Solomon Darwin (Garwood Center): l’open innovation è cambiata, ora è un software

Il direttore del Centro di Henry Chesbrough anticipa a EconomyUp i temi della prossima World Open Innovation Conference a San Francisco: dalle policy pubbliche alle infrastrutture. Determinante il ruolo delle tecnologie digitali. «Oggi si confrontano gi uomini, domani potranno farlo le macchine». Un esempio? Il caso Tesla

Pubblicato il 13 Nov 2017

software

Open innovation, nel 2017, significa conoscenza che si diffonde in tutte le direzioni grazie alla rapidità, efficacia e pervasività delle nuove tecnologie. Ma è essenziale saper gestire questo flusso di conoscenza. Parola di Solomon Darwin, direttore esecutivo del Garwood Center for Corporate Innovation della Haas School of Business presso la University of California, Berkeley, uno dei centri più rinomati al mondo per gli studi, le ricerche e le attività sull’innovazione. Anche perché è la “casa” di Henry Chesbrough, l’uomo che ha “scoperto” l’open innovation.

“Tutto si sta muovendo in direzione digitale – dice Solomon Darwin a EconomyUp – perciò gli asset stanno diventando più leggeri, mobili, veloci. La Tesla funziona grazie a 100milioni di righe di codice, in pratica è un’automobile comandata dal software. Il digitale significa velocità, risposte in tempo reale, facilità di diagnosi e capacità di lavorare con altre persone che possono dare e ricevere consigli in modo immediato da un angolo all’altro della terra. Oggi l’innovazione è aperta perché caratterizzata da questo flusso continuo di conoscenza”.

(In questa video-intervista del 2016 Solomon Darwin spiega che cos’è l’open innovation)

«Le multinazionali-dinosauri hanno bisogno delle giovani startup per non morire»

EconomyUp ha intervistato il docente universitario in vista della quarta edizione della 4th Annual World Open Innovation Conference, che si svolgerà a San Francisco dal 13 al 15 dicembre. Un appuntamento annuale (l’anno scorso si è tenuta a Barcellona, il prossimo anno sarà a Monaco) che vede riuniti gli attori mondiali del mondo dell’innovazione e dell’open innovation per fare il punto delle conoscenze acquisite e tratteggiare gli scenari futuri. Così la prima domanda è d’obbligo.

Come vi state preparando all’evento e quali le novità di questa edizione?

Avremo alcuni grandi speaker. Un nome fra tutti: William Ruh, Chief Executive Officer di GE Digital, una società di General Electric che vale 6 miliardi di dollari e che offre soluzioni e servizi software per il mondo industriale. L’abbiamo invitato perché tutto sta diventando sempre più digitale e guidato dal software. Gli asset si smaterializzano e diventano più leggeri, mobili, veloci, guidati dal machine learning. La tecnologia digitale contribuisce a velocizzare l’open innovation, dal momento che consente di risolvere i problemi in modo più veloce e partecipativo. Oltre agli speech dei relatori, presenteremo alcune ricerche sull’innovazione provenienti da tutto il mondo. Ne abbiamo prese in esame circa 700 e ne abbiamo selezionate un numero ristretto. L’argomento di quest’anno sono le policy governative considerate essenziali per l’open innovation.

Un esempio di una policy pubblica efficace?

Il nostro Garwood Center for Open Innovation è stato incaricato dal governo dello Stato indiano dell’Andra Pradesh di creare il primo prototipo di villaggio smart e scalabile. Nella prototipazione sono coinvolte oltre 24 aziende, tra cui alcune importanti società della Silicon Valley. Attualmente il campo di ricerca riguarda una migliore comprensione delle economie rurali del villaggio smart. Si tratta del primo progetto di questo tipo interamente finanziato dal governo indiano, perciò ha attirato l’attenzione di grandi personaggi. La prossima settimana incontrerò Bill Gates in India. Come sappiamo il fondatore di Microsoft è molto impegnato in iniziative solidali a favore dei Paesi emergenti. In India, in particolare, vuole aiutare gli agricoltori, che sono purtroppo protagonisti di un drammatico fenomeno: un’alta percentuale di suicidi a causa dei raccolti andati in rovina. Insomma, a realizzare le policy di open innovation devono essere le pubbliche amministrazioni ma anche le grandi aziende e le startup. Tutti questi attori hanno un impatto sull’ecosistema.

Nell’ambito della Conferenza saranno assegnati gli Industry Awards a startup e aziende internazionali campioni di open innovation. Che Cosa devono avere le une e le altre per catturare la vostra attenzione?

Le startup devono avere un particolare business model in grado di portare disruption nell’economia e nella società  o proporre una tecnologia che non sia mai stata applicata. Per intenderci, società con il Dna di Uber. Le grandi aziende sono così grandi e, di conseguenza goffe, che inevitabilmente non possono correre troppo veloci, perciò hanno bisogno di innovazione. Sono elefanti destinati a morire se resteranno tali. Per fortuna alcune companies hanno imparato come diventare leopardi, o come restare incinte di leopardi e dar loro vita. L’elefante muore, il leopardo sopravvive e sopravviverà sempre.

Quali sono attualmente i leopardi dell’innovazione?

