“Ho cominciato da sola, adesso siamo in otto ed entro la fine dell’anno ci sposteremo in una sede più grande, con spazi dove poter accogliere le nostre venture”. ZNEXT un anno dopo, facciamo il punto sul venture builder del gruppo Zanichelli con la CEO Elena Lavezzi, a cui non manca l’esperienza dello startup ma anche quella delle organizzazioni complesse, visti i suoi precedenti in Uber, Circle e Revolut.
ZNEXT è un buon esempio per la corporate innovation italiana: la visione e il progetto della proprietà storica (la famiglia Enriques ), la scelta di una leader giovane ma con esperienze internazionali distonica rispetto al business tradizionale, un commitment chiaro, una governance distinta rispetto a Zanichelli Venture (il corporate venture capital) pur in un clima di grande collaborazione e, cosa non da poco, un budget altrettanto noto e definito: 60 milioni di euro per costruire startup in EdTech, Future of Work e Wellbeing.
Un anno dopo ZNEXT ha due “anime” che oggi convivono nella stessa squadra: il venture building puro, cioè la co-fondazione di startup da zero, e un dipartimento M&A che guarda a realtà già in crescita, con un fatturato tra 1 e 15 milioni di euro e dove è nata l’acquisizione di Factanza.
Nei primi dodici mesi sono nate tre venture, in primavera è partito il primo Founders Program e quest’anno si comincia a guardare oltreconfine, prima tappa Spagna.
Il 23 giugno 2025 veniva lanciato ufficialmente ZNEXT. Che cosa è accaduto in questi 12 mesi?
Siamo partiti a gennaio dell’anno scorso e abbiamo costruito da zero un team che oggi conta cinque persone nel core team più tre risorse junior, che stanno facendo un buon percorso di crescita. È un team che opera in maniera autonoma rispetto a Zanichelli Venture e a Zanichelli Editore: abbiamo un nostro consiglio di amministrazione, i nostri obiettivi, la nostra governance, una dotazione di 60 milioni di euro. Con Zanichelli Venture collaboriamo, ci parliamo quasi su base quotidiana: se intercettiamo progetti più adatti a un percorso da venture capital li segnaliamo a loro, e viceversa, se Enrico (Poli, Direttore di Zanichelli Venture, ndr.) incontra un imprenditore più adatto al nostro modello, lo segnala lui a noi, anche se loro stanno a Bologna e noi a Milano.
Come si sono manifestate le due anime di ZNEXT, il venture building e l’M&A?
Da un lato c’è il venture builder, dove cofondiamo insieme ai founder, cercando le sfide giuste nelle tre industrie su cui puntiamo: EdTech, Future of Work e Wellbeing. È un lavoro enorme ma molto bello, perché ci permette di essere vicini all’operatività, di essere coinvolti, di appassionarci. Una delle cose che guardiamo nei founder è proprio questa: con questa persona vogliamo lavorare per i prossimi dieci anni? Dall’altro lato c’è il dipartimento M&A, che ci permette di approcciare realtà in una fase diversa, di crescita: guardiamo aziende che vanno da 1 a circa 15 milioni di fatturato. È un range che ci permette ancora di acquisire la maggioranza e di intervenire davvero, con le nostre competenze, il nostro network per far scalare l’azienda in una maniera diversa rispetto a come sarebbe successo senza il nostro ingresso.
Quante venture avete lanciato in questo primo anno?
Per cofondare una realtà ci vuole tempo, e anche negoziare un’acquisizione tempo. Abbiamo lanciato il primo “frutto” del venture builder nel suo primo anno di vita: si chiama Ekory e la collochiamo sotto l’industria del Future of Work. Poi è entrata a far parte del nostro portafoglio anche Pausetiv, che collochiamo invece sotto il Wellbeing.
Raccontaci Pausetiv: che cos’è e perché avete scelto questo progetto?
È un progetto che si rivolge a donne in una fascia di perimenopausa o menopausa per metterle in contatto con uno specialista. In Italia manca di solito un’educazione su questa fase della vita di una donna, al punto che non se ne riconoscono nemmeno i sintomi. La founder, Clarice Pinto, una delle più senior che abbiamo, arriva da oltre 20 anni di lavoro in una corporate in Brasile, ha girato il mondo, ed è una persona molto forte. Lei stessa, sulla sua pelle, ha vissuto il fatto che quando ha iniziato ad avere certi sintomi non è riuscita a ricollegarli a questa nuova fase della vita, proprio perché non c’è conoscenza diffusa su questo tema, né molti specialisti a cui rivolgersi. Riteniamo che possa fare un ottimo lavoro in una fascia che oggi non è coperta né in Italia né in Europa.
Sembra un progetto lontano dal core business editoriale di Zanichelli. Perché ZNEXT ha deciso di guardare anche al Wellbeing?
È lontano, ma noi guarderemo molte cose nel Wellbeing nel tempo, perché il nostro obiettivo è continuare a formare i cittadini del futuro. Cerchiamo le tecnologie, i modelli di business, i founder che intervengono nelle aree della crescita, del lavoro, dell’apprendimento, che possano sbloccare il massimo del potenziale umano delle persone. Ma se non stai bene fisicamente e mentalmente, se non hai consapevolezza e informazione, come fai a studiare bene, a performare bene? Il benessere è una premessa dell’apprendimento. E non è una scoperta solo nostra: anche i fondi di venture capital più importanti al mondo, che erano partiti su verticali puramente legati all’EdTech, negli anni hanno espanso la propria tesi di investimento su Future of Work e Wellbeing, perché sono industrie con moltissime opportunità e moltissimi progetti in nascita.
Con la terza venture, però, tornate nell’EdTech. Che cosa farà?
