Due giorni prima che a Torino si accendano le luci di Wave, l’evento organizzato dal fondo di venture capital Vento, una startup tedesca di robot industriali ha annunciato di aver superato la valutazione di un miliardo di dollari, un nuovo unicorno europeo quindi. Si chiama RobCo e tra i suoi investitori c’è Lingotto, la società di gestione controllata da Exor e di cui è presidente. Il “padrone di casa” di Wave. Sul palco delle OGR Elkann parlerà di intelligenza artificiale, robotica ed economia reale con Dario Amodei, fondatore e CEO di Anthropic.
Coincidenza di calendario, certo. Ma anche la conferma di un legame forte e di una strategia sulle startup e l’innovazione che la holding della famiglia Agnelli-Elkann costruisce da quasi dieci anni. È una filiera del capitale tecnologico che parte da assegni da 150mila euro a giovani founder italiani e arriva agli unicorni della Physical AI. Wave è il palcoscenico annuale e internazionale di questa strategia e, allo stesso tempo, centro di relazioni e opportunità. E, non a caso, John Elkann ha scelto questo appuntamento per debuttare su Linkedin.
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Vento-Exor non sponsorizza Wave, la organizza
Dal 7 al 9 ottobre le OGR di Torino ospitano Wave by Vento, il nuovo nome dell’Italian Tech Week. La manifestazione è nata nel 2018 e l’anno scorso ha portato a Torino oltre 15mila persone, insieme a ospiti come Jeff Bezos e Ursula von der Leyen. Il cambio di nome, hanno spiegato gli organizzatori, racconta un evento cresciuto oltre i confini di una conferenza nazionale. Ma anche la “separazione” dal quotidiano Repubblica, all’interno del quale era stata ideata, venduto nel marzo di quest’anno all’editore greco Antenna Group.
I numeri dell’edizione 2026 sono quelli di un appuntamento internazionale: più di 200 speaker, oltre 70 interventi, 4.500 incontri programmati, 45 masterclass e più di 90 eventi collaterali. Sul palco, oltre a Elkann e Amodei, sono attesi tra gli altri Jony Ive, l’ex capo del design di Apple oggi alla guida di LoveFrom, Joe Tsai, cofondatore e presidente di Alibaba, Nik Storonsky di Revolut, Tony Xu di DoorDash, Antonio Filosa, amministratore delegato di Stellantis, la direttrice dell’Economist Zanny Minton Beddoes e Luca Ferrari di Bending Spoons. Dal mondo del capitale di rischio arrivano partner di Sequoia, Andreessen Horowitz, Accel e General Catalyst.
Wave non è, quindi, una grande conferenza sponsorizzata da Exor: è organizzata direttamente da Vento, il fondo early stage finanziato interamente dalla holding. E quest’anno, per la prima volta, si entra con un biglietto a pagamento. Per capire perché un fondo di venture capital si carichi sulle spalle un evento da 15mila persone bisogna partire dall’altra estremità della filiera.
RobCo, unicorno in nove mesi: la scommessa è sulla Physical AI
Il 5 ottobre RobCo ha annunciato di avere superato il miliardo di dollari di valutazione, raddoppiandola in nove mesi. La società è nata nel 2020 a Monaco di Baviera come spin-off della Technical University of Munich, fondata da Roman Hölzl, Paul Maroldt e Constantin Dresel, e oggi opera tra Monaco, Austin e San Francisco.
Il suo campo è la Physical AI, l’intelligenza artificiale che non si limita a elaborare testi e immagini ma percepisce l’ambiente e agisce nel mondo fisico. RobCo costruisce robot industriali modulari, con hardware e software integrati in un’unica piattaforma, e li offre con la formula del Robotics-as-a-Service: il cliente non compra la macchina, la usa come un servizio. Il robot di punta, Alfie, è pensato per le fabbriche dove si producono molte varianti in piccoli lotti e lavora su carico e scarico delle macchine, palletizzazione, movimentazione dei materiali e finitura. Tra i clienti ci sono BMW, T-Systems e Rosenberger.
La relazione con la galassia Exor non nasce adesso. Il 29 gennaio 2026 RobCo aveva raccolto 100 milioni di dollari in un round di Serie C guidato da Lightspeed Venture Partners e Lingotto Innovation, con Sequoia Capital, Greenfield Partners, Kindred Capital, Leitmotif e The Friedkin Group. Quel round valutava la società intorno ai 500 milioni.
Nella nuova operazione tornano Lingotto, Sequoia, Lightspeed, Greenfield, Kindred e Promus Ventures, affiancati da due nuovi investitori, Cherry Ventures ed European Tech Collective. Si tratta, va detto, di un’operazione secondaria, che consente a una parte dei dipendenti di vendere azioni e monetizzare il valore creato. RobCo precisa che entra anche nuovo capitale, senza dire quanto. La valutazione da un miliardo misura quindi la fame degli investitori per la robotica intelligente, non la dimensione di un nuovo round.
