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Sei nella “Formula 1 del capitalismo”: cosa possono fare (di più) i VC per la salute mentale dei founder



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Chi tiene ritmi da atleta di vertice, se non ha attorno una struttura di supporto, non regge. Succede ai piloti di Formula 1, succede agli startupper. Ma chi li finanzia ha a cuore la loro salute mentale? Parlano 4 venture capitalist. Con riflessioni e soluzioni pratiche

Pubblicato il 14 lug 2026



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Il mio terapeuta ha una frase che mi ripete ogni volta che gli racconto un mese complicato: “Farhad, tu sei nella Formula 1 del capitalismo. Ricordatelo, sempre”. Uso sempre di più questa metafora perché descrive esattamente cosa succede a chi fa startup: il ritmo, la pressione, l’obbligo di sopravvivere per superare i round successivi, la totale asimmetria tra la tua capacità biologica di reggere e le aspettative del sistema in cui ti sei infilato.

Nella Formula 1 il pilota è la parte visibile della macchina. Ma dietro di lui ci sono un team tecnico, un ingegnere di pista, un fisioterapista, un medico, un mental coach, a volte un terapeuta. Perché se il pilota si spegne, la macchina non arriva al traguardo. Non c’è vittoria da cavallo morto.

Negli articoli precedenti ho raccontato chi si è schiantato (Francesco Inguscio e il suo infarto dell’anima), chi ce l’ha fatta senza rompersi (Matteo Musa di Fitprime), il costo invisibile delle relazioni per chi guida un’impresa. Manca un tassello, che è la domanda che mi porto dentro da founder: e chi mette i soldi in questa Formula 1 — ovvero i venture capital, gli acceleratori, gli investitori istituzionali — dove sta? Sono parte del team tecnico che si prende cura del pilota, o sono solo lo sponsor che vuole veder correre più forte?

Ho mandato lo stesso messaggio, breve, a più di dieci fondi italiani di primo piano. Testo: “Il prossimo articolo è sul ruolo degli investitori. Oltre a chiedere crescita, cosa può fare un VC per la salute mentale di chi finanzia? Mi piacerebbe sentire la tua opinione in una call di 30 minuti.”

Il primo risultato dell’esperimento è stato che la maggior parte non ha risposto o ha declinato l’invito perché concentrato su altre priorità.

Il silenzio

La maggior parte non ha risposto. E tra i silenti ci sono alcuni dei fondi italiani con più operazioni chiuse negli ultimi anni. Il nostro ecosistema, quando si parla di chi sta muovendo il mercato del venture italiano”, ha un numero relativamente piccolo di attori centrali. Su una parte importante di questi, alla mia domanda, il termometro segna: nulla.

Interpreto questo silenzio più come un segnale del fatto che il tema è ancora agli inizi nel nostro ecosistema che come un disinteresse verso i propri founder. Cinque anni fa non avrebbe risposto nessuno. Oggi qualcuno risponde, e sono già una comunità significativa. La trovate qui sotto. Ma la maggioranza dei VC italiani di primo piano, alla domanda “Cosa fai per la salute mentale dei founder?”, ancora non ha una risposta pubblica strutturata da dare. Più che una critica, è un’opportunità da cogliere: la conversazione, in Italia, sta appena iniziando.

Chi mi ha risposto l’ha fatto essenzialmente in due modi diversi. Il primo è l’intuito. Il secondo è il tentativo di strutturare.

Il gruppo dell’intuito: la relazione prima del processo

Alessio Beverina (Panakès Partners) l’ha detto senza giri di parole: “Un investitore intelligente sa che se il fondatore non è al 100% delle sue capacità, le performance dell’azienda ne risentono in maniera importante. Quindi la coscienza c’è dell’importanza del fattore. Quanto si faccia realmente non lo so.” Alessio, che fa venture capital da vent’anni, ci mette l’attenzione: pranzi pre-investimento (in cui capisce la situazione familiare del founder senza fare domande dirette), disponibilità continua a discussioni con il Ceo, supporto a costruire il team per alleviare lo stress e il peso del lavoro. A loro è capitato un founder che ha fatto burnout.

