Aquafil è una di quelle realtà industriali italiane che chiaramente mostrano come l’innovazione possa ridefinire un settore maturo. Il gruppo, specializzato nella produzione di fibre sintetiche, ha sviluppato nel tempo competenze avanzate nel riciclo chimico del nylon, trasformando la sostenibilità in leva industriale, tecnologica e competitiva.
In questa intervista il CEO Giulio Bonazzi spiega bene come l’economia circolare non sia solo una questione di materiali, ma di ricerca, design dei prodotti, collaborazione di filiera e capacità di anticipare le regole del mercato.
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Dalla chimica alla piattaforma: il modello Aquafil
Aquafil viene spesso percepita come un’azienda tessile chimica, ma in realtà è una piattaforma tecnologica di riciclo, che unisce sostenibilità e innovazione. Il successo di Econyl® è legato alla riduzione delle emissioni Scope 3. Ci vuole spiegare il vostro modello?
Noi produciamo fibre sintetiche, nello specifico poliammide 6 (nylon 6), e siamo da sempre orientati all’innovazione sia nel processo di produzione sia nello sviluppo dei prodotti; basti pensare che oggi gestiamo qualche decina di migliaia di codici prodotto. Nel corso della vita della nostra azienda abbiamo intercettato la crescente richiesta del mercato per prodotti più sostenibili e circolari; da qui abbiamo cominciato a sviluppare un nuovo processo.
Nel nostro caso siamo partiti da un processo esistente – la depolimerizzazione della nostra materia prima, il nylon 6 – e lo abbiamo sviluppato in modo da poter riciclare scarti complessi provenienti soprattutto dal post-consumo, e non solo scarti “puliti” di facile recupero. Questo approccio è il nostro fiore all’occhiello ed è ciò per cui siamo molto conosciuti. Un successo legato anche alla riduzione delle emissioni di CO₂ in ambito sostenibilità.
Tuttavia, è bene ricordare che traguardi simili non si raggiungono dall’oggi al domani: è un percorso che va coltivato con costanza, affrontando sfide tecnologiche sempre più ambiziose.
Le sfide industriali: scala, materiali e recupero degli scarti
Qual è stato l’ostacolo più difficile da superare per voi? La sfida chimica della depolimerizzazione o la creazione di una logistica di recupero per le reti da pesca e moquette?
È un insieme di cose. Purtroppo, la parte chimica è relativamente facile se si riesce ad alimentare i reattori con uno scarto pulito. È molto complicato se invece lo scarto contiene elevate percentuali di materiali diversi dal nylon 6.
All’inizio ci siamo concentrati molto sulla parte chimica, nell’erronea convinzione che sarebbe stato relativamente facile reperire gli scarti. Poi, col tempo, ci siamo resi conto, una volta che il processo cresceva dimensionalmente, che un conto è trovare 5mila tonnellate all’anno di scarti, un altro è trovarne mezzo milione di tonnellate: gli scarti di nylon 6 “puliti” sono pochissimi. A quel punto diventa chiaro che c’è bisogno di sviluppare tecnologie che siano in grado di accogliere materiali diversi e complessi.
La cosa più difficile per Aquafil non è stata ECONYL®, ma il passaggio da azienda che seguiva i leader di mercato, lasciando loro il compito di dettare la tecnologia, ad azienda leader di mercato, che propone prodotti e processi innovativi. Oggi la difficoltà è mantenere questa leadership. ECONYL® è una parte di questo sforzo.
Riciclo chimico vs meccanico: il posizionamento competitivo
In un mercato di commodity, come state proteggendo il vostro posizionamento rispetto ai competitor che utilizzano il riciclo meccanico?
Tra il riciclo chimico e il riciclo meccanico esiste una differenza abissale, perché il riciclo meccanico degrada il materiale; quindi, non riesce mai a ottenere un prodotto che sia perfettamente sostituibile a quello originario. Invece il nostro processo di riciclo chimico consente di realizzare un materiale che è perfettamente sostituibile a quello derivante dal petrolio, senza limitazioni sia da un punto di vista prestazionale sia da un punto di vista estetico.
Premium o commodity: dove si crea il valore?
Voi siete premium di prezzo?
Sì, siamo premium. Riguardo alla natura di “commodity” dei nostri prodotti, la risposta è duplice. Quello che noi otteniamo dal riciclo chimico è un monomero e quindi è una commodity, ed è più difficile da differenziare.
