Una startup biotech milanese ancora in fase preclinica raccoglie 40 milioni di euro. Il dato, da solo, rende il round di Aptadir Therapeutics insolito per il mercato italiano. Ma è soprattutto quello che è successo prima a rendere interessante l’operazione: la società era partita nel 2024 con un investimento pre-seed da appena 1,6 milioni di dollari e con una tecnologia nata dalla ricerca scientifica. Due anni dopo è riuscita ad attirare un fondo internazionale specializzato e una platea di investitori italiani ed esteri per finanziare il passaggio successivo verso la sperimentazione clinica.
È proprio questo salto a rendere Aptadir un caso interessante per il sistema dell’innovazione italiano. Il problema del deep tech, e in particolare delle life science, non è soltanto produrre buona ricerca o creare startup intorno a un brevetto. È riuscire a finanziare per anni lo sviluppo di tecnologie che richiedono molto capitale prima di poter dimostrare il proprio valore sul mercato.
Il round annunciato da Aptadir Therapeutics il 29 settembre vale 40 milioni di euro, circa 45 milioni di dollari, ed è guidato da 4BIO Capital, società internazionale di venture capital specializzata nel biotech.
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Chi ha investito nel round da 40 milioni di Aptadir
Accanto a 4BIO Capital torna a investire EXTEND, il Polo Nazionale di Trasferimento Tecnologico dedicato al biofarmaceutico che aveva sostenuto Aptadir fin dal pre-seed. Partecipano inoltre CDP Venture Capital attraverso il Digital Transition Fund, Indaco Venture Partners con Indaco Bio Structure e Indaco Bio Parallel Lombardia, XGEN Venture e CE-Ventures. A questi si aggiungono l’investimento diretto di Angelini Ventures, Kerna Ventures, Italian Angels for Biotech e Club degli Investitori.
La composizione del round è significativa quasi quanto la sua dimensione. Attorno alla stessa società si ritrovano infatti venture capital specializzati, capitale pubblico, corporate venture capital, business angel e investitori internazionali. È la struttura finanziaria necessaria quando l’innovazione da finanziare non è un software che può raggiungere il mercato in pochi mesi, ma una tecnologia terapeutica che deve attraversare sviluppo preclinico, sperimentazione clinica e iter regolatori.
Dima Kuzmin, managing partner di 4BIO Capital, sottolinea proprio la combinazione tra originalità scientifica e possibilità di trasformarla in più prodotti terapeutici. Secondo il fondo, esistono le condizioni, dalla scienza al management, per accompagnare la tecnologia verso la fase clinica.
Che cosa fa Aptadir Therapeutics
Aptadir Therapeutics è nata nel 2024 a Milano per sviluppare una nuova classe di terapie basate su RNA. La storia scientifica, tuttavia, precede di molti anni la costituzione della società.
La tecnologia deriva da ricerche condotte da un gruppo internazionale che comprende Annalisa Di Ruscio e Daniel Tenen del Beth Israel Deaconess Medical Center, Vittorio de Franciscis del Consiglio Nazionale delle Ricerche e Marcin Kortylewski del City of Hope National Medical Center. Il lavoro scientifico alla base della piattaforma coinvolge anche il Cancer Science Institute di Singapore.
Nel 2023 la società ha acquisito la licenza esclusiva di due brevetti del CNR relativi a questa classe di inibitori dell’RNA e al loro impiego terapeutico. La nascita di Aptadir annunciata dal CNR nell’ottobre 2024 era stata accompagnata da un finanziamento pre-seed da 1,6 milioni di dollari da parte di EXTEND.
La piattaforma utilizza molecole definite DNMTs Interacting RNAs, o DiRs. In termini semplificati, l’obiettivo è intervenire sui meccanismi che determinano il silenziamento anomalo di specifici geni. Gli RNA sviluppati dalla società puntano a bloccare la metilazione aberrante del DNA a livello di un singolo gene, con l’obiettivo di riattivarne l’espressione. Il candidato principale è CAP1-FMR1, destinato alla sindrome dell’X fragile, mentre Aptadir sta sviluppando una pipeline più ampia indirizzata a malattie genetiche e oncologiche per le quali esistono bisogni terapeutici ancora insoddisfatti.

È qui che Giovanni Amabile, Executive Chairman, colloca il significato industriale dei 40 milioni raccolti. La dimensione del round, sostiene, riflette «il potenziale della nostra tecnologia DiRs e la qualità di un team scientifico realmente internazionale». Ma soprattutto il finanziamento permette alla società di passare dalla scoperta scientifica allo sviluppo di una pipeline: con il sostegno degli investitori, spiega Amabile, Aptadir può lavorare a candidati terapeutici con l’obiettivo di «ripristinare pathway genetici che per decenni sono stati considerati irreversibilmente silenziati».
Il punto è rilevante anche per interpretare correttamente il round. I 40 milioni non finanziano l’espansione commerciale di un prodotto già validato, ma servono a trasformare una piattaforma scientifica in programmi terapeutici capaci di avanzare verso la clinica. Aptadir rimane una società preclinica e il rischio tecnologico è quindi ancora elevato.
Dal laboratorio al capitale: il ruolo di EXTEND
È qui che la vicenda Aptadir supera il perimetro della singola startup.
EXTEND è stato creato da CDP Venture Capital nel 2022 insieme a Evotec e Angelini Ventures con un obiettivo esplicito: costruire un’infrastruttura capace di accompagnare la ricerca biofarmaceutica dal laboratorio alla nascita di imprese finanziabili dal venture capital.