Marcello Giordani (BlackSheep Ventures) — La loro proposta di valore per il founder non è un coach: è il fatto che tra founder e partner ci sia “risonanza”, una parola precisa. Intesa come capacità di costruire un rapporto di fiducia, ascolto e confronto continuo, nel rispetto del fatto che “l’imprenditore, alla fine, è il padre dell’azienda e decide lui.” La loro via è integrata nel rapporto di investimento, non affidata a un professionista esterno. Fanno un HR diligence pre-investimento e, lungo il percorso, si affidano alla relazione. Marcello mi ha raccontato di un founder che ha attraversato un periodo difficilissimo per un problema personale di salute che il loro team ha scoperto solo ex post: “Non avendo piena visibilità su ciò che stava accadendo, abbiamo cercato di non sovrainterpretare né invadere uno spazio personale che non ci era stato aperto; abbiamo mantenuto un approccio professionale e rispettoso, e questo ha aiutato.” È una posizione onesta e ragionata, che rispetto. Da founder, con la mia sensibilità, avrei probabilmente cercato un canale aperto in cui poter condividere prima; ma sono approcci diversi che possono funzionare, dipende molto dalla persona e dal rapporto tra le persone.

Chi ha iniziato a strutturare: eventi, perk e primi esperimenti

Poi c’è un secondo gruppo, più piccolo, che qualcosa ha provato a fare.

Fabio Mondini (Growth Capital)

Nel 2026 ha organizzato due eventi wellbeing con la propria community di startup, l’ultimo al Lago Maggiore, co-organizzato con Endeavor: una giornata intera dove ha invitato degli atleti a parlare di come gestiscono il loro benessere. Il pomeriggio i founder venivano divisi in gruppi guidati da un coach a creare mappe visive sul proprio equilibrio psicofisico. “Quando fai startup è certo che avrai pressione. Anche se tutto va bene, ci saranno un momenti molto difficili. Come lo startupparo gestisce la pressione — e come tu pensi che la gestirà — è fondamentale.” Growth Capital fa HR diligence pre-investimento, ma sul post-investimento — mi ha detto — “si può fare sempre di più. Non abbiamo strutturato un coaching o un’assistenza durante l’investimento.” Balderton, tra i grandi fondi europei, secondo Fabio ha un programma dedicato. In Italia siamo lontani.

Lisa Di Sevo (Prana Ventures): quattro lezioni da un esperimento

La storia che mi ha colpito di più è quella di Lisa Di Sevo che mi ha raccontato apertamente un fallimento, il suo. E secondo me, nell’anno in corso, è il fallimento più intelligente e più utile che si possa raccontare a chi in Italia deve costruire la prossima generazione di supporto ai founder.

Prana ha fatto qualcosa che quasi nessuno ha fatto: ha messo, tra i perk che offre alle società in portafoglio, il supporto psicologico o di coaching a scelta del founder. Gratuito. Pagato dalle loro management fee, attivabile in autonomia. Sulla carta, esattamente quello che uno si aspetterebbe dovesse esistere.

“Sai in quanti l’hanno usato?” — mi ha chiesto Lisa. “Due. Di cui uno abbastanza obbligato.”

Fallimentare, come dice lei. Ma è nel racconto del perché è fallito che c’è una miniera d’oro per ripartire da capo. E Lisa questa energia la ha. Ha smontato la propria iniziativa con una lucidità che ho apprezzato molto.

Lezione uno — “Il gratis non è di valore”. È una legge di comportamento umano che nel design dei perk aziendali si dimentica sempre. Se glielo pago io, il founder non lo percepisce come qualcosa che vale. Se glielo faccio pagare — anche solo simbolicamente — improvvisamente entra in una categoria diversa di attenzione.

