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Le mega-IPO del 2026 potrebbero ridisegnare i mercati azionari (così come li conosciamo)



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SpaceX, OpenAI, Anthropic: tre mega-IPO che mettono sotto pressione i meccanismi di mercato, che tende ad adattarsi a poche grandi aziende. Come dimostrano le recenti modifiche di tre regole del Nasdaq

Pubblicato il 2 giu 2026



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Un paio di mesi fa avevo definito il 2026 come l’anno delle mega-IPO. La probabile quotazione in borsa di tre giganti della “nuovissima economia” (SpaceX, OpenAI e Anthropic), con valutazioni nell’ordine del trilione di dollari ciascuna (anche Anthropic, dopo il Series H da 65 miliardi di dollari appena annunciato), potrebbe riversare una montagna di denaro sull’industria del Venture Capital.

Allo stesso tempo mi interrogavo se una riapertura della finestra delle IPO trainata da appena tre outlier, quindi caratterizzata da una concentrazione estrema, fosse davvero un fenomeno sano e auspicabile. Purtroppo i miei dubbi non sembrano essere del tutto infondati.

Le mega-IPO 2026, una svolta per il mercato dei capitali

La dimensione delle aziende coinvolte e la loro crescente rilevanza strategica non si limitano a mettere sotto pressione i meccanismi di mercato: rischiano di modificare le regole del gioco stesse e, con queste, il modello stesso di capitalismo americano.

In particolare le storie recenti emerse intorno a SpaceX ed OpenAI, nella loro diversità, sottendono le stesse domande di fondo:

  • I mercati azionari sono ancora in grado di “prezzare” le aziende? Esiste ancora la disciplina esercitata dai mercati? 
  • Oppure i mercati vengono sempre più ridisegnati attorno a poche società troppo grandi, troppo strategiche o troppo simboliche per rientrare nelle regole esistenti?

Il caso SpaceX e le nuove regole del Nasdaq

SpaceX, secondo The Economist, è destinata ad essere la più grande IPO della storia (potenzialmente il doppio di Saudi Aramco ed Alibaba – sotto i 40 miliardi raccolti nel 2019 e 2014 rispettivamente). Potrebbe avvicinarsi ad una valutazione di 1,75 trilioni di dollari pur continuando a registrare perdite significative. Quotazione tuttavia possibile anche grazie a modifiche regolatorie del NASDAQ, percepite da molti come costruite su misura.

Difatti, il 1° maggio NASDAQ ha modificato (silenziosamente) tre regole:

  • Il tempo minimo per entrare nel Nasdaq 100 è stato ridotto da 3 mesi a 15 giorni 
  • Il requisito minimo di free float è stato di fatto eliminato 
  • Una quota del 5% di flottante può essere ponderata negli indici come se fosse il 15% 

Tre settimane dopo, le indiscrezioni sull’IPO di SpaceX hanno subito una fortissima accelerazione.

Coincidenza o meno, le implicazioni sono enormi. Se solo il 4–5% delle azioni è realmente scambiato sul mercato, i fondi passivi potrebbero essere costretti meccanicamente ad acquistare volumi che il mercato non è fisicamente in grado di offrire.

Nasce così una dinamica insolita: il prezzo non viene più determinato soltanto dall’incontro tra domanda e offerta, ma anche dalla meccanica stessa degli indici. I risparmiatori retail comprano in automatico. Gli insider ottengono liquidità.

La struttura stessa del mercato diventa parte della storia di valutazione.

OpenAI e i benefici a tutta l’umanità

Dopo la sconfitta nella causa intentata da Elon Musk, uno degli ostacoli principali al percorso verso la quotazione di OpenAI è venuto meno. Ma la vera domanda oggi non è più giuridica. È filosofica.

OpenAI ha adottato lo scorso anno una struttura di “Public Benefit Corporation”, che impone formalmente di bilanciare il ritorno per gli azionisti con una mission più ampia: “assicurare che l’AGI benefici tutta l’umanità”.

Suona nobile. Ma cosa succede quando questa struttura viene quotata sui mercati con volumi di capitali così ampi? Alcuni studiosi di diritto societario osservano che mission formulate in termini così ampi potrebbero finire per giustificare quasi qualsiasi scelta manageriale.

Se questo fosse vero, l’IPO non testerebbe soltanto quanto può spingersi l’AI (in uno dei suoi campioni, l’altro – Anthropic – è in scia) in termini di valutazione. Testerebbe la disponibilità dei mercati e degli investitori ad investire in società in cui la massimizzazione del profitto non è più il principio guida esclusivo (il che potrebbe essere molto interessante in una prospettiva di CSR, ad oggi disciplina più dichiarata che praticata) ovvero (lato oscuro della forza) società che possono esercitare una discrezionalità quasi assoluta (visto che la “mission” rappresenta semplicemente un ulteriore livello narrativo).

Le mega-IPO 2026 e i mercati

La prossima generazione di mega-IPO potrebbe non rispettare più i presupposti fondamentali su cui i mercati azionari moderni sono stati costruiti::

  • formazione trasparente dei prezzi 
  • flottante significativo 
  • primato dell’azionista 
  • framework di valutazione chiari 

Gli stessi mercati rischiano invece di doversi piegare ad incoronare e premiare con valutazioni e capitali (attraverso una index-engineered demand) singole iniziative imprenditoriali.

Il 2026 potrebbe essere ricordato non semplicemente come l’anno della riapertura del mercato delle IPO. Potrebbe essere l’anno in cui i mercati azionari hanno iniziato ad adattarsi alle aziende più grandi, anziché costringere le aziende ad adattarsi ai mercati.

Se così fosse, non assisteremmo soltanto a nuove quotazioni record. Assisteremmo a una trasformazione molto più profonda: quella dell’architettura stessa del capitalismo finanziario occidentale.

La domanda finale è semplice. Sono ancora i mercati a plasmare le aziende? Oppure siamo entrati nell’era in cui poche aziende sono diventate abbastanza grandi da plasmare i mercati stessi?

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