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Le startup cercano famiglie che spesso le considerano occasioni di marketing

24 Lug 2015

Sanofi Italia seleziona quattro neoimprese nel settore della salute digitale che vorrebbero essere “adottate”. Però per la compagnia farmaceutica parla il manager della comunicazione. Ma l’open innovation è un’altra cosa…

L’open innovation? Facciamola, sì, ma con cautela e senza esporci troppo. Sembra questo il principio a cui si ispirano alcune grandi aziende nell’orientare il proprio rapporto con l’innovazione proveniente dall’esterno e in particolare dalle startup. Un ultimo esempio arriva da un grande gruppo farmaceutico come Sanofi, che il 21 luglio a Milano ha organizzato #MeetSanofi, un evento per tastare il polso al rapporto tra salute e digitale in Italia e presentare le storie di quattro giovani startup attive nel settore dell’e-health. Iniziativa lodevole e ricca di spunti. Ma nessun annuncio di collaborazione concreta con le nuove imprese.

Nei confronti delle startup abbiamo molta curiosità intellettuale. Con il top management, per esempio, siamo andati a visitare un luogo di innovazione importante come H-Farm. Stiamo facendo i primi passi nella conoscenza di questo mondo, iniziamo a fare progetti. Ci piacerebbe che il rapporto con le startup porti alla nostra azienda un valore nel tempo e non sia soltanto un’iniziativa spot: deve incidere a fondo nella cultura aziendale”, ha detto Daniela Poggio, direttore Comunicazione di Sanofi Italia e moderatrice dell’evento. Come a dire: per il momento stiamo alla finestra e osserviamo ciò che accade, poi si vedrà.

Il fatto che il front man dell’azienda in questa occasione fosse il manager della comunicazione fa riflettere sul livello di coinvolgimento del vertice e fa legittimamente pensare che ci sono compagnie dove il “fenomeno” startup viene ancora vissuto come un’occasione di marketing e, appunto, comunicazione. Ecco quello che è accaduto martedì scorso.


Le quattro startup selezionate sono tra quelle che rappresentano al meglio, secondo Sanofi Italia,  l’innovazione nel campo della salute in Italia. A cominciare da Horus Technology, una startup che ha lanciato un dispositivo indossabile – si applica su qualunque tipo di occhiali – che funziona come un assistente personale per ipovedenti e ciechi: è in grado di “vedere” al posto delle persone, legge testi, riconosce volti, oggetti e ostacoli. Il ceo Saverio Murgia ha raccontato: “Ho un background di studi in robotica. Avevo cominciato a lavorare a una tecnologia che consentisse ai robot di evitare gli ostacoli solo attraverso l’uso di telecamere. Poi, un incontro a Genova con una persona cieca mi ha fatto capire che questo tipo di innovazione andava messa a disposizione di chi ne aveva veramente bisogno”.

Bloomia è un portapillole intelligente che eroga il farmaco nel momento in cui deve essere preso. “L’idea è nata da un’esperienza personale: avere a che fare con una persona anziana che ha difficoltà a ricordarsi quando e come prendere i farmaci. Facendo indagini al di fuori degli ospedali ci siamo accorti che c’era forte domanda di una tecnologia del genere: in genere, gli anziani hanno una serie di necessità che dovrebbero essere prese in maggiore considerazione da chi fa startup”, ha detto il ceo e cofondatore della startup Benedetto Jacopo Buratti.

Feelstep invece si concentra sulle esigenze delle persone affette da Parkinson. La startup nata nella facoltà di Ingegneria dell’Università Sapienza di Roma, ha sviluppato dei sensori da caviglie che registrano i movimenti dei malati di Parkinson e inviano i dati al medico che li ha in cura. “Monitorare la qualità del passo dà informazioni sull’andamento e l’efficacia della terapia e permette di capire meglio come calibrare l’impiego dei farmaci”, ha spiegato la ceo Alessandra Pacilli, una giovane imprenditrice che ha anche fatto esperienza in Silicon Valley in quanto vincitrice di una delle borse di studio del programma Best.

Chiude il quartetto HeartWatch, un’app che monitora il battito cardiaco e rileva le aritmie. “Il nostro dispositivo correla l’attività fisica con la frequenza cardiaca ed è in grado di rilevare eventuali aritmie: problemi che possono portare a ictus e ischemie”, ha detto il co-fondatore Guido Magrin. “Certo, l’app non emette diagnosi – per quello serve un medico – ma è sicuramente utile per fare prevenzione: chi dovesse notare problemi grazie alla nostra tecnologia farebbe bene a farsi visitare”.

Ma cosa si aspettano le startup da un grande gruppo attivo nel loro settore, in questo caso Sanofi? Finanziamenti a parte – che sono sempre graditi – gli startupper dicono di aver bisogno di know how, competenze specifiche in tema medico, networking, supporto commerciale nel diffondere i prodotti e mentorship. “Adottateci”, hanno richiesto in coro. Non c’è modo migliore, per le nuove imprese, di stare “in salute”.

Per approfondire il tema dell’open innovation, conoscerla e soprattutto capire come guidarla e trarne vantaggio, si può far riferimento all’iniziativa del Gruppo Digital360: una piattaforma che a 360° tocca tutti i temi dell’innovazione aperta

http://www.digitalopeninnovation.it/

Maurizio Di Lucchio

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