Ci risiamo. Nel giro di 24 sono state diffuse due fotografie del mercato italiano del venture capital assai completamente diverse: nel primo semestre del 2026 gli investimenti sono stati di 813 milioni, 679 o poco più di 900? Anche fra gli addetti ai lavori si fa fatica a orientarsi in questa selva di numeri tra distinguo, precisazioni, esclusioni e inclusioni.
Martedì 21 luglio Growth Capital e Italian Tech Alliance hanno pubblicato il loro periodico osservatorio segnalando 145 round per un totale di 813 milioni di euro investiti. Il giorno dopo AIFI è uscita con il suo Venture Capital Monitor – VeM, l’osservatorio realizzato con Liuc, e ha spento gli entusiasmi portando gli investimenti a 679 milioni in startup e scaleup italiane, ma subito riportandolo in alto dicendo che i milioni sono 917 se si aggiungono le società estere fondate da imprenditori italiani e addirittura 928, se si considera l’intera filiera early stage, business angel inclusi.
Ovviamente questi risultati dipendono da metodologie e perimetri diversi. Il problema non è solo la molteplicità delle fonti in un mercato ancora piccolo che abbiamo già segnalato su EconomyUp, quanto la mancanza di standard che mina la leggibilità del mercato per policy maker, investitori e founder.
In un mercato che cresce e matura à normale che ci siano diversi soggetti che monitorano gli investimenti, come succede anche in Francia, Regno Unito e Germania, dove coesistono osservatori accademici, associazioni di categoria e provider dati privati senza che questo sia percepito come un problema di credibilità del mercato. La vera anomalia italiana non è, quindi, “troppi dati” ma l’assenza di un dato ufficiale, unico e riconosciuto da soggetti istituzionali (Bankitalia o Istat), come funziona per altri mercati.
L’unica cosa su cui le diverse fonti concordano è che il venture capital in Italia nel primo semestre 2026 è cresciuto di valore e si è ristretto per numero di operazioni. C’è, quindi, una concentrazione degli investimenti. Il problema è che questa crescita, nelle fotografie proposte, cambia volta a seconda del dataset utilizzato. Il problema resta: quali sono i numeri da usare quando si parla di policy, attrazione di capitali, benchmarking europeo o salute dell’ecosistem?
Vediamo nel dettaglio i dati, cercando di comprendere differenze e incongruenze.
Indice degli argomenti
Venture Capital in Italia primo semestre 2026: tre numeri, tre letture
| Numero | Fonte | Che cosa misura |
| 813 milioni € | Italian Tech Alliance/Growth Capital | Startup e scaleup italiane più le società estere con founder in maggioranza italiani (oltre metà dei dipendenti in Italia). Include il crowdfunding monitorato sulle piattaforme principali, esclude i round sotto i 50mila euro e quelli senza importo dichiarato. |
| 917 milioni € | VeM – AIFI | Solo investimenti di venture capital (i business angel puri sono esclusi) in startup e scaleup italiane (679 milioni) più le società estere con founder italiani (238 milioni). |
| 928 milioni € | VeM – AIFI, versione allargata | L’intera filiera dell’early stage italiana — venture capital, corporate venture capital e business angel, in sindacato o da soli (690 milioni) — più le società estere con founder italiani (238 milioni). |
Venture capital in Italia: il confronto tra le due fonti
La distanza fra gli 813 milioni di Italian Tech Alliance-Growth Capital e i 917 milioni del VeM non è certo frutto di errori nelle rilevazioni. Va letta alla luce di perimetri diversi, come mostra il confronto punto per punto tra i due osservatori:
| Metrica | Growth Capital – Italian Tech Alliance | VeM – AIFI |
| Ammontare H1 2026 | 813 mln€ | 679 mln€ (target IT) / 917 mln€ (+estero) / 928 mln€ (+filiera early stage) |
| Round/operazioni | 145 | 117 (target IT) / 127 (incl. follow-on) / 140 (+estero) |
| Perimetro target | Italia + estero con founder IT, oltre il 50% dei dipendenti in Italia, in un solo numero | Target italiane ed estere tenute distinte e sommate esplicitamente |
| Business angel puri | Inclusi nel conteggio round | Esclusi dal dato venture capital, sommati a parte nella filiera early stage |
| Crowdfunding | Incluso (piattaforme monitorate) | Escluso dalle stime sui business angel |
| Riferimento temporale | Signing o closing (non specificato) | Signing esplicito |
| Soglia minima | Esclusi round sotto i 50mila € e senza importo dichiarato | Non specificata |
| Revisione dati storici | Sì: il Q1 2026 è passato da 367 mln€/53 round a 411 mln€/69 round | Non risultano revisioni comparabili |
VeM usa come riferimento il signing, misura l’ammontare committed da tutti gli investitori presenti nel round e integra fonti pubbliche con segnalazioni dirette degli investitori di venture capital. I deal realizzati solo da business angel, club di angel o investitori privati non entrano nel dato venture capital e vengono sommati separatamente nella filiera early stage. Anche le startup estere con founder italiani sono tenute distinte dalle target italiane.