Lingotto, il piano alto: dal venture alla Borsa
Il filo che porta da RobCo a Elkann passa per Lingotto Investment Management, società di gestione con sede a Londra fondata nel 2023 e interamente controllata da Exor. Ha superato i 10 miliardi di dollari di masse gestite e dal 1° luglio 2026 Elkann ne è presidente. Nella relazione semestrale la holding valuta i propri investimenti nelle strategie di Lingotto 4,4 miliardi di euro: il 12,4% del patrimonio lordo di Exor, la stessa quota di Philips.
Dentro Lingotto c’è Lingotto Innovation, guidata da James Anderson, per decenni uno dei gestori più noti di Baillie Gifford, dove è stato tra i primi grandi investitori in Tesla. Al 30 giugno 2026 gestiva circa 1,8 miliardi di dollari. Non è un fondo di venture capital tradizionale: può investire lungo tutto il ciclo di vita di un’impresa, dal capitale di rischio fino alle società quotate, concentrando le scommesse su poche aziende da tenere a lungo.
Exor è uno dei due investitori fondatori di Lingotto Innovation, insieme alla compagnia assicurativa francese Covéa, ma non l’unico: a fine giugno la sua quota valeva 469 milioni di euro, in crescita dai 345 di inizio anno. Lingotto si può, quindi, ricondurre alla galassia Exor, ma non tutto il capitale gestito arriva da quella holding.
Il primo capitolo: da Exor Seeds a Ora Global
L’interesse di Exor per le startup è nato, però, molto prima di Lingotto. Il primo veicolo strutturato è stato Exor Seeds, poi ribattezzato Exor Ventures, avviato alla fine del 2017 sotto la guida di Noam Ohana, manager di fiducia molto vicino alla famiglia Elkann, con l’idea di investire dalle fasi iniziali fino ai round più avanzati. Nel giro di pochi anni il portafoglio ha superato le cento società, soprattutto in sanità, mobilità, fintech, software e AI.
Fin dall’inizio il portafoglio è internazionale. Tra le partecipazioni che Exor indicava come rappresentative c’erano Qonto, la fintech francese dei conti per imprese e professionisti; Brex, piattaforma americana di gestione delle spese aziendali; Tekion, software cloud per i concessionari d’auto; CARS24, marketplace indiano dell’usato; Crusoe, passata dall’energia ai data center per l’intelligenza artificiale; Multiply Labs, robotica per la produzione farmaceutica; Upway, marketplace europeo delle e-bike ricondizionate.
Una diversificazione che rende difficile parlare di corporate venture capital in senso classico. L’obiettivo non era trovare tecnologie da portare dentro le aziende controllate da Exor, ma intercettare le imprese con il potenziale di crescita più alto nei nuovi mercati.
Questa fase si chiude nell’ottobre 2024. Exor annuncia che Ohana lascia il gruppo per fondare una propria società, continuando però a gestire da manager indipendente il portafoglio Exor Ventures, allora valutato 640 milioni di euro. Quella società oggi si chiama Ora Global e nella semestrale 2026 il vecchio portafoglio compare con il suo nome. Il dato più interessante è il valore: 924 milioni di euro al 30 giugno, con un incremento di 194 milioni nel solo primo semestre, trainato da AI, sanità e fintech. La holding scrive che il fondo sta entrando nella fase di “realizzazione del valore”: dopo gli anni della semina, è il momento di incassare.
Il caso Via, da scommessa a partecipazione quotata
Il caso più interessante per capire come funziona la filiera tech creata da Elkann è Via Trasnportation, la società fondata a New York nel 2012 da Daniel Ramot e Oren Shoval che sviluppa software e servizi per il trasporto pubblico. Una startup americana considerata, però, israeliana dalla stampa di Gerusalemme.
Nel marzo 2020 Exor investe 200 milioni di dollari per l’8,87% del capitale. A seguire l’operazione è il team di Exor Seeds: Ohana entra nel consiglio di amministrazione. Nel febbraio 2023 la holding aggiunge altri 50 milioni di dollari partecipando a un round da 110 milioni. A settembre 2025 Via si quota al New York Stock Exchange. Al 30 giugno 2026 Exor detiene il 17,3% dei diritti economici e il 12,2% dei diritti di voto, per un valore indicato in circa 200 milioni di euro.
Il percorso è esemplare: il venture fa da esploratore, conosce un’azienda da vicino e permette alla holding di salire di scala quando la società è pronta. Il ritorno, almeno finora, lo è meno, perché il valore della partecipazione resta nell’ordine di quanto è stato investito. È la lezione che il venture capital insegna a tutti, anche alle dinastie industriali: entrare presto non basta, bisogna anche uscire bene.
Vento, cercare founder italiani ovunque siano
All’altra estremità della filiera c’è Vento. Nasce nel 2022 e oggi si presenta come il fondo privato più attivo in Italia nell’early stage. Elkann, nella lettera della semestrale, ne fa risalire le radici al 2016, a un primo progetto di sostegno al talento imprenditoriale italiano: dieci anni nei quali, ha scritto su Linkedin, sono state finanziate oltre 210 startup che danno lavoro a più di 3mila persone e valgono complessivamente oltre 3 miliardi di euro.