Questo mese, al Garwood Center, abbiamo organizzato un Innovation Forum dal quale sono emersi 10 unicorni, startup emergenti in grado di rivoluzionare vari business. Molti di questi sono attivi nella digital technology per l’agricoltura, e in particolare nel precision farming, nella blockchain, nella  supply chain. Soluzioni e tecnologie che avranno un forte impatto nell’economia e nella società dell’immediato futuro. Fondamentale è la scalabilità: sono necessarie realtà imprenditoriali che possano risolvere il problema di molti in molte parti del pianeta.

Un esempio di una startup internazionale di questo tipo?

In India ce ne sono diverse. Una in particolare, Health Cube, attiva nel nell’HealthCare, fornisce un dispositivo in grado di effettuare 32 diversi esami, tra cui quello per l’Hiv. Il device è prodotto dagli indiani con la collaborazione di alcune realtà della Silicon Valley. La cosa straordinaria di questa tecnologia è che, anche nel più remoto dei villaggi, si può effettuare un test medico che viene immediatamente scaricato sul cloud e qualsiasi medico al mondo, se ha accesso ai dati, può intervenire con la propria valutazione e diagnosi. È una tecnologia ad alto potenziale, che può essere ulteriormente implementata, ma naturalmente è necessario che ci sia una connessione wi-fi. E qui si pone il problema delle infrastrutture per l’innovazione. La tecnologia digitale ha bisogno dell’accesso al sistema delle comunicazioni.

In che modo la tecnologia digitale può alimentare l’open innovation?

Farò un esempio: di recente un’autovettura Tesla ha preso fuoco. Il guidatore avrebbe anche potuto non accorgersene, ma l’azienda ne è stata consapevole dal primo minuto, perché tutte le auto Tesla sono controllabili da remoto. Dopo l’incidente, l’azienda ha chiamato a raccolta i suoi ingegneri, che hanno velocemente capito cosa doveva essere fatto per evitare altri casi del genere: tutti i motori dovevano essere abbassati di un millimetro. Grazie alla tecnologia digitale è stato possibile ricevere un alert immediato e stabilire i futuri interventi, e non solo nel luogo dove è successo l’incidente, ma in tutto il mondo. Un tempo, se un modello di una vettura proveniente da una casa automobilistica tradizionale aveva un difetto di fabbrica, occorreva ritirare il modello da tutte le concessionarie ed effettuare le modifiche una per una. Adesso, grazie al software, si può intervenire con estrema rapidità, a costi molto minori e ottenere la consulenza in tempo reale di tecnici ed esperti in ogni parte del globo. Se un difetto si manifesta in Africa, può essere risolto da un tecnico del Michigan. Open innovation, oggi, significa, conoscenza aperta. Così diventa cruciale saper gestire il flusso di conoscenza. Da qui l’importanza dell’innovation management.

Siamo in grado di gestire la conoscenza o ci sono dei rischi?

Naturalmente ci sono dei rischi. In una puntata di “60 minutes”, programma giornalistico statunitense di attualità in onda sulla CBS, è stato chiesto a una donna di guidare un’auto, ma un hacker ha assunto il comando della vettura, che è letteralmente impazzita, sbandando in tutte le direzioni, così lei ha perso il controllo senza capire il motivo. È un esempio di cattiva gestione della conoscenza e un monito affinché sia gestita da persone competenti. Io credo che oggi il mondo sia molto più pericoloso di qualsiasi altra epoca passata. Un tempo gli asset erano fisici e si potevano conservare nelle banche, nelle case, in luoghi circostanziati e difendibili. Oggi esistono i knowledge asset: sono quelli che creano valore, ma sono liberi di ‘scorrere’ e diffondersi, chiunque se ne può impossessare. Perciò, se finiscono nelle mani sbagliate, la situazione può diventare altamente pericolosa. Penso, per esempio, ad Al Qaida, o ad altre organizzazioni terroristiche che possono impossessarsi di un flusso potente di conoscenze.

Come difendersi?

La cybersecurity è importante, ma lo è altrettanto la formazione e l’educazione ai giusti valori. Certamente una parte delle professioni del futuro sarà nell’ambito della cyber-sicurezza, del security auditing e dell’internal control. Non credo, come pensano alcuni, che la quarta rivoluzione industriale distruggerà posti di lavoro senza ricrearne altri. La storia insegna che, quando un’industria muore, se ne sviluppa un’altra, è una sorta di bilanciamento interno. L’abbiamo visto accadere con ogni nuova tecnologia che si è affacciata sulla terra.

Quale sarà il trend dell’Open Innovation nel 2018?

Oggi gli esseri umani fanno open innovation confrontandosi tra loro, domani potremmo immaginare che saranno le macchine ad accordarsi sulle strategie di open innovation. Potrebbe essere una sorpresa. Tuttavia le macchine possono essere manipolate, come gli uomini, del resto. L’Internet of Things potrebbe finire per scaricare sulle macchine colpe che invece si celano dietro coloro che le hanno programmate per svolgere determinate azioni. Perciò, anche se l’open innovation sarà realizzata attraverso automi e intelligenza artificiale, è indispensabile che resti l’elemento umano.

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