Seicento milioni di euro in sei anni. Preso da solo, il numero con cui Neva SGR ha celebrato alle OGR di Torino il suo percorso dal 2020 dice che il venture capital di Intesa Sanpaolo in ha una dimensione decisamente rilevante per il mercato italiano. Ma basta cambiare il termine di paragone perché la fotografia diventi meno scontata. Se invece dell’ecosistema nazionale si guarda alle dimensioni della banca, oppure a ciò che stanno facendo alcuni grandi gruppi bancari europei, la domanda cambia: quanto capitale dovrebbe mobilitare una banca di sistema per partecipare davvero all’innovazione del sistema economico italiano?
Serve subito una precisazione. I 600 milioni non sono soldi investiti direttamente da Intesa Sanpaolo. Sono il capitale complessivamente raccolto dal 2020 attraverso sei fondi. Gli investimenti realizzati ammontano finora a 273 milioni di euro, distribuiti su oltre 50 società innovative italiane e internazionali e su alcuni fondi italiani; circa 55 milioni sono già rientrati attraverso le exit, cioè la cessione delle partecipazioni.
Il ruolo di Intesa Sanpaolo nel funding di Neva non è però marginale. La banca ha messo 100 milioni nei primi fondi e ne ha sottoscritti 200 sui 500 di dimensione obiettivo complessiva di Neva II e Neva II Italia, lanciati nel 2024. Il precedente Neva First è stato invece aperto anche alla clientela di Intesa Sanpaolo Private Banking.
È quindi più corretto parlare di una piattaforma attraverso cui Intesa Sanpaolo investe capitale proprio, circa 300 milioni in sei anni, e nello stesso tempo attira capitale di altri investitori verso il venture capital. È un effetto leva che raddoppia l’impegno della banca. Ma è anche il dato da cui partire per capire quanto Intesa Sanpaolo abbia davvero scommesso direttamente sulle startup.
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Una grande cifra per il venture capital, un piccolo impegno per Intesa Sanpaolo
Partiamo dal mercato. Nel 2025, secondo Growth Capital e Italian Tech Alliance, il venture capital in Italia ha investito 1,735 miliardi di euro. In questo contesto Neva pesa: con circa 45 milioni investiti in media ogni anno (273 milioni in sei anni) è uno degli operatori più rilevanti del Paese, anche se una parte del portafoglio è all’estero.
La dimensione assume però un significato diverso se viene confrontata con quella del gruppo bancario. Nel 2025 Intesa Sanpaolo ha generato 27,27 miliardi di euro di proventi operativi netti e 9,32 miliardi di utile netto.
I 600 milioni raccolti da Neva in sei anni equivalgono, come ordine di grandezza, a poco più del 2% dei ricavi operativi prodotti dalla banca in un solo esercizio. Il capitale proprio impegnato da Intesa Sanpaolo, circa 300 milioni, vale poco più del 3% dell’utile di un solo anno, ma è distribuito su sei. Capitale gestito da fondi, ricavi bancari e utili appartengono a categorie economiche differenti. Ma il confronto aiutare a capire le proporzioni.
La questione è questa: il venture capital per Intesa resta un’attività finanziaria specialistica oppure può diventare uno degli strumenti attraverso cui una banca di sistema interviene nella crescita delle nuove filiere industriali?
Una SGR dentro l’architettura della banca
Neva SGR, controllata al 100% da Intesa Sanpaolo Innovation Center, è inserita nell’area Innovation Center & Investments della Chief Sustainability Officer Governance Area di Intesa Sanpaolo, struttura che riporta direttamente al CEO del gruppo. La società è presieduta da Luca Remmert, mentre Mario Costantini è amministratore delegato e direttore generale e guida anche il team di investimento.
Il collegamento con la banca è forte ed emerge anche dalla composizione del consiglio di amministrazione, nel quale siedono manager provenienti da aree diverse del gruppo: corporate e investment banking, tecnologia, rete imprese e social impact. Neva si trova quindi in una posizione potenzialmente utile per mettere in relazione capitale di rischio, innovazione tecnologica e clienti corporate di Intesa Sanpaolo.
È una collocazione che aiuta a leggere anche le ambizioni dichiarate dalla società. All’Annual Meeting di Torino il presidente Luca Remmert ha sottolineato che l’innovazione deve contribuire alla competitività e alla nascita di nuove attività industriali: «Se vogliamo che il nostro Paese continui a essere protagonista nel futuro, dobbiamo contribuire alla nascita e allo sviluppo di nuove filiere industriali e tecnologiche».
