è iniziato a marzo 2015, quando una disposizione contenuta nell’Investment Compact prevedeva la possibilità di costituire startup ricorrendo alla sola compilazione di un modulo standard “rinforzato” con firma digitale. La normativa è considerata un passo avanti sulla strada della semplificazione burocratica ma anche e soprattutto un vantaggio economico per lo startupper, che spesso è giovane e privo di capitali, perciò coglie volentieri tutte le opportunità di risparmio. In particolare, dai calcoli elaborati da EconomyUp con l’aiuto di alcuni esperti, è emerso che, scegliendo di costituire una startup innovativa senza ricorrere al notaio, uno startupper potrà risparmiare fino a 2000 euro se risiede al Nord e fino a 1600 euro se abita nel Sud Italia. Naturalmente chi lo desidera potrà continuare ad avvalersi di un notaio.

12. PMI INNOVATIVE
L’Investment Compact del 2015 ha introdotto nell’ordinamento la figura della Pmi innovativa. Sono definite così “tutte le piccole e medie imprese che operano nel campo dell’innovazione tecnologica, a prescindere dalla data di costituzione, dall’oggetto sociale e dal livello di maturazione”. Per rientrare in questa categoria (che è pensata anche come una sorta di prosecuzione naturale del percorso della startup innovativa) una società deve avere meno di 50 milioni di euro di fatturato all’anno (o un attivo sotto i 43 milioni), meno di 250 dipendenti e possedere almeno due di questi tre requisiti: il 3% dei costi totali deve essere attribuibile a attività di ricerca, sviluppo e innovazione; un terzo del team deve essere composto da persone in possesso di una laurea magistrale o un quinto del team deve essere formato da dottorandi, dottori di ricerca o ricercatori; oppure deve essere proprietaria di una forma di protezione intellettuale o di protezione del software. Con i giusti requisiti e un bilancio certificato può accreditarsi a una sezione speciale del Registro delle imprese e godere di molte delle agevolazioni previste per le startup innovative, tra cui, solo per fare qualche esempio, la possibilità di remunerare i dipendenti con stock option o di accedere al Fondo di garanzia per le Pmi. E chi investe in Pmi innovative può godere degli stessi benefici fiscali di chi investe in startup.

13. GRANDI AZIENDE COINVOLTE
Può anche trattarsi soltanto di una congiuntura favorevole, ma con Renzi al governo diverse grandi compagnie hi-tech hanno lanciato programmi di investimento in Italia a favore dello sviluppo digitale del Paese. Per esempio, a gennaio 2016 Cisco ha annunciato di voler investire 100 milioni di dollari per accelerare la digitalizzazione dell’Italia. Apple ha aperto a Napoli la prima iOS Developer Academy d’Europa in collaborazione con l’Università degli Studi del capoluogo campano dove già per il secondo anno è previsto che ci siano corsi con 400 studenti. Ibm ha annunciato di voler investire 150 milioni di dollari per creare a Rho, nell’area Expo (dove sorgerà Human Technopole, vedi sotto) un centro Watson Health europeo, ovvero un polo sanitario hi-tech basato su big data e intelligenza artificiale.