Lezione due — “Non tutti gli psicologi possono trattare con gli imprenditori.” L’unico founder che è andato dal terapeuta Prana aveva un problema serio: stava per avere un secondo figlio, la società attraversava una fase difficile, non dormiva. Il terapeuta, competente ed esperto, gli ha detto la cosa più ragionevole del mondo: “Molla tutto, chi te lo fa fare?” Che sarebbe la risposta più sana di mente in quasi tutti i contesti. Ma è la risposta sbagliata per un founder, che ha scelto di stare in quel tipo di gioco, che ha responsabilità verso team, investitori, famiglia. “Essere imprenditori è illogico,” mi ha detto Lisa. “E chi ti aiuta nel percorso deve saperlo”.

Lezione tre — “Forse va vincolato all’investimento.” Lisa aveva scelto deliberatamente di non obbligare i founder ad usare il perk, per non trasformarlo in stigma. Guardando indietro, si chiede se non sia stato un errore. “Se non è un obbligo diventa un’opzione. Se è un’opzione, tra dieci cose che hai da fare in giornata, quella che riguarda il tuo benessere è sempre quella che rinvii.”

Lezione quattro — Head of People. A metà conversazione Lisa mi ha detto una cosa che mi è rimasta: il CEO di Bending Spoons, ai tempi del lancio, aveva come titolo formale Head of People. Non CEO. “È una cosa bellissima. Perché se la tua gente è felice e lavora bene, tutto gira.” È esattamente il capovolgimento culturale che l’ecosistema italiano non ha ancora fatto. Il founder è considerato il portatore del valore. In realtà è il portatore della salute del sistema: la propria e quella del team.

C’è un ultimo pezzo, secondo me il più utile per chi legge tra i pari. Quello che Lisa vede — e che io in Mamazen vedo ogni giorno — è che il “gratis + volontario + generalista” non funziona. La versione che sto sperimentando in Mamazen, che ha delle assonanze con dove sta andando Lisa, sono terapeuti che sanno e hanno assonanza con il fare impresa.

Cosa fanno i VC all’estero?

L’ecosistema italiano è ancora immaturo, ma non è per mancanza di modelli. All’estero ci sono ormai riferimenti chiari, e non parliamo di iniziative singole ma di programmi strutturati dentro i fondi.

Andreessen Horowitz (a16z), a Silicon Valley, ha costruito nel corso degli anni un ecosistema di supporto ai founder in portafoglio che include executive coaching, network di terapeuti specializzati sul mondo tech, e programmi dedicati alla salute mentale del CEO. Non è retorica: è un servizio a valore aggiunto che il fondo comunica esplicitamente al momento dell’investimento.

Sequoia Capital ha il suo Sequoia Coach Network, un pool di coach professionali a disposizione dei founder delle società in portafoglio, e da anni ha spinto la conversazione sulla founder mental health nella comunità tech americana.

Balderton Capital — citato da Fabio Mondini nell’intervista — è l’esempio europeo più avanti. Il loro Founder Wellbeing Programme, lanciato nel 2020, offre sessioni gratuite con coach e psicoterapeuti a tutti i founder delle società in portafoglio. È strutturato, riservato, e — cosa fondamentale che riprenderemo — funziona con professionisti che hanno esperienza specifica sul mondo dei founder.

First Round Capital, negli USA, ha costruito la propria community di founder come strumento di peer support, con un’attenzione dichiarata al tema.

Non è un caso che ad avere questi programmi siano i fondi con più anni e più dati storici alle spalle. Chi ha investito in centinaia di startup per decenni ha visto abbastanza aziende inciampare per burnout del founder da capire che investire in terapia non è un costo — è mitigazione del rischio del proprio portafoglio. È una lezione che l’ecosistema italiano ha davanti agli occhi, e che alcuni fondi (i cinque che hanno risposto in questo articolo) stanno iniziando a fare propria.