Una lettura complementare arriva dall’amministratore delegato Mario Costantini. A giugno Neva II e Neva II Italia hanno realizzato la prima exit, con la cessione della partecipazione in Phosphorus, società americana specializzata nella sicurezza dei dispositivi connessi, acquisita da Dragos, e la prima distribuzione ai sottoscrittori. Costantini ha sostenuto che gli indicatori collocano i fondi «ai massimi livelli internazionali rispetto ai benchmark di fondi con maturità simile». I numeri sono incoraggianti, anche se ancora precoci: Neva II ha già restituito agli investitori l’11% del capitale versato e il suo portafoglio vale 1,06 volte quanto investito. Il messaggio è duplice: da una parte Neva rivendica una logica industriale, dall’altra mantiene una disciplina strettamente finanziaria nella selezione delle partecipazioni e nella misurazione dei risultati.
Questa governance rende il confronto con le altre grandi banche europee particolarmente utile. Se Neva fosse soltanto una SGR specializzata, i 600 milioni raccolti andrebbero valutati soprattutto rispetto alle dimensioni del venture capital italiano. Il fatto che sia invece inserita così direttamente nell’architettura di Intesa Sanpaolo apre una domanda più ampia: quanto può una grande banca utilizzare, oltre al capitale di rischio, anche credito, relazioni corporate, tecnologia e capacità di internazionalizzazione per accompagnare la crescita delle imprese innovative?
Santander ha superato il miliardo di dollari nel suo venture capital
Per provare ad abbozzare una risposta, alziamo lo sguardo oltreffrontiera. Il termine di paragone europeo più diretto viene da Santander.
Nel maggio 2026 Mouro Capital, il fondo di venture capital nato nel 2020 dallo scorporo di Santander InnoVentures, ha annunciato una chiusura a 400 milioni di dollari per il suo terzo fondo, sostenuto da Banco Santander come investitore principale. Con questo nuovo impegno, il capitale raccolto da Mouro dal 2015, in larghissima parte di provenienza Santander, ha superato il miliardo di dollari.
La differenza rispetto a Neva è rilevante perché qui il capitale arriva quasi tutto dalla banca. Santander non controlla più il gestore, che opera in modo indipendente, ma continua a finanziarne direttamente i fondi.
Mouro investe soprattutto nelle tecnologie che stanno trasformando i servizi finanziari, con una logica quindi più verticale di quella di Neva, che ha un portafoglio esteso a biotech, space economy, agritech, energia, cybersecurity e altre tecnologie.
Il modello Santander non è per questo migliore. Ma dice che una grande banca europea considera plausibile impegnare circa un miliardo di dollari di capitale proprio nell’arco di un decennio per presidiare l’innovazione attraverso il venture capital. È circa tre volte quanto Intesa ha messo finora in Neva, anche se in un arco di tempo più lungo.
BNP Paribas mette 350 milioni di capitale proprio sull’innovazione sostenibile
Un secondo confronto si può fare con BNP Paribas. Il gruppo francese dichiara di aver destinato, a fine 2025, 350 milioni di euro di capitale proprio a startup e imprese che sviluppano soluzioni innovative nella transizione ecologica, nel capitale naturale, nello sviluppo locale e nell’inclusione sociale.
Di questa cifra, 200 milioni sono destinati direttamente alle impact company, imprese che uniscono obiettivi economici e impatto sociale o ambientale misurabile, e altri 150 milioni alle startup della transizione energetica ed ecologica. Di questi, 86 milioni sono investiti nel BNP Paribas Solar Impulse Venture Fund, che nel 2025 ha chiuso la raccolta a 172 milioni di euro: per l’altra metà è aperto a investitori istituzionali, corporate e clienti private banking.
Anche in questo caso la comparazione deve tenere conto di strategie diverse. Ma emerge un modello in cui capitale della banca, capitale di investitori esterni e fondi specializzati convivono all’interno della stessa strategia.
È in parte ciò che fa anche Neva. Con una differenza: BNP ha impegnato in proprio più di Intesa Sanpaolo, e su un perimetro tematico più ristretto. La vera domanda è quanto capitale Intesa Sanpaolo sia disposta a impegnare in prima persona nei prossimi anni.
BBVA sceglie un’altra strada: fare la banca delle scaleup
C’è poi un altro modello, quello di BBVA Spark. Non è un fondo di venture capital e non investe nel capitale delle startup. È una divisione bancaria dedicata alle società tecnologiche ad alta crescita e ai fondi di venture capital. Sul fronte dell’equity, BBVA agisce invece come principale investitore dei fondi di Propel Venture Partners, nata a sua volta da uno scorporo della banca.
A marzo 2026 BBVA dichiarava circa un miliardo di euro di finanziamenti impegnati dalla nascita di Spark, soprattutto attraverso venture debt, cioè prestiti a startup già sostenute da fondi di venture capital, finanziamenti garantiti da asset e servizi bancari come pagamenti e incassi. Solo nel 2025 aveva concluso più di 30 operazioni con società innovative in Europa e America Latina.