14. HUMAN TECHNOPOLE
Human Technopole sarà la struttura che sorgerà all’interno dell’ex area Expo e che promette di dare lavoro a 1500 persone, di cui 1200 ricercatori da tutto il mondo. Si tratterà di un polo internazionale di innovazione scientifica e tecnologica con sette centri di ricerca dedicati rispettivamente a genomica, malattie neurodegenerative, nutrizione, big data, scienze della vita, nanotecnologie e analisi matematico-statistiche. Il progetto, che costerà un miliardo e mezzo in dieci anni, è stato annunciato dal governo Renzi nel novembre 2015 e ha preso forma dai primi mesi del 2016. A gestire la fase di startup è stato chiamato l’istituto Italiano di Tecnologia, che lavorerà a contatto con ministeri, università, Cnr, Istituto superiore di Sanità e tre scienziati di fama internazionale. L’esecutivo ha stanziato 50 milioni per entrare come socio in Arexpo, la società che gestisce l’area dell’esposizione universale, e il Ministero delle Politiche agricole ne ha messi 80 per avviare la fase operativa. A questi fondi si aggiungono gli stanziamenti previsti nella legge di bilancio: 10 milioni per il 2017, oltre 100 milioni all’anno dal 2018 e 140 milioni a regime dal 2023. La prima pietra potrebbe essere posata nei primi mesi del 2017, stesso periodo in cui dovrebbe partire la call internazionale per reclutare gli scienziati, a partire dai direttori dei sette centri di ricerca. Secondo i piani, il tecnopolo sarà pienamente operativo intorno al 2022.

15. UNA SQUADRA PER L’INNOVAZIONE E IL DIGITALE
Far crescere l’Italia in tema di digitale e innovazione: per questo scopo Matteo Renzi ha creato una squadra di esperti, tra i quali spiccano i nomi di Paolo Barberis e Diego Piacentini. Il primo è consigliere per l’innovazione, ha scoperto Internet nel 1994, quando era studente di architettura all’Università di Firenze e ha poi co-fondato l’acceleratore Nana Bianca nel capoluogo toscano. Insieme al premier Renzi, ha avviato quattro progetti: Italia Login, per la trasformazione digitale della pubblica amministrazione; il piano di infrastrutture per la banda ultralarga, con investimenti di 12 miliardi, di cui 7 pubblici; l’insegnamento dell’alfabeto digitale, fondamentale per far crescere conoscenze e competenze; e la competitività digitale, ovvero la capacità di arrivare a concorrere con le realtà più avanzate. Nella sua agenda, previsti anche la creazione di quartieri digitali che diventino motore dell’innovazione all’interno delle città; l’aumento del credito d’imposta per le aziende che stipulano contratti di ricerca con le startup; eliminazione dei limiti che frenano l’affermazione dell’equity crowdfunding; incentivi alle aziende per l’implementazione dell’open innovation.
Da settembre, al fianco di Barberis c’è Diego Piacentini, Commissario straordinario per l’attuazione dell’Agenda digitale. Senior Vice President di Amazon in cui ha lavorato per 16 anni e in precedenza 13 anni trascorsi in Apple, 55 anni, Piacentini è nominato pro bono per due anni con lo scopo di coordinare gli enti pubblici, individuare regole e linee guida e la possibilità di sostituirsi agli enti inadempienti. Per tale scopo è affiancato da un Team per la Trasformazione Digitale istituito a Palazzo Chigi. Pare che sia stato Renzi in persona a convincerlo a tornare in patria. In un’intervista rilasciata a Repubblica, ha raccontato che l’idea è scaturita proprio “da un incontro con Matteo Renzi nel settembre 2014. Era venuto a visitare la Silicon Valley e mi disse: ‘Vorrei aiutare il Paese a non perdere il treno dell’innovazione e del digitale, saresti disposto a tornare per un periodo in Italia?’ Ringraziai e declinai e per me era finita lì. Dopo qualche mese mi telefonò e tornò alla carica, nel frattempo il dubbio si era insinuato in me. Così ho cominciato a parlarne con mia moglie e con Bezos, con il quale ho un rapporto non solo di lavoro ma di lealtà e amicizia. Allora mi sono fatto una sola domanda: ‘Cosa rimpiangerò di non aver fatto tra 10 anni?’. Ho capito  che mi sarei portato dietro il rimpianto di non averci provato”. La sua intenzione è di mettere in pratica la consuetudine tutta americana del “give back“, cioè restituire a un’istituzione o a una realtà che ha contribuito a formarci e farci crescere quanto ricevuto in termini di insegnamenti ed esperienza.

 

di Concetta Desando, Maurizio Di Lucchio e Fabrizio Marino

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