Che cosa c’entra un editore tradizionale come Zanichelli con una startup che ha creato una community di elettricisti e tecnici dell’energia? È una domanda che si sono fatti in molti il giorno dopo l’annuncio dell’investimento del gruppo bolognese su una startup che ha preso il suo nome dalla storica serie tv MacGyver in cui il protagonista usa il suo talento per risolvere i problemi e la sua vasta conoscenza della scienza per salvare vite umane.
La risposta che ci dà Enrico Poli, Director di Zanichelli Venture, il corporate venture capital dell’azienda, dice molto sull’interpretazione dell’open innovation di un’azienda fondata nel 1859 da un libraio modenese, diventato editore di poeti come Carducci e Pascoli. L’investimento sulla piattaforma che aiuta tecnici specializzati del settore energetico ed elettrico a costruire percorsi professionali e trovare opportunità di lavoro non nasce dalla volontà di presidiare un nuovo mercato HR. Dietro c’è una riflessione molto più ampia sul futuro della formazione, delle competenze e del lavoro.
Dal 2018 a oggi Zanichelli Venture ha realizzato 25 investimenti tra startup e fondi internazionali, partendo dall’EdTech per arrivare a un focus che è stato definito “ubiquitous intelligence”: l’idea che vivremo immersi in ambienti sempre più intelligenti e che questo cambierà radicalmente il modo in cui apprendiamo, lavoriamo e costruiamo valore.
In questa intervista a EconomyUp Poli spiega perché la formazione tecnica sarà sempre più centrale, come l’intelligenza artificiale sta modificando il venture capital e perché oggi investire in startup significa soprattutto osservare in anticipo le grandi trasformazioni sociali.
L’investimento in Gyver probabilmente sorprende chi associa ancora Zanichelli soprattutto all’editoria scolastica. Perché avete deciso di puntare su una startup che opera nel mondo degli elettricisti e del lavoro tecnico qualificato?
Zanichelli Venture nasce nel 2018 già con un’idea molto precisa: usare il venture capital per esplorare territori adiacenti alla nostra missione storica. Non abbiamo mai adottato il modello classico di corporate venture capital fortemente integrato con il business esistente. Noi investiamo per capire come stanno cambiando apprendimento, lavoro e società.
All’inizio ci siamo mossi soprattutto nell’EdTech, che era il territorio naturalmente più vicino a Zanichelli. Negli ultimi anni però la nostra tesi si è ampliata e oggi parliamo di “funding ubiquitous intelligence”: l’idea che vivremo in ambienti sempre più intelligenti e che questo trasformerà il modo in cui impariamo, lavoriamo e prendiamo decisioni.
Come e dove si inserisce Gyver in questa vision?
Molti la leggono come una piattaforma per trovare elettricisti. In realtà Gyver è un’infrastruttura di carriera per tecnici qualificati nel settore energetico ed elettrico. Non si limita a far incontrare domanda e offerta di lavoro: costruisce percorsi professionali.
Oggi parte dal matching tra aziende e tecnici, ma la formazione diventerà inevitabilmente una componente centrale. Per creare valore alla propria comunità dovrà aiutare le persone ad aggiornarsi, certificare competenze, accedere a nuove opportunità professionali.
Perché il tema della formazione tecnica è diventato così importante?
Perché esiste un enorme problema di dispersione del talento. Ci sono persone che potrebbero avere ottime opportunità professionali ma non riescono a intercettarle. E ci sono intere filiere industriali che faticano a trovare competenze adeguate.
Noi crediamo che formazione e lavoro siano sempre più intrecciati. Ogni apprendimento richiede uno sforzo e quello sforzo esiste solo se è chiaro il ritorno che la formazione può generare. Uno dei ritorni più concreti è la possibilità di costruire una carriera soddisfacente e stabile.
Quindi il tema non è soltanto educational?
Esatto. Noi investiamo anche in startup che riducono le dispersioni di talento. È una parte importante della nostra visione. Internamente la chiamiamo “zero potential waste”: l’idea che oggi esistano ancora troppe perdite lungo il percorso che porta una persona dalla formazione al lavoro e alla piena realizzazione professionale.
In questo senso Gyver ci interessa moltissimo perché opera in un settore dove il mismatch tra domanda e offerta di competenze è enorme. E perché la transizione energetica farà crescere ancora di più il bisogno di tecnici qualificati».
Che tipo di modello segue oggi Zanichelli Venture?
Non siamo un fondo finanziario puro, ma non siamo nemmeno un corporate venture capital industriale tradizionale. Certamente vogliamo generare ritorni finanziari, ma il nostro lavoro serve anche a raccogliere intelligence.
Attraverso le startup osserviamo come stanno cambiando educazione, lavoro e tecnologia. Questo permette poi all’azienda di capire quali trasformazioni potrebbero avere un impatto sul proprio futuro.
Questa attività ha già generato effetti concreti sul business di Zanichelli?
Sì, è successo. Un esempio importante è Amplify, editore scolastico statunitense digital first in cui abbiamo investito. Amplify nasce pensando prima al prodotto digitale e poi eventualmente al cartaceo. Alcune esperienze sviluppate da Amplify stanno oggi arrivando anche in Italia.
Qual è la dotazione del fondo?
Oggi Zanichelli Venture dispone di 20 milioni di euro, interamente sostenuti dagli azionisti del gruppo. Abbiamo ancora ampia capacità di investimento e continuiamo soprattutto a lavorare sulla qualità del deal flow».
Che cosa c’è in portafoglio?
Dal 2018 abbiamo realizzato 25 investimenti tra startup e fondi internazionali. Non sono tantissimi, ma nemmeno pochi. Fin dall’inizio abbiamo avuto una visione internazionale, con attenzione sia all’Europa sia al Nord America.
Negli ultimi mesi abbiamo iniziato anche a investire in altri fondi venture capital. In questi anni abbiamo costruito relazioni molto forti con investitori internazionali e questo ci permette di ampliare il deal flow e accedere a founder e mercati diversi.
In quali fondi avete investito?
Siamo LP di Emerge Education, LearnLaunch e Transcend. Ci sono poi altre collaborazioni in corso di valutazione che comunicheremo più avanti.
Quanto sta cambiando il venture capital di un’azienda, ma non solo, con l’arrivo dell’intelligenza artificiale?
Moltissimo. È un momento in cui tanti investitori fanno fatica a capire cosa sia davvero difendibile. Le tecnologie evolvono così rapidamente che è difficile capire se un vantaggio competitivo esisterà ancora tra pochi mesi.
Ma il venture capital vive proprio di rischio. I momenti di maggiore trasformazione sono anche quelli in cui possono nascere le opportunità e le aziende più importanti.
Enrico, tu frequenti il digitale da molti anni. Come vedi il grande cambiamento che stiamo vivendo adesso?
Sono un ingegnere informatico e ho vissuto l’arrivo di Internet negli anni Novanta. Per la prima volta dopo quel periodo provo una sensazione simile. C’è la percezione di un’accelerazione molto forte. Ma l’intelligenza artificiale non nasce dal nulla. È il risultato di decenni di evoluzione tecnologica: prima Internet, poi il mobile, poi la digitalizzazione diffusa. Ogni fase accelera quella successiva.





























