«Ho cominciato con le startup e ora torno alle startup». Così Lorenzo Cavicchi, dirigente con oltre vent’anni di esperienza in ambito IT, digital transformation e data-driven operations per aziende come Datalogic e Automobili Lamborghini, spiega la decisione di lasciare il “posto sicuro” per dedicarsi alla neonata Kontai. Lui una realtà innovativa l’aveva già fondata una trentina di anni fa. E oggi torna sui suoi passi: è co-fondatore, oltre che CEO, di questa che è la quinta startup lanciata da Startup Bakery. Kontai si propone di portare ordine nella gestione degli abbonamenti software e della spesa ricorrente di aziende, PMI e scaleup. Un tema che Cavicchi conosce bene, perché se ne è occupato a lungo nelle aziende per cui ha lavorato. Adesso è il momento di applicare conoscenze e competenze a qualcosa di veramente suo. Come quella startup di tanti anni fa.
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First Web, la prima avventura imprenditoriale
Accadde nell’estate del 1995, quando, da liceale, con un amico, Cavicchi prese un treno da Ferrara per andare a Roma, a Largo Argentina, ad abbonarsi alla rete, perché quello era uno dei pochissimi posti dove lo si poteva fare in Italia: una scena che oggi sembra archeologia digitale, ma che per lui fu l’inizio di tutto. Internet era davvero agli albori, in pochi sapevano cosa fosse e come utilizzarla. Qualche anno dopo l’intraprendente ragazzo fondò First Web, una piccola avventura imprenditoriale agli albori del web advertising.
«All’epoca non le chiamavamo neanche startup», racconta Cavicchi. «Stiamo parlando della fine degli anni Novanta, di un’altra era geologica. Dopo esserci abbonati a Internet, ci si collegava di notte, perché costava meno e non tenevi il telefono occupato».
Da quell’intuizione nacque la prima impresa: «Io studiavo lingue, il mio amico legge. Ci inventammo una cosa semplice: mettere in contatto chi aveva un sito personale o un piccolo negozio con chi voleva pubblicizzare servizi e aziende. Erano gli albori dell’e-commerce: io facevo i banner, li caricavo sui siti e monetizzavamo sui click». Un gioco, dice lui. Ma un gioco che gli cambiò la vita: «Mi fece capire che mi interessava la tecnologia più delle lingue. È stato lì che ho sentito che non ero sulla strada giusta».
Verso il motosport
Da quel momento cambia rotta: lascia gli studi linguistici, passa a fisica con specializzazione in informatica, si laurea con una tesi sul calcolo parallelo al CINECA con Eni. Una tesi che apre la porta del motorsport: «Ho scoperto che il calcolo parallelo serviva anche in Formula 1. I dati che arrivano da una vettura diventano vecchi in pochi minuti: elaborarli velocemente significa prendere decisioni migliori».
Così si realizza quello che era uno dei suoi sogni: lavorare nei paddock, l’area riservata dietro i box dove si concentra la vita “dietro le quinte” di un Gran Premio. Ma arriva anche la prima consapevolezza. «Mi divertivo, certo, ma c’ero arrivato molto velocemente. E io sono una persona curiosa: dopo qualche anno mi ero già annoiato. Viaggiavo tantissimo, ma vedevo solo aeroporto, pista e hotel».
Datalogic e Lamborghini
Da lì il passaggio a Datalogic, per seguire progetti internazionali di integrazione dopo acquisizioni, e poi l’approdo in Lamborghini, nel pieno del piano industriale legato al lancio di Urus.
«In Lamborghini ho avuto l’occasione di vedere finalmente il business a 360 gradi», spiega. «Mi sono occupato di CRM, ERP, order management, pricing: tutta quella parte che prima avevo visto meno». Un’esperienza decisiva, che negli ultimi anni si completa con un Executive Master al POLIMI Graduate School of Management.