Oggi Spark dichiara oltre 1.800 clienti e un miliardo di euro di capacità di finanziamento. E a settembre BBVA ha concesso 10 milioni a BizAway, piattaforma per la gestione dei viaggi d’affari nata nel 2015 tra Italia e Spagna, per sostenere l’acquisizione dell’olandese Uniglobe Alliance Travel. Una banca spagnola che finanzia la crescita europea di una scaleup con radici italiane.
È un termine di paragone importante proprio perché mostra i limiti di un confronto basato soltanto sui fondi. Una banca può sostenere l’innovazione con l’equity, ma può fare anche ciò che un venture capitalist non può fare: finanziare il capitale circolante, concedere venture debt, gestire pagamenti e tesoreria, sostenere acquisizioni e accompagnare l’impresa durante tutta la crescita.
BBVA ha scelto, in sostanza, di trasformare le startup e le scaleup in un segmento bancario autonomo. Anche Intesa Sanpaolo ha strumenti che vanno in questa direzione: c’è il Convertibile Impresa, un finanziamento fino a 500 mila euro che la banca può trasformare in quote della startup; la partecipazione come socio fondatore allo Scaleup Europe Fund, il fondo europeo per le scaleup deep tech promosso con la Commissione Europea. Ma, almeno a giudicare da quanto comunicato, non esiste ancora una struttura paragonabile per scala a Spark.
Il capitale di rischio è solo una parte del problema
È qui che la domanda sui 600 milioni di Neva (sono tanti o sono pochi per una banca di quelle dimensioni?) cambia natura.
Se si considera Neva semplicemente come gestore di venture capital, i numeri sono significativi. Ha costruito in sei anni una piattaforma da 600 milioni, ha già realizzato exit e con Neva II e Neva II Italia punta a 500 milioni. Dopo la prima distribuzione di giugno, ad agosto ha partecipato al round da 64 milioni di dollari di Straiker, società americana specializzata nella sicurezza degli agenti di intelligenza artificiale. Neva è dunque una macchina in piena attività, non un’eredità dell’ondata di corporate venture degli anni passati.
Se però allarghiamo la domanda al ruolo di Intesa Sanpaolo nell’economia dell’innovazione, il metro deve cambiare.
Santander ha messo circa un miliardo di dollari nel venture capital che ha fatto nascere. BNP Paribas ha impegnato 350 milioni di capitale proprio su specifiche aree tecnologiche. BBVA usa il bilancio bancario per portare a un miliardo il credito a startup e scaleup. Intesa Sanpaolo, la prima banca italiana, ha investito in proprio circa 300 milioni.
Sono strategie diverse, ma convergono su un punto: la banca non si limita più a osservare l’ecosistema dell’innovazione dall’esterno.
La sfida di Intesa Sanpaolo: trasformare il venture capital in leva industriale
Ed è probabilmente questo il terreno sul quale valutare Neva nei prossimi anni.
Intesa Sanpaolo possiede qualcosa che un fondo di venture capital non può replicare: milioni di clienti, relazioni con una parte molto ampia dell’industria italiana, competenze finanziarie, private banking, corporate banking e una capacità di credito enorme rispetto a qualsiasi investitore specializzato.
Per questo il parametro decisivo non dovrebbe essere soltanto quanti milioni raccoglie Neva o quante partecipazioni entrano nel portafoglio. La domanda è quante startup riescono, grazie all’appartenenza a quell’ecosistema, a trovare clienti industriali, ottenere nuovi finanziamenti, internazionalizzarsi, realizzare acquisizioni e passare dalla fase venture alla scala industriale.
Lo stesso vale sul lato opposto: quanto l’accesso alle startup permette ai clienti corporate di Intesa Sanpaolo di adottare tecnologie più velocemente?
È qui che un corporate venture capital, cioè il veicolo con cui una grande impresa investe nelle startup, può avere un impatto molto superiore alla dimensione nominale dei fondi, se è inserito in una banca di sistema. A una condizione: tenere insieme logica industriale e disciplina finanziaria, perché tra i sottoscrittori ci sono anche investitori terzi e clienti della banca che si aspettano rendimenti.
I 600 milioni raccolti da Neva non sono dunque pochi nel contesto del venture capital italiano. Ma il confronto internazionale dice che non possono essere un punto di arrivo. Se l’obiettivo dichiarato è contribuire alla nascita di nuove filiere industriali e tecnologiche, la partita richiede più capitale proprio e, insieme, l’uso coordinato di equity, credito, clienti e private banking per trasformare capitale finanziario in crescita industriale.

























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