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La ricerca

Open innovation, in Italia 5mila aziende investono in startup

25 Ott 2016

Le persone con partecipazioni in almeno una delle 6.466 società iscritte al Registro sono 34.963, gli investitori corporate 5.149: lo dice il primo Osservatorio sui modelli italiani di Open Innovation e Corporate VC promosso da Assolombarda, Italia Startup e Smau. Ma non indica l’importo complessivo degli investimenti

Oltre 5000 aziende hanno investito in startup italiane, la maggioranza di queste aziende sono large corporate con ricavi superiori ai 50 milioni, tra queste non sono rari gli investitori seriali che hanno investito in almeno due startup e in molti casi le large corporate del Nord hanno investito in imprese innovative con sede al Centro-Sud. Sono alcuni uno dei risultati emersi dal Primo Osservatorio sui modelli italiani di Open Innovation e di Corporate Venture Capital promosso da Assolombarda, Italia Startup e Smau, in partnership con Ambrosetti e Cerved. Uno studio che dimostra come la dinamica dell’Open Innovation – modello di innovazione secondo il quale le realtà imprenditoriali, per creare più valore e competere meglio sul mercato, possono e debbono ricorrere anche a strumenti e competenze tecnologiche che arrivano dall’esterno – sia già un dato di fatto in Italia, soprattutto nelle grandi imprese, ma con un interesse sempre maggiore da parte di pmi e microimprese. Resta però un dato non specificato all’interno di questo report: l’entità complessiva degli investimenti effettuati dagli investitori sulle startup negli ultimi anni. (Qui è possibile scaricare la ricerca completa)

La presentazione della ricerca si è svolta oggi 25 novembre all’interno della cornice di Smau, che si tiene a Fieramilanocity fino al 27 ottobre. Due gli obiettivi, condivisi nel contesto dell’Industry Advisory Board di Italia Startup, in coordinamento con il progetto Startup Town di Assolombarda: dare una prima dimensione al fenomeno del Corporate Venture Capital italiano, inteso come investimento finanziario e industriale in startup innovative italiane; e individuare modelli concreti e replicabili di Open Innovation, includendo nell’analisi l’identificazione delle esigenze aziendali, gli incontri conoscitivi, i vantaggi per il business, la costruzione di reti innovative, fino alle vere e proprie acquisizioni.

Soci e startup – È proprio dagli archivi di Cerved sui soci e sulle partecipazioni – prendendo in considerazione le partecipazioni dirette e indirette di persone fisiche e persone giuridiche fino al terzo livello – che sono stati individuati oltre 40 mila soci delle 6,5 mila startup innovative iscritte al registro delle imprese. Sono 34.963 le persone fisiche che hanno quote di partecipazione, diretta o indiretta fino al terzo livello, in almeno una delle 6.466 startup innovative iscritte alla sezione speciale del Registro delle Imprese. Gli investitori corporate sono invece 5.149, la maggior parte dei quali sotto la veste di società di capitale. La ricerca evidenzia poi come gli investitori in CVC concentrino le loro quote in 1.901 startup innovative iscritte al Registro delle Imprese. Nelle restanti 4.565 startup la compagine dei soci è rappresentata esclusivamente da persone fisiche.I dati di bilancio delle società (di capitale) che sono nel capitale delle startup innovative iscritte indicano che oltre il 60% di questi investitori sono large corporate, con un giro d’affari di oltre 50 milioni di euro. Sono circa 400 le PMI e 31 le microimprese.

Campi di attività – Quasi la metà delle corporate che hanno investito in startup innovative operano nel campo dei servizi non finanziari (48,2%); oltre un terzo nei servizi finanziari e assicurativi (34,1%), il 5,2% nell’industria tradizionale, il 2,9% nella meccanica. Il 2,1% nella produzione di apparati hi tech.

Nord e Sud – Oltre due terzi dei soci corporate delle startup innovative iscritte hanno sede nel Nord della Penisola (69%). Il Nord ospita anche la maggior parte delle startup innovative iscritte alla sezione speciale del Registro delle Imprese, ma la percentuale è significativamente inferiore (55%). Questo significa che un flusso consistente di investimenti di società del Nord vanno a beneficio di startup che operano nel Centro- Sud. Infatti, i dati evidenziano anche che il 59% dei soci corporate investe in startup fuori regione.  “Questo dato evidenzia il superamento della logica del distretto industriale, un fenomeno che come Smau conosciamo molto bene grazie all’ormai consolidato presidio dei territori attraverso il Roadshow – spiega Pierantonio Macola, Presidente di Smau – .E’ evidente che la strategia di specializzazione intelligente a cui le Regioni sono chiamate in ambito ricerca e innovazione ha come naturale conseguenza la creazione di un mercato dell’innovazione di respiro nazionale a cui le imprese dimostrano di essere già pronte.”

Ricerca e software – La ricerca evidenzia, infine, che le imprese corporate che hanno investito in startup innovative

hanno prevalentemente optato su imprese che fanno R&D o producono software e servizi informatici: L’industria tradizionale nel 77% dei casi ha investito in startup che fanno R&D, Le imprese che operano nel settore della meccanica scelgono nel 61% dei casi startup che operano nel campo del software e dell’informatica, così come le aziende che si occupano di produzioni Hi-tech (76% dei casi).

