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Andrea Villa, CEO ORiS: “Siamo quattro compagni di università che danno energia alla space economy”



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Il CEO Andrea Villa racconta ORiS, che ha sviluppato un sistema per trasferire energia via laser tra satelliti: dagli inizi al PoliTO fino al round da 4,5 milioni di euro, in attesa del primo lancio nel 2027. “Abbiamo adattato i nostri percorsi formativi alle esigenze della startup. L’energia nello spazio diventerà una commodity”

Pubblicato il 31 lug 2026

Valentina Neri

Giornalista



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Punti chiave

  • Trasmissione di energia via laser tra satelliti per aumentare operatività e dati senza ingrandire i vettori; progetto di ORiS, nato al Politecnico di Torino, sostenuto da I3P e ESA BIC Turin.
  • Team di ingegneri con ruoli complementari; round pre-seed da 4,5 milioni guidato da Earlybird e Pitchdrive, con partecipazione di Galaxia; selezione per ARAQYS-D3 di DCUBED.
  • Modello distribuito di power beaming; focus dual-use con mercato terrestre più maturo; roadmap: primo lancio 2027, secondo lancio e go-to-market terrestre entro inizio 2028.
Riassunto generato con AI


Satelliti che si trasmettono energia via laser l’uno con l’altro e che, così facendo, possono eseguire più operazioni e trasmettere più dati. Una strada concreta e realistica per migliorare le performance delle missioni spaziali senza che sia necessario investire in satelliti più grandi e costosi.

È questa, in estrema sintesi, la visione di ORiS. L’intuizione di quattro ingegneri del Politecnico di Torino – il CEO Andrea Villa, la CTO Anna Mauro, il CCO Domenico Edoardo Sfasciamuro e il COO Francesco Lopez – ha preso forma in una startup deep-tech, supportata dall’Incubatore del Politecnico di Torino (I3P) e dal programma ESA BIC Turin. A luglio 2026 è arrivato anche il primo grande segnale di fiducia del mercato, con il round pre-seed da 4,5 milioni di euro guidato da Earlybird e co-guidato da Pitchdrive, con la partecipazione di Galaxia, Vento e Fondo Piemonte Next.

Intervistato da EconomyUp, Andrea Villa ripercorre la storia di ORiS, le prime applicazioni della tecnologia e il suo potenziale per rendere le missioni spaziali più efficienti.

Da sinistra, i founder di Oris Domenico Edoardo Sfasciamuro, Anna Mauro, Andrea Villa e Francesco Lopez

L’idea di ORiS nasce durante il vostro percorso al Politecnico di Torino. Qual è stato il momento in cui avete capito che questa tecnologia poteva diventare un’impresa e non soltanto un progetto di ricerca?

Abbiamo iniziato a lavorare all’idea e al progetto tra la fine del 2021 e l’inizio del 2022. Per circa un anno ci abbiamo lavorato la sera e la notte, dopo i corsi e gli esami all’università.

A un certo punto è uscito un bando dell’Agenzia Spaziale Italiana che richiedeva proprio una tecnologia come quella che avevamo immaginato noi per applicazioni lunari. Il primo endorsement da parte dell’industria, se vogliamo chiamarlo così, è arrivato da lì. In quel momento abbiamo capito che si stava iniziando a parlare di questa tematica anche al di fuori dei centri di ricerca.

Nel 2024 è arrivata poi una nuova opportunità, questa volta guidata da Thales Alenia Space Italia. Per poter firmare il contratto abbiamo aperto la società e da quel momento ci siamo dedicati completamente a ORiS.

Voi co-founder avete competenze complementari. Come vi siete divisi i ruoli e quali esperienze hanno contribuito maggiormente allo sviluppo della tecnologia?

Siamo stati compagni di corso all’università: tutti ingegneri spaziali, con gli stessi corsi e la stessa laurea, ma la suddivisione dei ruoli è stato un processo naturale. Lavorando fianco a fianco per un paio d’anni prima di aprire l’azienda, sono emerse le personalità di ciascuno. La complementarietà è stata una scelta e un investimento personale da parte di ciascuno di noi, perché abbiamo deciso di specializzarci seguendo percorsi che fossero il più possibile utili a ORiS. Dovevamo massimizzare le possibilità di successo di un’azienda fortemente multidisciplinare.

Io ho fatto un MBA, mentre i miei soci hanno conseguito un PhD in tre tecnologie diverse che oggi rappresentano i tre pilastri tecnologici di ORiS. Abbiamo scelto quei percorsi proprio perché erano funzionali allo sviluppo della startup. È stato un percorso un po’ atipico. Molto spesso gli spin-off o gli spin-out nascono al termine di un dottorato e da lì diventano imprese. Nel nostro caso è successo il contrario: è nata prima l’idea imprenditoriale e poi abbiamo adattato i nostri percorsi formativi alle esigenze della startup.