Abbiamo trovato un’imprenditrice fortissima, Francesca Todeschini, e abbiamo lanciato un progetto che si rivolge agli studenti che devono affrontare il semestre filtro di Medicina. C’è stato un grande cambiamento per l’ingresso nelle facoltà di medicina: oggi c’è un esame con tre materie, che vanno preparate in sei mesi. Come farlo dipende molto dal percorso di studi fatto prima — liceo classico, scientifico, scientifico tecnologico o istituto professionale. Zanichelli ha già i contenuti, fa i libri su quelle materie da sempre: quello che deve cambiare è il modo di distribuirli. Abbiamo trovato, crediamo, un buon modo per supportare lo studente nella preparazione tramite l’intelligenza artificiale, ma con contenuti di massima qualità rispetto a tanti altri player che offrono questo tipo di servizio senza avere i contenuti proprietari: magari mettono in piedi un’infrastruttura che aggrega materiale da altre fonti, noi invece siamo proprietari dei contenuti e questo ci dà un vantaggio qualitativo difficile da replicare.
Anche in questo caso la founder è una donna…
Sì, l’imprenditoria femminile ha ancora bisogno di sostegno e, quando possiamo, non lo facciamo mancare. È vero che oggi ci sono più founder donne, ne parliamo, ne intercettiamo tante, ne stiamo conoscendo tante. Però mi piacerebbe ricevere molte più application da donne imprenditrici. Ne abbiamo una in fase di validazione adesso che è bravissima, ma fatico a dire che riceviamo lo stesso numero di candidature da donne che da uomini.
Quindi avanti donne e giovani?
Non è detto. Non vedo un tema anagrafico: non sono assolutamente dell’idea che un founder forte debba essere necessariamente molto giovane. Dipende dal progetto. Sull’M&A, per esempio, ci confrontiamo anche con imprenditori molto più maturi, che hanno messo in piedi aziende che fatturano, che funzionano, che sono in piedi da decenni. Poi abbiamo due due co-founder bravissime e talentuose come Bianca Arrighini e Livia Viganò di Factanza, che lavorano benissimo insieme: vederle mi fa pensare a quanto sia bello, nella vita, trovare un partner capace con cui si ha una grande intesa professionale.
A proposito di founder. A marzo avete lanciato il ZNEXT Founders Program. Di cosa si tratta e perché avete deciso di farlo?
Avevamo l’obiettivo di intercettare una decina di profili di persone che non avevano ancora un’idea imprenditoriale precisa, ma che erano pronte, in una fase della vita giusta, per un percorso di validazione di quattro mesi. Se la validazione dà un risultato positivo, alla fine di questo periodo sono pronte a fare il salto e diventare imprenditori. Farlo con noi è molto diverso che farlo da soli, magari lasciare un lavoro, chiudersi in una stanza per 12 mesi e cercare di capire se l’idea funziona. È un bell’elemento di derisking farlo con un player come noi, che ha un team che per anni ha lavorato con le startup, le ha supportate nel fundraising, ha costruito business plan.
Quante candidature avete ricevuto e come avete selezionato i partecipanti?
Cercavamo dieci profili, abbiamo ricevuto centinaia di candidature. Le abbiamo scremate fino a tredici persone, dicendo: questi tredici sono forti, diamo loro questa possibilità, chi più chi meno. Alcuni hanno deciso di seguire insieme lo stesso progetto per poi cofondare.
L’idea di impresa parte da loro o da voi?
L’idea d’impresa la abbiamo noi in una fase iniziale, ma nei quattro mesi sono loro a tirare fuori davvero l’azienda. Partiamo da macroaree dove vediamo del potenziale, ad esempio il mondo dei blue collar. È un’area amplissima, dentro la quale puoi costruire mille progetti diversi. Noi diamo una sfida, la chiamiamo proprio “challenge”: partiamo dalle macroaree dove vediamo potenziale, e diamo qualche settimana di tempo per scegliere la sfida giusta, perché non possiamo imporla senza conoscere la persona. Magari arrivano con un interesse preciso, per esempio nel futuro del lavoro: se non lo fanno con noi, magari lo fanno comunque per conto proprio. Ma farlo con noi li mette in una posizione di vantaggio.
Quando saprete quali progetti porterete avanti?
A metà luglio abbiamo la giornata di presentazione finale di queste idee, il pitch day, e decideremo su quali proseguire, guardando sempre all’imprenditore e al suo valore. È quello che determina tutto.
Quindi più venture e acquisizioni. State guardando anche all’estero?
Sì, guardiamo anche in Spagna, che quest’anno è il nostro primo mercato di espansione dopo l’Italia, che resta il nostro mercato primario, dove abbiamo fatto il setup l’anno scorso e dove abbiamo ancora tanto da fare. In Spagna entreremo per ora con l’M&A.
Qual è stata la sfida più difficile di questo primo anno?
La cosa più difficile per me in questo primo anno è stata sicuramente attrarre imprenditori che condividano il nostro stesso set di valori. Se devi costruire una piattaforma industriale, cerchi sì un’ambizione molto grande ma anche la voglia di collaborare. Ripeto: non siamo un fondo, abbiamo dietro una corporate con la sua visione e i suoi valori e cerchiamo chi li condivida per lavorare insieme per i prossimi decenni: ci muoviamo con un’ottica di lungo termine. Per il primo anno abbiamo dovuto raccontarci, ovviamente. Abbiamo dovuto spiegare che non siamo un fondo di venture capital, che la storia che proponiamo è diversa, anche nelle attività concrete che si fanno lavorando con noi. Oggi mi sembra stia diventando più facile e più veloce attrarre i profili giusti: quando abbiamo aperto le candidature per il ZNEXT Founders Program siamo stati sommersi di application, anche di ex founder di alto livello.

























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