La conseguenza è chiara: i dati Italian Tech Alliance/ Growth Capital e quelli del VeM non possono essere letti come due stime alternative dello stesso identico mercato. Sono le fotografie di due recinti completamente diversi.
Meno round, più capitale: il segnale comune
Al netto delle differenze, le due fonti convergono su un punto: il semestre premia round più grandi e riduce l’attività nelle fasi iniziali.
Secondo Italian Tech Alliance/Growth Capital, nel primo semestre 2026 sono stati investiti 813 milioni in 145 round. Il secondo trimestre ha registrato 76 round contro i 69 del primo, ma con una lieve flessione dell’ammontare: 402 milioni contro 411. Senza mega round, il secondo trimestre viene indicato come il secondo migliore trimestre di sempre, con media e mediana in forte crescita.
VeM fotografa un andamento simile. Nel primo trimestre rileva 58 operazioni, salite a 69 nei tre mesi successivi. Il totale del semestre arriva a 127 operazioni initial e follow-on, in calo del 20%. Sulle sole target italiane, i round scendono da 146 del primo semestre 2025 a 117, mentre l’ammontare investito sale da 494 a 679 milioni, con una crescita del 37%. Se si aggiungono le società estere fondate da imprenditori italiani, il valore passa da 589 milioni nel primo semestre 2025 a 917 milioni nel 2026.
Giovanni Fusaro, direttore del Venture Capital Monitor – VeM, legge il secondo trimestre come una ripresa dopo “un inizio anno partito a rilento”. A rafforzare il segnale, dice, contribuiscono “l’aumento dell’ammontare investito rispetto al primo semestre dello scorso anno e il flusso costante di deal di Technology Transfer”.
La contrazione del pre-seed e seed
La riduzione del numero di operazioni riguarda soprattutto la parte bassa del mercato. Per Italian Tech Alliance/Growth Capital pre-seed e seed rappresentano ancora il 59% dei round conclusi, ma raccolgono rispettivamente 37 e 135 milioni di euro. Le operazioni più mature concentrano invece la gran parte del capitale: le Serie A valgono 276 milioni, le Serie B+ 274 milioni e insieme assorbono il 68% degli investimenti, pur pesando solo per il 21% delle transazioni.
Fabio Mondini de Focatiis, founding partner di Growth Capital, sintetizza il punto così: “meno operazioni nel Pre-Seed e Seed, ma dimensioni medie in significativa crescita”. Per Mondini “il vero motore è l’AI, ormai al 60% dell’ammontare investito in Europa e trasversale a tutti gli stage”, mentre il rafforzamento del late stage in Italia consente di guardare al secondo semestre con ottimismo.
Anche la classificazione VeM va nella stessa direzione, pur usando categorie diverse. Tra gli investimenti initial, i seed, inclusi i pre-seed, scendono a 47 operazioni dalle 66 del primo semestre 2025. Gli startup capital salgono leggermente, da 39 a 41, e i later stage venture passano da 5 a 7. La dinamica è coerente con un mercato più selettivo, dove meno società riescono a raccogliere capitale, ma chi supera la selezione raccoglie ticket più alti.
Software, AI, ict enterprise: tassonomie diverse, stessa concentrazione
Anche sui settori il confronto richiede prudenza. Growth Capital e Italian Tech Alliance indicano il software, che include AI e machine learning, come il settore più dinamico: il 25% dei round del semestre. Insieme a life sciences e smart city, supera la metà delle operazioni concluse. Per capitale raccolto, guidano software con 214 milioni, smart city con 165 milioni e fintech con 156 milioni. Seguono deep tech con 97 milioni e life sciences con 57 milioni. AI e machine learning risultano il primo ambito per numero di round, con 15 operazioni, e tra i primi tre per capitale raccolto. Il fintech guida per ammontare grazie soprattutto al maxi-round di Rent2Cash.
VeM usa una tassonomia diversa e assegna all’ict il 42% delle target initial, una quota quasi identica al 41% del primo semestre 2025. Dentro l’ict, però, cambia la composizione: il 90% riguarda enterprise technologies e solo il 10% digital consumer services. Seguono servizi finanziari al 13%, healthcare al 12%, biotecnologie all’8%, altri servizi al 6%, mobility e beni e servizi industriali al 5%, energia e ambiente e aerospaziale al 3%.
Luca Pagetti, head of Crescita Startup ed Ecosistemi Innovazione di Intesa Sanpaolo Innovation Center, parla di “segnali positivi di crescita e di maturità”, con investimenti complessivi in aumento su un numero minore di operazioni. La distribuzione settoriale, aggiunge, resta pressoché invariata, ma gli investitori si concentrano su realtà che hanno consolidato le proprie soluzioni, in particolare nelle ICT enterprise technologies.