Tuttavia, l’oggetto della nostra vendita è spesso il filo. Tanto per dare un ordine quantitativo, se il monomero vale 1,50–1,60 euro, il filo può valere 5–7 euro. Quindi è evidente che la capacità di creare specializzazione sul filo è molto più ampia che non sul monomero. Se poi guardiamo a valle della filiera, brand come Prada arrivano a vendere il prodotto finito realizzato con il nostro materiale a un prezzo sensibilmente più alto.
Economia circolare e costi: il ruolo del design
Vorrei approfondire le problematiche connesse con la circolarità dei prodotti. Alla fine, questa economia circolare è più economica o comunque poi bisogna pagarne un prezzo?
In base alla nostra esperienza di 15 anni, all’inizio la circolarità non è più economica, ma può diventarlo.
Nel caso della poliammide 6 il processo è stato sicuramente all’inizio più costoso, e lo è tuttora, a seconda della tipologia di scarti che noi riusciamo a reperire. Peraltro, il panorama competitivo sta cambiando: se una volta il confronto era con produttori europei, oggi competiamo con produttori cinesi, con strutture di costo ben diverse.
Tuttavia, si può diventare più competitivi realizzando un sistema pensato per l’economia circolare, ovvero prodotti sviluppati dall’inizio alla fine per essere raccolti e riciclati. Purtroppo, oggi non è ancora così.
Prendiamo l’esempio di una rete da pesca: un conto è ottimizzarne il costo di produzione senza considerare il suo smaltimento o riciclo, un altro è inglobare nel costo iniziale anche la responsabilità del fine vita del prodotto. Potrei progettare una rete da pesca un po’ più costosa all’inizio, sostituendo le corde di materiale poliolefinico con corde in nylon, ma rendendo il riciclo finale molto meno costoso perché eliminerebbe la necessità di separare manualmente i materiali.
Un “riciclo by design”, insomma, proprio dall’inizio. La riprogettazione dei prodotti è cruciale per ridurne poi il costo della circolarità.
La gestione dell’innovazione
Chi guida l’innovazione nella vostra azienda?
L’innovazione è parte integrante della nostra cultura aziendale ed è diffusa trasversalmente. Chiaramente l’amministratore delegato funge da motore principale, garantendo la visione strategica e l’allocazione delle risorse necessarie. Senza una spinta decisa dal vertice, l’innovazione fatica a radicarsi.
Nel nostro caso anche i responsabili delle varie Business Unit e spesso i direttori industriali e l’ufficio ingegneria sono molto partecipi di questo processo. L’innovazione è distribuita tra le diverse divisioni e riguarda sia il prodotto sia il processo, manifestandosi tanto a livello di business quanto a livello di singoli impianti.
Disponiamo inoltre di diversi impianti pilota. Poiché lavoriamo su una materia prima che alimenta più rami d’azienda, alcune fasi della ricerca possono essere centralizzate grazie a questi impianti.
Finanziamenti e programmi di ricerca
L’innovazione costa. Partecipate a programmi di ricerca e finanziamento europei tipo Horizon? Quali sono le vostre fonti di finanziamento?
In passato abbiamo beneficiato molto del supporto della Provincia autonoma di Trento, quando le risorse a disposizione erano maggiori e l’iter relativamente semplice e veloce. Poi ci siamo rivolti con frequenza al MUR (Ministero dell’Università e della Ricerca) e ai fondi europei, inclusi i programmi Horizon 2020 e simili. Ad esempio, l’ultimo bando che ci siamo aggiudicati proprio dal MUR riguarda un progetto da oltre 6 milioni, in partnership con il Politecnico di Torino e altre società.
Italia e Slovenia sono i due poli dove concentriamo la maggior parte delle nostre attività di ricerca. Le fonti di finanziamento, quindi, dipendono da dove e da cosa si vuole fare. Per attivare un progetto di ricerca in Slovenia attingiamo a programmi nazionali specifici o a programmi di finanziamento europei.
Le difficoltà nei progetti di innovazione
Qual è la parte più difficile nel portare avanti questi progetti di ricerca? La normativa, il finanziamento, le collaborazioni trasfrontaliere, la burocrazia?