La space economy è un settore ad alta intensità tecnologica, con tempi lunghi e investimenti significativi. Qual è stata la sfida più difficile che avete dovuto affrontare finora, dal punto di vista tecnico o imprenditoriale?

Dal punto di vista tecnico è una sfida tutti i giorni. Ci sono persone molto competenti e tantissimi talenti, ma all’inizio era tutto nelle mani di persone appena laureate o che stavano ancora completando l’università, quindi è stato estremamente complesso.

Un’altra difficoltà è stata entrare nel settore: non conoscevamo le dinamiche, le persone, le regole. Anche avendo una formazione tecnica nel settore aerospace, capire il funzionamento dell’industria e del mercato richiede tempo e contaminazione con chi ci lavora ogni giorno.

All’inizio non è stato semplice, anche per via della giovane età e della poca esperienza. C’è però una cosa che tengo a dire: questo settore è fatto anche di tantissime persone disponibili ad ascoltare, aiutare e incoraggiare nuove proposte come la nostra. Piano piano conosci una persona, poi un’altra, e ciascuna ti aiuta ad ampliare il tuo network. Con il tempo cresce anche la credibilità dell’azienda e tutto diventa un po’ più semplice.

Trasmettere energia via laser tra satelliti è un concetto poco intuitivo per chi non lavora nel settore. Quale problema concreto risolve la vostra tecnologia e perché ritenete che diventerà sempre più rilevante nei prossimi anni?

Il modo in cui vediamo ORiS si è evoluto nel tempo. L’idea da cui siamo partiti, e che sosteniamo ancora oggi, nasce da una considerazione: a differenza di altri settori, un operatore satellitare o un costruttore di satelliti deve conoscere tutto in anticipo quando progetta una missione. Se vuoi lanciare un satellite domani, quel satellite avrà una vita operativa di circa sette anni, almeno se parliamo di un’orbita standard. Devi quindi immaginare tutto quello che farà in quei sette anni, dal punto di vista tecnico – come dimensionare batterie, pannelli solari e sistemi di bordo – e del business. Se non vuoi superare un determinato budget, devi rinunciare a qualcosa. E ciò a cui spesso si rinuncia è il tempo operativo del satellite.

Il motivo è semplice: durante le operazioni bisogna alimentare elettricamente il carico utile, che può essere una camera, un’antenna, un computer o qualsiasi altro dispositivo installato sul satellite e responsabile della sua funzione. Quel tempo operativo è estremamente limitato. Esistono anche missioni molto costose in cui il payload viene utilizzato per meno del 7% del tempo disponibile. Per ogni orbita, quindi, il satellite produce realmente dati utili soltanto per una piccola parte del tempo. Il limite è l’energia. Avere più energia significa installare più pannelli solari, più batterie, costruire satelliti più grandi e, di conseguenza, sostenere costi maggiori.

Arriviamo quindi a un problema di ottimizzazione dell’intero sistema. Da qui nasce la nostra idea: togliere dal satellite il problema della generazione e dell’accumulo di energia e trattare l’energia come una commodity, esattamente come avviene sulla Terra. Se un operatore vuole aumentare il tempo operativo del proprio satellite, può acquistare energia dall’esterno. Se non ne ha bisogno, semplicemente non utilizza il servizio. In questo modo si riducono i costi, aumenta la flessibilità e diventa possibile modificare anche gli obiettivi della missione o il suo modello di business nel corso degli anni, seguendo l’evoluzione del mercato. Questa è l’idea alla base di ORiS.

Negli ultimi dodici-diciotto mesi abbiamo osservato anche un’altra tendenza: il ritorno verso satelliti sempre più grandi, più potenti e più performanti. Il motivo è che l’innovazione tecnologica introduce nuove funzionalità, come l’intelligenza artificiale, che richiedono ulteriore energia. Faccio l’esempio degli smartphone: ogni anno escono modelli sempre più potenti e performanti, tant’è che non si potrebbero integrare le funzionalità odierne su uno smartphone di sette anni fa. Con i satelliti il problema è ancora più evidente, perché devi pianificarli con largo anticipo e poi rimangono gli stessi per circa sette anni.

Qui emerge un paradosso. Per decenni nella space economy il tema principale è stato l’accessibilità allo spazio, cioè il costo del lancio. Oggi, grazie a SpaceX, il costo dei lanci è ai minimi storici e il mercato è diventato molto più competitivo. Per avere satelliti sempre più performanti, però, si torna a costruire piattaforme più grandi e costose. Il rischio è che l’accessibilità allo spazio torni a diminuire. È vero che il lancio costa meno, ma il satellite costa molto di più. È un po’ come acquistare un’automobile: il costo del lancio è come il carburante, mentre il costo del satellite è quello dell’auto. Oggi vediamo quindi ORiS anche come uno strumento per sostenere la crescita della space economy.

Immaginate che questo servizio di fornitura di energia sia distribuito, o concentrato in pochi grandi nodi?