Marco Bicocchi Pichi, Presidente di Italia Startup, commenta: “La ricerca sui dati e sulle buone pratiche di Open Innovation e Corporate Venture Capital ha per la nostra Associazione una grande importanza, soprattutto per un aspetto cruciale dell’ecosistema dell’innovazione: per le startup è infatti fondamentale l’accesso ai mercati e ai canali distributivi delle imprese medie e grandi e l’investimento nel capitale da parte di queste stesse imprese. I modelli operativi che emergono dallo studio possono aiutare ad accelerare la diffusione della conoscenza e l’adozione di modelli virtuosi di contaminazione tra le imprese, seguendo l’esempio delle più attive, anche in relazione alla grande opportunità di Industria 4.0”

A commento dei dati interviene anche Stefano Venturi, Membro del Consiglio di Presidenza di Assolombarda Confindustria Milano Monza e Brianza, con delega “all’Agenda Digitale e Start up” e Amministratore Delegato Hewlett Packard Enterprise Italia. “Due anni e mezzo fa, lanciando il Progetto Milano Startup Town, uno dei 50 Progetti del Piano Strategico Far Volare Milano, sottolineavo come uno dei principali ruoli dell’Associazione verso il mondo delle startup, fosse quello di avvicinarle alla rete delle nostre 6.000 aziende associate. Oggi, con questo Osservatorio – ha proseguito Venturi -, vogliamo dare concretezza a questa visione fornendo un quadro del settore Open Innovation e Corporate Venture Capital in Italia, sensibilizzando le aziende a vedere nelle startup un importante veicolo di sviluppo e innovazione e mettendo loro a disposizione quegli strumenti con cui orientarsi in questo nuovo ambito”.

La seconda parte dell’Osservatorio, realizzata da The European House Ambrosetti, punta infatti, ad individuare modelli concreti e replicabili di Open Innovation, per fornire una guida alle imprese che si affacciano per la prima volta in questo mondo e hanno necessità di orientarsi rispetto ai numerosi modelli e strumenti differenti con cui sviluppare processi innovativi.

Il primo passaggio individuato da Ambrosetti è quello di determinare la direzione che si vuole intraprendere, a seconda delle proprie conoscenze del mercato e dei mezzi tecnologici a disposizione. Per questo è stata creata la matrice del POSIZIONAMENTO che determina, in base a due variabili, conoscenza del mercato di riferimento e competenze e gli strumenti tecnologici a disposizione dell’azienda, il grado di rischio nell’intraprendere attività di Open Innovation. Il grado di rischio massimo, ma di più alto potenziale d’innovazione, è quello in cui l’azienda ha poca conoscenza del mercato di riferimento e pochi mezzi a disposizione. Viceversa, la situazione più confortevole è quella in cui si ha un’elevata conoscenza del mercato e abbondanti mezzi tecnologici a disposizione. Questa però è anche la condizione con minori margini di innovazione per il proprio business- si legge nella guida.


La seconda matrice individuata da Ambrosetti è quella della STRATEGIA attraverso cui scegliere gli strumenti a disposizione per perseguire gli obiettivi. Le variabili in questo caso sono il grado di confidenza che l’azienda ha rispetto al mondo dell’innovazione e l’allocazione finanziaria che l’azienda intende investire nel fare innovazione. Rispetto a queste due variabili si va da una prima situazione in cui l’azienda vuole fare Open Innovation ma non sa come muoversi, per cui è indicata una strategia passiva di “osservazione” e raccolta di idee, attraverso call for ideas, hackaton e scouting di idee ad una seconda situazione in cui l’azienda ha esperienza di innovazione ma scarse risorse e a cui si consiglia la strategia del “Fare Rete” creando network o piattaforme in cui vestire il ruolo di leader e guidare lo sviluppo di nuove idee. E’ il caso ad esempio di strumenti come il Crowdsourcing,l’Innovation Procurement e le Innovation Platforms. Il terzo caso è la situazione in cui l’azienda ha disponibilità di fondi, ma poca esperienza per condurre progetti di Open innovation e a cui viene proposto di trovare partner esterni, come Venture Capital a cui dare mandato per investire in startup innovative con grandi possibilità di ritorno, sia in termini di capitale che di opportunità di apertura di nuove linee di business. Infine la quarta strategia, denominata “Corri!” è quella suggerita alle aziende che hanno ampia disponibilità economica e conoscenza dei meccanismi di Open Innovation. Gli strumenti ideali per questo tipo di situazione sono i gli investimenti tramite i Corporate Venture Capital, i Corporate Accelerator e Incubator e le azioni di M&A.


L’Osservatorio si conclude con alcune case history di realtà che hanno avviato al proprio interno strategie di Open Innovation: Arti Grafiche Boccia, QVC, ABB Group, Altran, Fluid-o-Tech, Spindox, Grey United, SIA, Cerved, CLN Group, Elemaster, Reda/Lanieri, Zucchetti, Macnil, Wolters Kluwer, Jcube. (L.M.)

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Luciana Maci
Giornalista

Ho partecipato al primo esperimento di giornalismo collaborativo online in Italia (Misna). Sono dal 2013 in Digital360 Group, prima in CorCom, poi in EconomyUp. Scrivo di innovazione ed economia digitale

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