La parte più difficile è l’ottenimento dei fondi. Tuttavia, è raro che un progetto di ricerca nasca solo se c’è un finanziamento. Il progetto nasce perché c’è un interesse dell’azienda, poi eventualmente arrivano i fondi. Il progetto lo faremmo comunque, ma se ci sono fondi lo sviluppiamo in modo più ampio e più veloce.
I progetti, in particolare quelli del MUR, non coprono tutte le spese. Inoltre, quelli più interessanti nascono piccoli e finiscono grandi: magari si ottiene un finanziamento di 3 milioni, ma alla fine se ne spendono molti di più perché i risultati spingono a investire ulteriormente.
Competenze e formazione manageriale
Noi in CEC ci stiamo occupando molto di lifelong training e di come tenere aggiornate le competenze dei manager. I vostri manager possiedono le competenze necessarie per dare impulso all’innovazione? Cosa fate per il loro training?
In questo periodo i manager sono oberati. Il nostro problema è capire cosa succede alle materie prime, se le navi viaggiano, monitorare il costo di petrolio e gas: potete immaginare il caos che stiamo vivendo. Da sei anni, tra Covid, conflitti e dazi, viviamo una situazione eccezionale che rende difficile alzare la testa e guardare oltre.
In termini di competenze non siamo messi male rispetto alla concorrenza; io però sono una persona che non è mai contenta, vedo sempre il bicchiere mezzo vuoto. Credo che questo debba essere l’approccio di un amministratore delegato: se ti fermi a celebrare i risultati, smetti di analizzare ciò che non ha funzionato.
Io sono un manager di vecchia generazione: ho molta competenza sul business tradizionale, meno sulle nuove tecnologie. Cerco comunque di aggiornarmi, ma una cosa è essere esperti, un’altra è capire dove applicarle.
Formazione interna e circolazione delle competenze
Avete programmi specifici per le vostre persone oppure assumete da fuori?
È molto raro trovare all’esterno competenze perfettamente adatte, perché il nostro è un settore con pochi attori. Per questo la formazione interna è diventata una necessità. Formiamo le persone sia on the job sia favorendo la rotazione tra i ruoli.
Un aspetto su cui lavoriamo molto è la circolazione delle informazioni tra i vari stabilimenti. Abbiamo gruppi di lavoro globali per evitare duplicazioni e favorire la condivisione della conoscenza.
Le regole europee
Allarghiamo lo sguardo. Le recenti semplificazioni del pacchetto Omnibus (CSRD/CSDDD) riducono gli oneri burocratici per molte imprese, ma Aquafil resta nel perimetro. Cosa pensa di questa “semplificazione”?
Ritengo, e spero, che con il tempo questo genere di attività venga sempre più affinata perché, per come è strutturata oggi, la trovo molto burocratica e poco efficace sotto il profilo della rendicontazione.
Purtroppo, in Europa tendiamo spesso alla sovra-regolamentazione: viene votata una direttiva dal Parlamento europeo, ma poi ogni Stato membro gode di flessibilità nell’applicazione, lasciandoci con 27 legislazioni diverse. Insomma, i regolamenti sono decisamente preferibili alle direttive.
Chi opera in più Paesi europei si ritrova così sommerso da una mole di adempimenti decisamente complicata. Tuttavia, c’è un risvolto positivo: una volta che hai imparato a gestire questo sistema, acquisisci un vantaggio competitivo. Prima che un concorrente riesca ad allinearsi, deve “soffrire le pene dell’inferno”!
Adesso c’è molta discussione in Europa sul principio DNSH, Do No Significant Harm, e anche Confindustria ha criticato molto questo principio, dicendo che blocca tutti i finanziamenti ai settori che devono fare una transizione dal brown al green. Io sto già facendo la transizione! Il mio interesse maggiore è capire come questa cosa si riverbererà a cascata sui prodotti finiti.
Vedo quello che succede in altre parti del mondo, leggasi in Cina, dove ahimè sono partiti dieci anni dopo di noi ma arriveranno dieci anni prima di noi, perché sono più rapidi ed efficienti di noi in Europa, e questa sarà un’altra opportunità di business che probabilmente perderemo.
Anche nell’ottica del riciclo?