La svolta è del marzo 2025, quando Vento lancia il secondo fondo da 75 milioni di euro, con Exor unico investitore, ed Elkann ne assume la presidenza. La formula è volutamente semplice: 150mila euro di investimento iniziale, possibili follow-on fino a un milione, decisioni rapide, nessun vincolo di settore. L’unico requisito è avere almeno un founder italiano, ovunque l’azienda abbia sede. L’obiettivo dichiarato è arrivare a 375 investimenti in cinque anni.
«In Italia le startup soffrono della mancanza di capitali, ma in questi anni abbiamo scoperto che, se ci sono idee e persone, le possibilità esistono», ha detto John Elkann in un’intervista al Corriere della Sera dello scorso marzo.
Nel portafoglio di Vento ci sono nomi come Jet HR, Serenis, Lexroom, Qomodo, Ephos, Eoliann, Sibill, PandasAI e Planckian, accanto a molte startup ancora alle prime armi. E attorno al fondo Vento ha costruito due strumenti che vanno oltre l’assegno: Reef, un programma di venture building che ogni anno riunisce a Torino una quarantina di aspiranti imprenditori per far nascere nuovi team, e appunto Wave.
Perché un fondo da 75 milioni organizza un evento da 15mila persone
Torniamo così alle OGR. Per un fondo che punta su centinaia di startup alle primissime fasi, il capitale è solo una parte del lavoro. Il resto è accesso: ai talenti, alle competenze, soprattutto a chi potrà finanziare il salto dalla prima fase alla crescita internazionale. Wave dichiara un network di oltre 1.500 startup e altrettanti investitori. È questa la vera infrastruttura che Vento sta costruendo.
La logica è quella degli ecosistemi venture più maturi, dove gli eventi sono macchine per generare deal flow e relazioni. Per un founder italiano significa poter incontrare Sequoia o Andreessen Horowitz a Torino, senza dover necessariamente dover volare a San Francisco. Per Vento significa aumentare le probabilità che le sue scommesse trovino i capitali dei round successivi. Il biglietto a pagamento, introdotto quest’anno, dice anche che l’evento è diventato un prodotto, non più soltanto una vetrina.
Tre livelli, una regia: quanto pesa la filiera tech di Exor
Messa in fila, l’architettura costruita nel tempo da John Elkann è chiara.
Vento presidia pre-seed e seed e cerca founder italiani ovunque decidano di costruire la loro azienda. Ora Global gestisce il portafoglio internazionale nato con Exor Seeds dal 2017, oggi in mano a un gestore esterno ma di proprietà della holding. Lingotto Innovation investe su società private e in Borsa, puntando su nuove imprese tecnologiche che possono diventare leader globale.
Non sono tre fondi intercambiabili, e non tutte le loro decisioni possono essere raccontate come “investimenti di John Elkann”: hanno team, strategie e investitori diversi. Il filo comune è Exor, che finanzia interamente Vento, possiede il vecchio portafoglio e controlla Lingotto. Ed Elkann ha avuto un ruolo diretto nella strategia: è amministratore delegato di Exor, presidente di Vento e, da luglio di quest’anno, presidente di Lingotto.
C’è però una questione di proporzioni che non può essere dimenticata. Il patrimonio lordo di Exor vale circa 36 miliardi di euro e Ferrari, da sola, ne rappresenta più di un terzo. Il portafoglio di Ora Global pesa meno del 3%. La quota di Exor in Lingotto Innovation vale meno di mezzo miliardo, e il secondo fondo di Vento è di 75 milioni. Gli oltre 4 miliardi investiti nelle strategie di Lingotto sono in gran parte titoli quotati. E quando Elkann parla di grandi mosse, come ha fatto presentando i conti 2025, parla di un nuovo investimento “di scala e ambizione simili a Philips”. E stiamo parlando di un’operazione – quella sul gruppo olandese in cui gli Elkann potranno salire fino al 22% – di oltre 2 miliardi di dollari La filiera tech, quindi, è un laboratorio sempre più strutturato, certamente non ancora il cuore della holding.
Non c’è ancora il caso italiano di successo
Domani alle OGR Elkann discuterà di AI con l’uomo che guida uno dei laboratori più avanzati del mondo, e l’investimento su RobCo è la prova che la holding sa stare dove si gioca la prossima partita dell’intelligenza artificiale: dentro le fabbriche. Ma il test vero di questa filiera non si vedrà su un palco.
Guardiamo i casi di successo. RobCo è tedesca. Via è nata a New York. Le scaleup del vecchio portafoglio sono francesi, americane, indiane. Il percorso completo, quello che porta un founder italiano dal primo assegno di Vento a un round guidato da Lingotto e magari fino alla Borsa, non è ancora stato percorso da nessuno. È il gradino che manca: diventare internazionali, sì. Ma mantenendo un cuore italiano. Sull’editoria John Elkann ha preferito rinunciare, nell’automotive la tensione è continua, nell’innovazione potrebbe dimostrare che si può fare di più.































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