Il nostro modello è quello distribuito. In questo momento stiamo vivendo una sorta di doppio bivio tecnologico, sia per quanto riguarda il power beaming — cioè la trasmissione di energia, che è quello di cui ci occupiamo noi — sia per quanto riguarda i data center spaziali.

Esiste una corrente di pensiero che immagina sistemi molto concentrati: grandi infrastrutture in grado di trasmettere enormi quantità di potenza ad altri satelliti. Quello che vedo invece, soprattutto in Europa, è un approccio diverso. Sia per i data center sia per il power beaming si va verso un modello distribuito. È questa la direzione in cui immaginiamo si svilupperà anche il nostro servizio.

Accanto allo sviluppo della tecnologia per trasferire energia tra satelliti, ORiS sta già lavorando anche ad applicazioni terrestri dual use, come la ricarica wireless di droni tramite laser. Quale di questi due mercati immaginate possa raggiungere per primo la maturità commerciale e perché?

Quando parliamo di dual use intendiamo sia il mercato civile sia quello della difesa, e operiamo sia in ambito spaziale sia in ambito terrestre. Tra i due, il mercato terrestre arriverà prima alla maturità commerciale, semplicemente perché il prodotto è sostanzialmente pronto e richiede cicli di sviluppo più rapidi, oltre a costi decisamente più contenuti.

In questo momento entrambe le linee di business, civile e dual use, sono già molto sviluppate. Abbiamo contratti commerciali e precontratti già firmati, quindi le opportunità stanno crescendo parallelamente. Se però dovessi indicare quale arriverà prima sul mercato, direi senza dubbio la parte terrestre.

Il round da 4,5 milioni è guidato da Earlybird e Pitchdrive, a cui si aggiungono altri investitori e un contributo della Regione Piemonte. Quanto è durato il percorso di raccolta e quali elementi hanno convinto gli investitori a scommettere su ORiS?

Noi siamo sempre stati sostenuti da Galaxia, il fondo promosso da CDP. All’inizio abbiamo ricevuto un primo, piccolo investimento che ci ha permesso di avviare la prototipazione della tecnologia.

Quello che ci ha consentito di chiudere questo round è stato un insieme di fattori. Da una parte siamo stati molto attenti nell’utilizzo della cassa. Con le risorse iniziali, tra il supporto di CDP e alcuni bandi che siamo riusciti a vincere, abbiamo portato molto avanti lo sviluppo tecnologico. Parallelamente abbiamo lavorato tantissimo sulla parte commerciale. Abbiamo ampliato il network, conosciuto l’industria e iniziato a firmare memorandum d’intesa con altre aziende, così da dimostrare agli investitori che, con nuove risorse, avremmo già avuto un percorso commerciale ben definito.

Probabilmente il risultato più importante è arrivato a gennaio di quest’anno. Siamo stati selezionati per la missione ARAQYS-D3 di DCUBED che rappresenterà il primo lancio della nostra tecnologia, previsto per il prossimo anno. Per noi è un’opportunità straordinaria. La missione viene finanziata direttamente dal partner e ORiS sostiene soltanto i costi dello sviluppo della propria tecnologia, da integrare a bordo del satellite. È stata quindi un’occasione estremamente importante anche dal punto di vista economico.

Credo che questo abbia convinto gli investitori. Da un lato avevamo già una parte commerciale molto sviluppata; dall’altro non era più necessario aspettare anni per capire se la tecnologia fosse realmente promettente. Già la campagna di test e di qualificazione del dispositivo rappresenta una validazione significativa. Il lancio sarà la conferma definitiva, ma anche tutto il percorso di preparazione è già rappresentativo del livello raggiunto. Per un investitore, questo riduce in maniera significativa il rischio tecnologico.

Cosa vi manca per questo primo lancio del 2027?

Per quanto riguarda il primo lancio, in realtà il lavoro è ormai completato. La prossima settimana il payload, cioè il nostro dispositivo, verrà inviato a DCUBED per essere integrato sul satellite. Su questa specifica missione possiamo dire di esserci: è stato molto impegnativo, ma abbiamo raggiunto questo traguardo.

Il round che abbiamo appena chiuso apre tantissime possibilità. La prima riguarda l’espansione del team, quindi l’ampliamento delle nostre capacità di execution, velocità, sviluppo. Inoltre finanzieremo almeno un altro lancio, sempre nel 2027. Passeremo quindi da una a due missioni.

Completeremo anche lo sviluppo del prodotto destinato al mercato terrestre. Il go-to-market è previsto tra la fine di quest’anno e l’inizio del prossimo. Per noi questo passaggio è fondamentale. Da un lato contribuirà a ridurre il fabbisogno finanziario dell’azienda; dall’altro renderà più semplice affrontare i futuri round di raccolta. Ogni volta che torni sul mercato per raccogliere capitali, devi dimostrare di essere cresciuto rispetto al precedente.

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