Il modello prevede quindi che il technology transfer non si esaurisca nella concessione di un brevetto o nella costituzione formale di uno spin-off. La ricerca deve essere validata, trasformata in un progetto industriale, dotata di un management e accompagnata fino al punto in cui investitori specializzati siano disposti ad assumersi il rischio delle fasi successive.
La strategia complessiva del Fondo Technology Transfer di CDP Venture Capital, che dispone di 380 milioni di euro, segue proprio questa logica: investimenti diretti attraverso poli che collegano università, centri di ricerca e investitori privati e investimenti indiretti in fondi di venture capital specializzati, per sostenere nel medio-lungo periodo le imprese nate dalla ricerca.
Nel caso di Aptadir, l’hub non è arrivato quando la startup aveva già dimostrato di poter attrarre venture capital internazionale: è intervenuto all’inizio, quando il rischio era molto più alto.
Claudia Pingue, Head of Technology Transfer Fund di CDP Venture Capital e presidente di EXTEND, ricostruisce il percorso con chiarezza: «Abbiamo riconosciuto fin dall’inizio quanto potesse essere potente la scienza di Aptadir». Da questa valutazione, spiega, è nata la decisione di contribuire alla creazione della società e di investire «fin dalle primissime fasi, quelle a più alto rischio», prima con il pre-seed e ora partecipando al nuovo seed.
È una dichiarazione che aiuta a leggere la progressione finanziaria della società. Nel 2024 EXTEND aveva sostenuto il lancio di Aptadir con 1,6 milioni di dollari. Due anni dopo la startup raccoglie 40 milioni di euro in un round guidato da 4BIO Capital, un venture capital internazionale specializzato nelle biotecnologie. Il capitale iniziale ha quindi finanziato proprio quella parte del percorso nella quale una tecnologia può essere scientificamente promettente, ma non ancora sufficientemente matura per attirare investitori disposti a impegnare decine di milioni.
La “death valley” del deep tech
È uno dei passaggi più difficili dell’innovazione scientifica. Una scoperta può essere sufficientemente promettente per produrre brevetti e pubblicazioni, ma ancora troppo lontana dal mercato per convincere investitori generalisti. Nel biotech questa distanza è particolarmente ampia: servono capitali consistenti per trasformare un risultato di laboratorio in un candidato terapeutico e portarlo attraverso le successive fasi di sviluppo.
È quella che viene spesso definita “death valley” del trasferimento tecnologico: lo spazio finanziario e industriale che separa la ricerca dalla possibilità di costruire un’impresa investibile su scala internazionale.
Nel caso Aptadir, la sequenza è leggibile con particolare chiarezza: ricerca scientifica internazionale con una componente italiana, brevetti del CNR, licenza della proprietà intellettuale, investimento pre-seed di un hub di technology transfer, costruzione della startup e, infine, ingresso di un venture capitalist internazionale specializzato con un round di dimensioni molto superiori.
Non significa che il rischio tecnologico sia stato superato. Aptadir è ancora in fase preclinica e proprio il nuovo capitale dovrà consentire di affrontare una parte delle verifiche decisive. Significa però che il rischio è diventato finanziabile da investitori privati specializzati.
Perché 40 milioni al seed cambiano la prospettiva
La dimensione dell’operazione conta. Tech.eu indica quello di Aptadir come uno dei maggiori seed round realizzati da una startup health italiana, e la stessa società lo colloca tra i maggiori finanziamenti europei early stage del settore.
Nel biotech, tuttavia, confrontare un seed da 40 milioni con i seed del digitale può essere fuorviante. I fabbisogni di capitale sono radicalmente differenti. La cifra va letta soprattutto come indicatore della quantità di risorse che può essere necessaria per trasformare un asset scientifico in un candidato terapeutico capace di raggiungere la sperimentazione clinica.
È anche una chiave per interpretare uno dei problemi strutturali del deep tech italiano. Generare nuove startup dalla ricerca è solo il primo passaggio. Se quelle società rimangono sottocapitalizzate, rischiano di non arrivare alla fase in cui la tecnologia può essere validata industrialmente oppure di dover cercare molto presto fuori dall’Italia le risorse necessarie alla crescita.
Il caso Aptadir suggerisce una possibile architettura alternativa: capitale pubblico e corporate nelle fasi iniziali ad altissimo rischio, infrastrutture di technology transfer per costruire l’impresa e validare la tecnologia, fondi verticali italiani e infine venture capital internazionale quando il progetto raggiunge una maturità sufficiente.
Il passaggio da 1,6 a 40 milioni in due anni rende visibile questa staffetta finanziaria.
Il vero test arriverà con la fase clinica
Resta una distinzione importante. Un grande round non dimostra ancora il successo industriale o terapeutico della tecnologia. Nel biotech il capitale raccolto serve precisamente a finanziare esperimenti e sviluppo che possono confermare oppure smentire le ipotesi iniziali.
Per Aptadir il prossimo passaggio sarà quindi portare la piattaforma oltre la fase preclinica e verificare se CAP1-FMR1 e gli altri candidati possano tradurre i risultati scientifici in terapie.
Per l’ecosistema italiano, invece, un risultato è già osservabile: una tecnologia nata anche dalla ricerca pubblica italiana ha prodotto proprietà intellettuale, è stata trasferita a una nuova impresa, ha ricevuto capitale nelle fasi di massimo rischio e ha successivamente attirato un investitore internazionale specializzato.
È precisamente il percorso che il technology transfer dovrebbe rendere possibile.




























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