Sì. Per esempio, quando la Commissione europea ha iniziato a studiare la direttiva sul fine vita dei veicoli in ottica circolare, abbiamo ricevuto richieste di visita da parte di aziende giapponesi e coreane, ma nessuna da aziende europee.
Uno potrebbe pensare che l’azienda europea abbia già stretto accordi con colossi come BASF, ma noi siamo dieci anni avanti rispetto a loro. Questo significa che i giapponesi hanno fatto una vera ricognizione di ciò che offre il mercato mondiale.
Recentemente ho ricevuto una delegazione della Honda: il loro capo mondiale della sostenibilità è venuto qui dal Giappone con 20 persone, mentre altre 20 erano collegate in videoconferenza. Siamo già al terzo incontro. Di aziende europee, invece, ne ho viste zero.
Perché scade cosi?
Perché se io sono in Cina e il governo cinese emana una legge, io mi adeguo immediatamente. IInvece noi in Europa partiamo dall’idea che tanto poi, alla fine, la legge verrà ridimensionata o rinviata. Il giapponese, il coreano, si preparano per tempo, cominciano a pianificare. Al cinese, poi, la pianificazione gliela fa il governo!
Quindi, dovendo riassumere, il vantaggio dell’Asia è che c’è certezza delle normative e del loro rispetto, e poi in Cina c’è volontà e capacità di programmare.
Il nuovo Regolamento sui Veicoli Fuori Uso obbligherà i produttori a usare il 15% di plastica proveniente da rifiuti post-consumo. Toyota sta già aprendo un plant in Europa per smontare le autovetture, centralizzando l’attività. Questo ovviamente è solo il primo step, perché ora cominciano a progettare le macchine affinché alla fine siano smontate in maniera più economica; probabilmente fra qualche anno saranno loro a fornire ai produttori di auto prodotti riciclati provenienti dal settore automobilistico. Se Toyota ha la fabbrica, ottempererà al regolamento, quindi forse non paga la multa. Se per di più lo riesce a fare in modo economico, si ritrova un vantaggio competitivo.
Quello che sta succedendo è che il governo cinese studia le direttive europee e fa riunioni con i produttori cinesi per spiegare, ad esempio, che cos’è la cross-border carbon tax, o la direttiva sull’economia circolare nel settore. Lo so, perché invitano anche noi. Le aziende cinesi si cominciano a preparare per non essere penalizzate.
Lla Cina sta facendo anche un’altra cosa. Nel nuovo piano quinquennale ha inserito un sacco di obiettivi sull’economia circolare del tessile, dell’automotive, eccetera, e il piano quinquennale cinese è una cosa seria, che va fatta. Le province si stanno attrezzando nella raccolta degli scarti, non come stanno facendo qua in Europa, dove dicono che si creeranno i consorzi, di fatto delle entità private.
In Cina sono le aziende municipalizzate che si attrezzano per raccogliere e mettere a disposizione gli scarti in modo corretto, quindi succederà che loro realizzeranno delle economie di scala molto più velocemente e metteranno a disposizione gli scarti a un costo più competitivo di quanto noi non riusciremo a fare qua in Europa.
Un paio di mesi fa parlavo col direttore innovazione della Volvo, che diceva le stesse cose. Certo, la Volvo è proprietà di un’azienda cinese! I cinesi sono più indietro rispetto a noi europei, ma probabilmente fra quattro o cinque anni ci avranno non solo raggiunto ma anche superato. È una questione di gestione, governance, standardizzazione.
Io ricevo decine di sollecitazioni al giorno per andare in Cina a fare un impianto di riciclo chimico dai vari sindaci della città — che poi sono anche i segretari del partito, perché le due figure si sovrappongono — che offrono di mettermi a disposizione tutto quello che serve: terreno, fabbricati, prezzo dell’energia elettrica competitivo; mi chiedono di dargli indicazioni su come raccogliere gli scarti, eccetera. Qui in Europa, invece, nessuno fa niente.
Molta della ricerca e innovazione italiana è oggi gestita con fondi di derivazione europea. Quale meccanismo trova più efficiente: assegnare fondi centralmente dall’Europa (modello EIC/Horizon) oppure ai singoli Paesi, dando all’Italia la scelta di come usarli?
Sarebbe auspicabile riportarli a livello nazionale, quindi in modo proporzionale ai vari Stati. Perché purtroppo in Europa ci sono Paesi più organizzati di noi che ottengono più fondi.
