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Si possono creare unicorni in Italia? Probabilmente no (ma non è impossibile…)



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Si possono fare unicorni in Italia? Moreno Carullo, che l’ha fatto negli Stati Uniti con Nozomi Network, ha risposto due volte “probabilmente no” al Festival dell’Economia di Trento. Come cambiare questa situazione? Non è (solo) questione di capitali. E vi spiego perché

Pubblicato il 26 mag 2026



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Si possono fare unicorni in Italia? Probabilmente no. Questa è la risposta che ha dato due volte Moreno Carullo durante il Festival dell’Economia di Trento a me e ad Alessandro Galimberti del Sole 24 Ore.

È possibile fare unicorni in Italia? Probabilmente no

La prima domanda che gli avevamo fatto era se fosse stato possibile costruire un unicorno nella cybersecurity come Nozomi Networks partendo dall’Italia. La risposta è stata, appunto: “probabilmente no”.

Nozomi Networks è nata tra il 2012 e il 2013 a Varese come spin-off di due PhD dell’Università dell’Insubria (Moreno appunto e Andrea Carcano). Rectius: dall’Italia si è subito spostata a Mendrisio, in Svizzera, a poco più di 20 chilometri da Varese, dove il team aveva origine.

Una distanza geografica irrilevante. Ma una distanza sistemica enorme. Dall’altra parte del confine c’era un contesto radicalmente diverso: maggiore facilità nella costituzione di startup, un sistema meno oppressivo sul piano fiscale, un costo del lavoro capace di attrarre e remunerare talenti. In altre parole: le condizioni per provarci davvero.

Ma anche la Svizzera non era sufficiente. È servita la Silicon Valley per trasformare una piccola startup di dieci persone in una realtà da oltre 400 dipendenti, fino all’acquisizione miliardaria da parte di Mitsubishi Electric.

La seconda domanda che gli abbiamo fatto è stata ancora più interessante: se oggi, nel 2026, sarebbe possibile costruire una nuova Nozomi partendo dall’Italia.

La risposta è stata identica: “Probabilmente no.”

Da sinistra: Moreno Carullo, Michele Bolognesi, Alberto Onetti, Francesco Capponi, Alessandro Galimberti

Unicorni in Italia, che cosa manca

Dentro quel “probabilmente no” ci sono in realtà due messaggi distinti.

Il primo è il “no”. Un no che segnala come l’Italia continui a pagare un gap strutturale nelle condizioni abilitanti all’innovazione. Certo, negli ultimi 10-15 anni qualcosa è cambiato. L’ecosistema startup italiano oggi è molto più maturo rispetto al 2012. Esistono più capitali, più attenzione istituzionale, più casi di successo, più consapevolezza.

Eppure, per chi vuole costruire aziende deeptech, biotech, AI o cybersecurity di livello globale, il contesto continua spesso a risultare sfavorevole rispetto ad altri ecosistemi europei o internazionali.

Il punto è che se nel 2012 un unicorno “non sarebbe potuto nascere in Italia”, il problema è che forse nemmeno nel 2026 potrebbe succedere.

Quali sono i limiti del sistema italiano

E poi c’è quel “probabilmente”. Ed è forse la parte più importante della risposta.

Perché “probabilmente” non significa “impossibile”. Significa che esiste ancora uno spazio nel campo delle possibilità. Significa che il destino non è scritto. Significa che le condizioni possono essere cambiate. Ed è esattamente lì che bisognerebbe lavorare.

Perché il problema italiano non è il talento. Non è la qualità della ricerca. Non è la capacità imprenditoriale. L’Italia continua a generare ricercatori, tecnologi e imprenditori di livello globale. Il problema è la frizione sistemica che questi talenti incontrano quando provano a costruire aziende innovative scalabili restando nel Paese.

Ogni ecosistema innovativo è, in fondo, una macchina che deve ridurre attriti: burocratici, fiscali, regolatori, culturali, finanziari. Quando gli attriti diventano troppo elevati, il capitale si sposta, i talenti si spostano, le aziende si spostano.

A volte basta attraversare un confine di 20 chilometri. A volte un oceano.

Il vero vincolo è il talento imprenditoriale

E forse la domanda giusta non è se oggi sia possibile costruire un unicorno in Italia. La domanda vera è: quanto ancora possiamo permetterci che il “probabilmente no” resti la risposta più razionale?

Su questa domanda, durante il Festival, è arrivato anche un contributo interessante e molto pragmatico da Francesco Capponi, italiano oggi a Boston, che con la sua iniziativa Lead The Future Mentorship prova a intervenire proprio su questi attriti facendo leva su asset già esistenti.

Con lui sul palco di Trento abbiamo ragionato su quale sia il vero collo di bottiglia italiano nella produzione di scaleup: startup capaci di raccogliere almeno 1 milione di euro, cioè quelle da cui statisticamente possono emergere grandi aziende tecnologiche capaci di generare PIL, occupazione e innovazione.

La tendenza naturale è pensare che il problema sia il capitale. Ma guardando i dati più a fondo emerge un’altra lettura: il vero vincolo è il talento imprenditoriale.

In Italia ogni anno ci sono circa 80 mila laureati STEM. Ma solo una frazione infinitesimale arriva a fondare startup capaci di raccogliere capitali significativi.

Se l’Italia volesse davvero avvicinarsi agli ecosistemi leader mondiali dell’innovazione, dovrebbe riuscire a generare centinaia di scaleup ogni anno. E questo richiede un funnel del talento molto più ampio e soprattutto più intenzionalmente orientato verso l’imprenditorialità tecnologica.

La parte interessante delle riflessioni di Capponi è che molte delle leve necessarie non richiedono riforme gigantesche o investimenti miliardari. Richiedono soprattutto visione e capacità di potenziare e indirizzare infrastrutture già esistenti. Per esempio: le Olimpiadi di Matematica e Informatica rappresentano una delle pochissime reti nazionali davvero capillari capaci di intercettare migliaia di studenti STEM ad alto potenziale. Eppure ricevono risorse limitatissime, spesso sostenute quasi esclusivamente dal volontariato.

O ancora: programmi come la Y Combinator Startup School potrebbero diventare un ponte sistematico tra giovani founder italiani e l’ecosistema globale della Silicon Valley con incentivi economici minimi ma ad altissima leva.

Lo stesso vale per gli scambi di ricerca internazionali. Mandare più studenti italiani nei grandi hub globali dell’innovazione — MIT, Stanford — non significa incentivare la fuga dei cervelli. Significa costruire connessioni, network e capitale relazionale che poi possono ricadere sull’intero ecosistema italiano.

Perché alla fine il punto forse è proprio questo: il “probabilmente no” non si cambia solo con più soldi. Si cambia creando densità di talento, ambizione internazionale e connessioni globali.

E soprattutto riducendo, pezzo dopo pezzo, quegli attriti che oggi continuano a trasformare troppi potenziali unicorni italiani in aziende che nascono — o crescono — altrove.

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