L’incontro con Startup Bakery al Polimi
Ed è proprio lì che avviene il nuovo passaggio. Durante una testimonianza incontra i founder di Startup Bakery, lo startup studio di Alessandro Arrigo e Angelo Cavallini. «La prima volta ci siamo solo scambiati un paio di idee davanti a un caffè. Mi avevano parlato di Kontai, che avevano già nel cassetto. Ma allora non pensavo minimamente di lasciare la corporate».
La svolta arriva mesi dopo. «Finito il master, stavo ragionando sul mio passo successivo. Mi interessava un’esperienza in cui potessi vedere davvero tutto di un’impresa. Nelle startup, in piccolo, c’è tutto quello che c’è in una corporate». E lì riaffiora il consiglio di un professore del Master: partire da un problema che conosci davvero. «Gestivo 10 milioni di euro di licenze software all’anno in Lamborghini. Quel problema lo conoscevo bene: rinnovi, contratti, vendor, scadenze. Era un lavoro enorme. Quando ci ho ripensato, mi sono detto: forse sono la persona giusta per sviluppare questa soluzione».
Nasce così il suo ingresso in Kontai, startup che punta a portare ordine nella gestione degli abbonamenti software e delle spese SaaS di PMI e scaleup. «Io ci metto la faccia su una cosa che ho vissuto davvero», dice. «Per me era un tema di onestà intellettuale: volevo mettermi in gioco in un ambito in cui avessi credibilità».
Il “binario” della corporate, la libera strada della startup
Il passaggio dalla corporate alla startup, però, non è solo entusiasmo. È anche una frattura culturale profonda. Cavicchi la racconta con un’immagine efficace: «Nelle corporate hai dei guard rail, sei dentro un binario. Puoi andare più veloce o più piano, ma la strada è tracciata. Quando esci, devi costruire tu la strada».
È questo, più del tema economico, il vero salto nel vuoto. «La cosa che mi spaventava di più non era lasciare il posto sicuro. Era sapere che, se oggi, lavorando per Kontai, non faccio il pezzo di strada che devo fare, domani nessuno verrà a dirmi che sono in ritardo. Ma la startup sì, resterà indietro».
Un “solo founder”? Non del tutto
Per questo il tema del “solo founder” – il fenomeno in base al quale, sulla spinta dell’introduzione dell’intelligenza artificiale nei processi, sempre più startup hanno un unico founder che fa tutto, o quasi, da solo grazie all’AI – va letto con cautela. Formalmente Cavicchi guida Kontai da solo. Ma non si sente affatto isolato. «No, non sono davvero un solo founder. Ho alle spalle uno startup studio, un ecosistema, altri founder con cui confrontarmi. Nei casi come i miei, hai una bussola: poi devi usarla bene, ma ce l’hai. Realisticamente da soli non si fa tutto», osserva, pur ammettendo che AI, startup studio e network verticali rendono possibile accelerare con team più snelli. «Oggi hai molte più risorse di prima. L’AI può essere un grande acceleratore, soprattutto nei primi passi».
Kontai, intanto, è già nella fase operativa: lancio sul mercato a fine aprile, MVP in arrivo, round seed in apertura. E Cavicchi ha le idee chiare su una cosa: il tempo del prodotto perfetto è finito. «Io l’MVP lo voglio in fretta. Voglio andare sul mercato e vedere se qualcuno è disposto a strisciare la carta di credito. Le letter of intent fanno bene al morale, ma la vera validazione è quando qualcuno paga».
Una mentalità da manager navigato, ma anche da founder che sa che oggi la velocità conta quanto l’idea. E che il rischio, a volte, è soprattutto una costruzione mentale. «Mi spaventava prima di decidere. Adesso no», dice. «Quando una cosa ti spaventa e poi la fai, scopri che non era così terrificante. È come la prima discesa sulle montagne russe: all’inizio hai paura, poi capisci che ti diverti». E lui, a quanto racconta, e dall’entusiasmo con cui lui lo fa, sembra divertirsi davvero.
