L’Unione Europea cerca comunque di applicare dei correttivi geografici, per evitare di dare tutti i fondi agli svedesi — che sono dei fenomeni! — ma di dare spazio anche agli Stati minori, cercando di applicare dei sistemi incentivanti per i vari Paesi e non semplicemente una graduatoria in termini di meritocrazia.
La Commissione Ue ha lanciato nel 2025 il Clean Industrial Deal, pensato per industrie energy-intensive ed economia circolare. A marzo ’26 è stato presentato l’Industrial Acceleration Act, per promuovere prodotti made in Europe low carbon. Come valuta queste misure?
Non lo so, vedremo quello che succede, ma una cosa che l’Europa avrebbe dovuto fare già da dieci o quindici anni è il public procurement, premiando per esempio con il 5% i prodotti sostenibili e riciclabili: questo sarebbe stato un forte stimolo. Invece ha solo dato indicazioni generiche di favorire il prodotto con certe caratteristiche e tutti si sono sentiti liberi di non fare nulla.Solo adesso si inizia a parlarne seriamente.
In che modo la UE può aiutarvi? Meglio puntare sulla protezione per legge del mercato (dazi/carbon tax) o su incentivi diretti alle imprese (finanziamenti agevolati)?
Il settore chimico europeo, che è la madre di tutte le industrie, attraversa oggi un enorme stato di crisi. Recentemente ho partecipato a un incontro con le associazioni chimiche europee in cui il Commissario europeo ha dichiarato: “Ditemi quali sono le molecole e i siti che dobbiamo proteggere e in tre mesi vi daremo i fondi per farlo”.
Tuttavia, con 27 Paesi coinvolti, il rischio è quello di una distribuzione a pioggia, poco efficace, che finisce per dilapidare risorse anche su aziende non virtuose o senza futuro. Spesso, la mera riduzione degli oneri è il sistema più rapido per premiare chi davvero merita. Nello specifico, il contenimento del costo dell’energia e la cancellazione degli ETS (Emission Trading System) sarebbero le prime azioni che l’Unione europea dovrebbe intraprendere. Ma non accade, perché rappresentano una sua importante fonte di finanziamento.
Al contrario, l’Ue porta avanti misure che considero profondamente ingiuste, come la cancellazione delle quote in eccesso (l’anno scorso per un valore di 3 miliardi). Facciamo un esempio: io investo per ridurre le emissioni. A quel punto succedono due cose. Primo: le quote non vengono acquistate solo da chi effettivamente emette, ma diventano uno strumento speculativo per i fondi d’investimento. Secondo: l’Unione europea cancella le quote residue. È un paradosso: mi chiedi di investire per risparmiare, ma poi fai di tutto per mantenere il prezzo delle quote alto. Risultato? Non ho risparmiato nulla e pago sempre di più.
Il mio concorrente europeo magari paga quanto me, ma i miei concorrenti cinesi, americani o indiani non pagano le quote ETS. Bisognerebbe allora applicare seriamente il Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM): una misura filosoficamente fantastica, ma utopistica, perché sarà quasi impossibile implementare un meccanismo di compensazione davvero efficace.
Se lei potesse chiedere alla signora von der Leyen una sola iniziativa, un programma, una norma per accelerare l’innovazione, cosa chiederebbe?
Chiederei di imporre a tutti i 27 Stati membri regole di sostenibilità stringenti nel public procurement (gli appalti pubblici). Parliamo di una capacità di spesa enorme, che rappresenta uno strumento di orientamento del mercato potentissimo. È una leva che favorirebbe naturalmente noi aziende europee rispetto ai competitor cinesi o asiatici, specialmente quando si tratta di tender nazionali o locali.
Per la competitività delle aziende europee, serve più o meno Europa? Un’Europa più forte, con più competenze oppure con meno?
Serve più Europa, ma non un’Europa burocratica come quella di adesso; servirebbe un’Europa federale, dove alcune leggi siano uguali in tutti i 27 Paesi.
(L’intervista è stata realizzata da Silvia Pugi in collaborazione con Gaetano Iaquaniello. E’ la prima di una serie di interviste a manager europei per capire come approcciano l’innovazione e cosa l’Europa potrebbe fare per supportarli maggiormente)

























