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Oltre l’open innovation: 3 elementi per fare innovazione in modo efficace



Adozione di specifici metodi di lavoro in tutta l’azienda, cultura della creatività, integrazione dell’impresa con la startup community: sono ingredienti essenziali di una strategia innovativa. Che deve superare l’approccio tecno-glamour per concentrarsi sulla trasformazione dei processi e dei prodotti

di Nicola Mattina

30 Nov 2017


Qualche settimana fa, mi hanno chiesto di fare una lezione sull’open innovation. Ho colto l’occasione per lavorare su alcune idee e organizzare una presentazione che non si limitasse a riproporre per l’ennesima volta il modello di Henry Chesbrough, raccontare il fallimento di Kodak e Blockbuster e declamare con compiacimento che il futuro della mobilità si chiama Uber, quello dell’accoglienza AirBnB e via discorrendo.

 Tre premesse al limite della banalità

Sono partito da tre premesse banali sull’innovazione che potrei riassumere così:

  • l’innovazione è una cosa molto pratica e concreta: si tratta di realizzare prodotti e processi nuovi (a volte ce lo dimentichiamo e confondiamo l’innovazione con qualsiasi novità tecnologica che eccita la nostra immaginazione);
  • l’innovazione non è solo digitale e ci sono moltissime opportunità anche nel mondo fatto di atomi (durante la mia lezione, ho parlato di insalata);
  • se consideriamo il ciclo di vita di un prodotto (dalla progettazione al fine vita), abbiamo a disposizione un ampio ventaglio di opportunità di digitalizzazione. Anche l’insalata può essere comunicata e venduta online. Negli Stati Uniti, una società l’ha messa in grandi barattoli e la distribuisce tramite delle vending machine digitali e connesse negli aeroporti.    

In altri termini, quando parliamo concretamente di innovazione è meglio: abbandonare l’approccio tecno-glamour-digital-fighetto che si riempie la bocca di disruption, lean startup e growth hacking; concentrarsi sul processo di creazione e miglioramento di prodotti e processi; considerare sia le opportunità di trasformazione digitale intrinseche al prodotto sia quelle che riguardano il suo ciclo di vita.

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Come innovano le aziende

Il secondo punto che ho toccato nella presentazione riguarda i processi che le aziende mettono in campo per produrre innovazione. Dal mio punto di vista, si possono raggruppare in due grandi categorie. La prima coincide con l’attività di ricerca e sviluppo, che nasce con il preciso obiettivo di creare nuove tecnologie che possano essere trasformate in prodotti e processi aziendali. I punti deboli di queste attività – come sottolineato da Chesbrough – sono ormai chiari: da un lato, non sempre un’azienda è in grado di sfruttare tutte le invenzioni che produce e, dall’altro lato, non è detto che un’azienda inventi quello che serve per rimanere competitiva. La risposta a questi limiti è adottare un approccio open.

La seconda categoria racchiude tutte le attività di cambiamento e innovazione che avvengono nelle diverse aree aziendali e che, generalmente, sono spinte da partner, fornitori e consulenti. Basti pensare a quanto è accaduto nella comunicazione di marketing negli ultimi venti anni: la trasformazione digitale è arrivata nelle aziende soprattutto grazie a quelle agenzie che hanno messo la trasformazione digitale al centro della propria proposizione di valore. I principali punti deboli di questi processi riguardano: la lentezza perché spesso partner, fornitori e consulenti di grandi aziende sono a loro volta organizzazioni complesse; il fatto che le priorità di business di azienda e fornitore non siano sempre allineate.

Il punto da sottolineare è che, oggi, nella maggior parte delle organizzazioni, ogni funzione ha in campo delle attività che possono essere legittimamente etichettate come open innovation, anche se non sono tecno-glamour-digital-fighette come creare la nuova versione di un iPhone o progettare un missile per andare su Marte.

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Come si innova efficacemente?

Quindi, come si fa a fare innovazione aperta andando oltre l’approccio tecno-glamour-digital-fighetto? Ovviamente, non ho una risposta definitiva, ma penso di poter sostenere che ci sono tre elementi che sono imprescindibili:

1. metodi diffusi in tutta l’azienda. Se è vero che tutte le direzioni di un’azienda devono fare e adottare innovazione, allora è necessario che l’organizzazione scelga consapevolmente uno o più metodi per governare e misurare tali processi. Non solo! Dovrebbe fare continuamente benchmark con l’obiettivo di capire se i metodi che ha scelto le permettono di essere effettivamente competitiva, di reagire con la necessaria velocità e di creare più velocemente degli altri.

2. cultura della creatività. Di questo argomento ho parlato in questo articolo a cui rimando: Prima dell’open innovation c’è la cultura dell’innovazione.

3. integrazione con le startup community. Infine, l’aziende deve avere una strategia di integrazione con le startup community non perché è di moda, ma perché – per loro natura – tali comunità sono popolate da imprenditori che ogni giorno trasformano invenzioni in innovazioni e da investitori che sono disposti a rischiare capitali significativi per far crescere velocemente queste nuove avventure imprenditoriali. Integrarsi con le startup community però non può limitarsi agli eventi tecno-glamour-digital-fighetti per i giovani talenti dell’innovazione. Occorre definire degli obiettivi e scegliere strumenti che permettano di creare un impatto reale sul business: programmi di accelerazione, investimenti, acquisizioni.

Post scriptum per chi lo sapeva già…
È ovvio che un articolo di 5.000 battute contenga delle semplificazioni!
Lo so, non riesco mai a scrivere qualcosa di veramente originale. È un limite con cui ormai ho fatto pace, quindi farmelo notare non mi ferirà 🙂

Nicola Mattina
Imprenditore e co-founder di Stamplay