Neva SGR, la società di venture capital controllata da Intesa Sanpaolo Innovation Center, mette a segno la prima exit dei fondi Neva II e Neva II Italia, entrambi avviati alla fine del 2024. L’operazione riguarda la startup statunitense Phosphorus, specializzata nella sicurezza dell’Extended Internet of Things (xIoT), acquisita dalla connazionale Dragos, uno dei principali operatori mondiali della cybersecurity per gli ambienti di tecnologia operativa (OT), che è stato appena acquisito da Accenture.
L’uscita dall’investimento consente ai due fondi di effettuare la prima distribuzione di capitale ai sottoscrittori, un passaggio significativo per veicoli che hanno poco più di un anno e mezzo di vita. Nel comunicato diffuso da Neva SGR non viene tuttavia reso noto il valore economico dell’exit né il ritorno realizzato sulla singola partecipazione. La società preferisce, invece, evidenziare alcuni indicatori di performance complessiva dei fondi.
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Neva SGR, che cosa dicono i numeri
Dopo la cessione di Phosphorus, il fondo Neva II, dedicato agli investimenti globali, raggiunge un DPI (Distributions to Paid-In Capital) dell’11%, vale a dire che ha già restituito agli investitori l’equivalente dell’11% del capitale versato. Il fondo stima inoltre un TVPI (Total Value to Paid-In Capital) di 1,06x, che tiene conto sia delle distribuzioni effettuate sia del valore residuo del portafoglio.
Il fondo Neva II Italia, dedicato agli investitori istituzionali e conforme alla normativa PIR, registra invece un DPI del 7% e un TVPI pari a 1x.
Secondo l’amministratore delegato e direttore generale di Neva SGR, Mario Costantini, questi indicatori collocano i due fondi “ai massimi livelli internazionali rispetto ai benchmark di fondi con maturità simili”.
Sono risultati buoni per un fondo di venture capital?
Per valutare i numeri è necessario considerare l’età dei fondi. Nel venture capital i primi anni sono generalmente caratterizzati da una forte attività di investimento, commissioni di gestione e costi operativi che tendono a comprimere temporaneamente i rendimenti. Non è raro che i fondi mostrino, nelle fasi iniziali, un valore complessivo inferiore al capitale raccolto.
In questo contesto, un TVPI superiore a 1 dopo circa diciotto mesi di attività rappresenta un segnale positivo, anche se ancora preliminare. Allo stesso modo, la capacità di generare un DPI tra il 7% e l’11% in una fase così precoce indica che il fondo è riuscito a monetizzare rapidamente almeno una parte del portafoglio.
Detto questo, gli indicatori comunicati non consentono di valutare appieno la qualità finanziaria dell’operazione. Senza conoscere il prezzo di vendita di Phosphorus, il capitale investito e il multiplo ottenuto sulla singola partecipazione, è impossibile stabilire quanto l’exit abbia effettivamente contribuito alla creazione di valore.
Nel venture capital i benchmark di lungo periodo vengono generalmente misurati su orizzonti di 8-10 anni e con metriche come l’IRR (Internal Rate of Return) e i multipli finali del fondo. I dati diffusi da Neva rappresentano quindi soprattutto un’indicazione incoraggiante sull’avvio del ciclo di investimento.
Neva SGR, un modello ibrido tra rendimento finanziario e sviluppo industriale
L’operazione conferma anche la natura particolare di Neva SGR nel panorama italiano. Pur essendo una società di gestione del risparmio focalizzata sul venture capital e quindi orientata alla generazione di ritorni per gli investitori, il suo approccio non è esclusivamente finanziario.
La strategia dichiarata combina infatti investimenti in startup ad alta crescita con una forte attenzione alle traiettorie tecnologiche considerate strategiche per l’economia reale: cybersecurity, intelligenza artificiale, energie alternative, biotecnologie e aerospazio.
Lo stesso portafoglio dei fondi Neva II e Neva II Italia riflette questa impostazione. Da un lato vi sono società statunitensi già inserite in ecosistemi maturi e in grado di generare exit più rapide; dall’altro startup italiane ed europee in fase di sviluppo, sostenute con una logica di costruzione dell’ecosistema dell’innovazione.
È una differenza importante rispetto a molti operatori internazionali di venture capital, che perseguono prevalentemente obiettivi di massimizzazione del rendimento finanziario. Nel caso di Neva, il legame con il gruppo Intesa Sanpaolo porta inevitabilmente a integrare anche finalità di sviluppo industriale e di supporto all’innovazione del sistema economico.
La strategia di Intesa Sanpaolo sul venture capital
Neva SGR rappresenta oggi il principale braccio di venture capital del gruppo Intesa Sanpaolo. La società è controllata al 100% da Intesa Sanpaolo Innovation Center, la struttura dedicata all’innovazione e all’open innovation del gruppo bancario.
Negli ultimi anni Intesa ha progressivamente rafforzato la propria presenza nel venture capital, con l’obiettivo di intercettare le tecnologie emergenti e contribuire alla crescita dell’ecosistema italiano dell’innovazione.
In questa strategia si inseriscono sia il fondo Neva First, il primo veicolo gestito dalla SGR, sia la nuova generazione di fondi rappresentata da Neva II e Neva II Italia. Il primo è stato costruito con una forte esposizione internazionale, mentre il secondo è stato progettato specificamente per investitori istituzionali italiani come casse di previdenza e fondi pensione.
Il modello scelto da Neva punta a combinare la presenza nei principali hub globali dell’innovazione con il sostegno alle startup italiane, cercando di colmare uno dei tradizionali limiti del mercato nazionale: la scarsità di capitali disponibili nelle fasi di crescita.
Le prospettive per Neva SGR
L’exit da Phosphorus arriva in una fase in cui il mercato globale del venture capital sta lentamente riaprendo la finestra delle operazioni straordinarie dopo alcuni anni caratterizzati da rallentamento delle quotazioni e minore attività di M&A.
Per Neva SGR il risultato ha soprattutto un valore simbolico: dimostra la capacità dei nuovi fondi di generare liquidità per gli investitori in tempi rapidi e rafforza la credibilità della strategia perseguita dal gruppo Intesa Sanpaolo.
Resta però un elemento di opacità: l’assenza di informazioni sul valore economico della cessione non consente di misurare l’effettiva dimensione del successo finanziario dell’operazione. Per il momento, gli investitori devono accontentarsi degli indicatori aggregati comunicati dalla SGR, che descrivono un avvio promettente ma ancora lontano dal traguardo finale che, nel venture capital, si misura sull’intero ciclo di vita del fondo.





















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