Business angel, corporate e technology transfer
La parte che più differenzia VeM è la ricostruzione della filiera early stage. Limitando il perimetro alle startup con sede in Italia, venture capital e corporate venture capital hanno investito 334 milioni in 69 round. I sindacati tra venture capital, corporate venture capital e business angel hanno generato 345 milioni in 48 operazioni. I soli business angel hanno investito 11 milioni in 13 round. Il totale arriva così a 690 milioni su 130 round, contro 516 milioni su 160 round nel primo semestre 2025. Aggiungendo anche le startup estere con founder italiani, il dato sale a 928 milioni su 140 round.
Paolo Anselmo, presidente di Iban, segnala che il numero di operazioni con business angel italiani resta sostanzialmente stabile e si accompagna a deal più grandi. Allo stesso tempo, attribuisce all’instabilità normativa degli ultimi mesi un effetto negativo sugli investimenti degli angel, “portando a un dimezzamento dell’ammontare complessivo impegnato”.
Le corporate restano una componente strutturale: VeM rileva la loro presenza nel 24% dei round in società italiane, lo stesso livello del 2025. Cambia invece la provenienza dei flussi: nel primo semestre 2026 gli investitori domestici pesano per il 70% dell’ammontare, contro il 55% dell’intero 2025; gli internazionali scendono al 30%.
Il technology transfer è l’altro blocco rilevante. Secondo VeM, dal 2023 sono stati investiti quasi 1,2 miliardi in 374 operazioni, con un contributo decisivo dei poli e dei fondi di technology transfer promossi da Cdp Venture Capital e dei fondi sostenuti da ITAtech. L’effetto leva complessivo su capitali terzi supera i 700 milioni. Nei primi sei mesi del 2026 il technology transfer ha già raccolto 109 milioni in 33 operazioni, oltre la media annua del periodo 2018-2022.
Il confronto europeo: AI e mega-round spingono il mercato
Il contesto europeo aiuta a leggere il semestre italiano. Nel primo semestre 2026 l’Europa ha registrato 5.330 round per 44 miliardi di euro investiti. L’AI concentra il 60% dei capitali, mentre i mega-round rappresentano appena l’1,3% delle operazioni ma il 64% del capitale raccolto. È il livello più alto per valore degli investimenti dal 2022.
Il Regno Unito resta il primo hub europeo: 20 miliardi raccolti, pari al 46% degli investimenti continentali, più di Francia, Germania, Svezia e Svizzera insieme. In Francia i capitali si concentrano su round più grandi in AI, deep tech e transizione energetica, mentre il seed mostra maggiore tenuta. La terza fase dell’iniziativa Tibi mobiliterà 13 miliardi di euro di capitali istituzionali, con obiettivo 15 miliardi entro il 2030, per sostenere scaleup e ipo. Anche la Spagna prosegue la ripresa avviata nel 2024, sostenuta da grandi round in deep tech ed education & HR.
Alessandro Soprano, partner di Kpmg, richiama la polarizzazione globale del venture capital: nel primo semestre 2026, dice, gli investimenti globali hanno raggiunto circa 560 miliardi di dollari, più dell’intero 2025, su quasi 17mila operazioni. A trainare la crescita sono gli investitori statunitensi, l’AI e la presenza di mega-round verso asset considerati ad alto potenziale.
Che cosa dice davvero il primo semestre 2026
Il primo semestre 2026 non consegna solo diverse cifre, tutte da interpretare. Consegna una direzione: meno operazioni, più capitale medio, maggiore peso delle fasi mature, centralità di software, AI, fintech, enterprise technologies e technology transfer. L’Italia resta lontana dai grandi hub europei, ma mostra round più consistenti e una filiera early stage più articolata. Se le cose andaranno avanti come nei primi sei mesi, anche nel 2026 non si riuscirà a sfondare la soglia dei 2 miliardi di investimento, a meno che non ci sia qualche mega round.
La crescita, però, arriva insieme a un problema di leggibilità. Se il mercato può valere 679, 690, 813, 917 o 928 milioni a seconda del perimetro, la discussione pubblica rischia di usare numeri corretti in contesti sbagliati. Per gli investitori cambia il modo di leggere pipeline e concorrenza. Per i founder cambia la percezione della reale disponibilità di capitale. Per il policy maker cambia la misura dell’efficacia degli incentivi e degli interventi pubblici.
Nei mercati più maturi esiste, pur nella pluralità di voci, un riferimento condiviso a cui banche centrali, authority e stampa finanziaria si rifanno per le decisioni di policy. In Italia questo riferimento manca: né Bankitalia né Istat pubblicano una serie ufficiale sugli investimenti di venture capital, e il vuoto viene colmato da osservatori privati e associativi che rispondono a platee e logiche diverse. Il problema, allora, non è avere troppi numeri, ma non avere un arbitro.
La maturazione del venture capital in Italia passa anche da qui: non solo da round più grandi, exit più visibili e fondi più capienti, ma da metriche più trasparenti, confrontabili e stabili. Senza questo passo, ogni semestre continuerà a produrre più di una verità numerica. E il mercato, proprio mentre cresce, faticherà ancora a raccontarsi.





























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