Per anni l’Europa ha misurato il successo del proprio ecosistema dell’innovazione contando il numero di unicorni (o sognandoli). Ogni startup che supera la soglia del miliardo di dollari di valutazione viene (giustamente) celebrata come una vittoria collettiva: un segnale di maturità dell’ecosistema, di capacità imprenditoriale e di attrattività per i capitali.
È una metrica semplice, immediata e mediaticamente molto efficace. Ma sempre meno sufficiente. Perché le valutazioni contano davvero solo quando si trasformano in denaro per chi quel rischio lo ha corso: founder, dipendenti e investitori. Fino ad allora è solo paper money. È quando la carta diventa cash che arriva il momento dell’exit – quotazione o acquisizione che sia.
Il 2026 rappresenta un punto di svolta interessante. L’Europa ha già eguagliato il suo record storico di exit di unicorni, con sette società che hanno raggiunto la liquidità attraverso quotazioni in Borsa, fusioni con SPAC o acquisizioni.
È certamente una buona notizia.
Ma osservando questi casi più da vicino emerge una realtà molto più articolata.
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Non tutte le exit sono uguali
L’IPO di Bending Spoons rappresenta il caso ideale. Ha creato valore significativo per fondatori, dipendenti e investitori, generando centinaia di nuovi milionari e restituendo all’ecosistema capitale, competenze e credibilità.
Altri casi raccontano invece una storia diversa.
Società come Contentful e Getir, che, durante gli anni dell’abbondanza di capitale, avevano raggiunto valutazioni superiori al miliardo di dollari, sono state successivamente acquisite a valori molto inferiori ai picchi registrati nei round privati. In alcuni casi gli investitori hanno recuperato soltanto una parte del capitale investito, lasciando poco o nulla a founder e dipendenti. Si chiama tecnicamente “wash out”: l’effetto nefasto e combinato di diluizione e liquidation preferences.
L’exit, quindi, c’è stata.
Ma il valore creato lungo il percorso si è in gran parte dissolto.
“No exit, no party”. Ma dipende da che festa è
“No exit, no party.” Lo dico e lo ripeto da oltre quindici anni.
Il vero indicatore della qualità di un ecosistema non è il numero di startup finanziate, né quello degli unicorni prodotti. È la capacità di generare exit.
Senza exit non può esistere un ecosistema sostenibile. Non ritornano capitali agli investitori. Non si creano nuovi business angel. Non nascono founder seriali. Non si alimenta quel circolo virtuoso che caratterizza gli ecosistemi più maturi. Il sistema, semplicemente, si ingolfa.
Ma oggi va aggiunta una precisazione.
Non basta che un’exit avvenga.
Occorre chiedersi quanto valore viene creato e, soprattutto, preservato tra il momento della massima valutazione privata e quello della liquidità.
Perché, se esistono exit che moltiplicano ricchezza e competenze, ne esistono molte altre che rappresentano semplicemente il modo meno doloroso per chiudere una storia che non è riuscita a mantenere le promesse iniziali. Sono comunque meglio di nessuna exit. Ma non generano quell’effetto leva che fa crescere un ecosistema.
Gli unicorni fanno notizia. Le exit di qualità costruiscono gli ecosistemi.
Che c’entra la foto?
Nulla. O forse tutto.
È la foto di un gruppo di amici che, alla fine di un’estate su una spiaggia della Romagna, cercava di costruire la più grande pista di biglie mai realizzata. All’epoca nessuno di noi immaginava che sarebbe diventato imprenditore.
Dove tutti vedevano una spiaggia chiusa al termine della stagione, noi vedevamo un’infrastruttura.
Ogni percorso imprenditoriale inizia così: da una visione che agli altri sfugge.
La domanda era la stessa di oggi: riusciremo a costruire quello che immaginiamo? E, prima o poi, riusciremo anche a trovare la nostra exit?
Spoiler: è successo. Tre exit (anzi quattro, se decidiamo di contare anche la pista di biglie : ).





























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