La metafora sportiva

Torniamo alla Formula 1. Ho preso la metafora del mio terapeuta e sono andato a guardare cosa fanno davvero gli atleti di vertice. Restringendo ai casi pubblicamente dichiarati — e ce ne sono molti altri che potrei citare — la lista è indicativa.

Rafael Nadal ha raccontato apertamente di aver visto, intorno al 2015 al picco della carriera, prima uno psicologo e poi uno psichiatra, con farmaci, per gestire un’ansia che lo bloccava. È tornato più volte sul tema pubblicamente e ne parla anche nel recente documentario Netflix.

Carlos Alcaraz lavora da anni con la psicologa sportiva Isabel Balaguer, dell’Università di Valencia, e ne ha parlato più volte pubblicamente come parte del proprio setup di preparazione.

Naomi Osaka, dopo il ritiro dal Roland Garros 2021 per “vulnerabilità e ansia”, ha iniziato un percorso di terapia e da allora è diventata un riferimento pubblico sul tema — oggi è anche Chief Community Health Advocate di Modern Health, piattaforma di wellness mentale sul lavoro.

Michael Phelps, dopo essere andato in depressione conclamata a fine carriera — con un DUI nel 2014 e un ricovero riabilitativo — è diventato uno dei divulgatori più espliciti sul tema. Oggi crede che la terapia gli abbia “salvato la vita” e collabora con Talkspace.

Andando dritti al parallelo della Formula 1 del capitalismo, i due mondi che nel racconto sportivo somigliano di più a quello del founder — MotoGP e Formula 1 — sono i casi più densi. Jorge Martín, campione del mondo MotoGP 2024, ha attribuito pubblicamente una parte importante del proprio titolo al lavoro con la sua psicologa Xero Gasol: “Ho lavorato molto quest’anno con Xero. Mi ha aiutato a perdere la paura di non vincere, a correre senza la paura di perdere, a farlo per la gioia di vincere.”

In F1 il caso più eclatante è quello di Lando Norris, campione del mondo F1 2025 con la McLaren. È stato il primo pilota F1 a parlare apertamente del proprio lavoro con uno sports psychologist, ancora prima di vincere il titolo, e dopo Abu Dhabi ha ripetuto in più interviste quanto quel percorso sia stato una parte strutturale della sua stagione. Charles Leclerc (Ferrari) ha una propria psicologa sportiva da moltissimi anni. È un pezzo strutturale del suo setup di preparazione. Anche George Russell (Mercedes) ha reso pubblico il proprio percorso.

Non sono coincidenze. Sono correlazioni. Chi tiene ritmi da atleta di vertice, se non ha attorno una struttura di supporto, non regge. E chi regge — nel novanta per cento dei casi — è chi ha costruito quella struttura (lo potete leggere anche nel mio articolo su Matteo Musa).

Nel mondo del venture capital italiano stiamo trattando i founder come piloti che devono correre da soli. Diamo loro la benzina (il capitale), fissiamo il traguardo (il round successivo, l’exit), e incrociamo le dita. Anche se la macchina è buona, il tracciato è complicato, e il pilota — quando arriva a metà campionato — comincia a schiumare. E se schiuma, la macchina a fine gara non ci arriva.

Cosa concretamente si potrebbe fare?

Ecco, in cinque punti, cosa penso che l’ecosistema italiano possa iniziare a fare — anche solo per convenienza:

  1. Fare un HR assessment pre-investimento fatto seriamente, non solo delle competenze ma della struttura emotiva/relazionale del founder. Alcuni fondi già lo fanno; è una pratica che merita di diffondersi.
  2. Dedicare una piccola quota dell’investimento al benessere mentale del founder. Formalmente, non come “gentile concessione” ma come voce del budget. Il gratis non è di valore; lo strutturato sì.
  3. Chi eroga il supporto deve conoscere l’impresa. Terapeuti generalisti che consigliano “molla tutto” non fanno un favore a nessuno. Counselor, mental coach, terapeuti sportivi che abbiano lavorato con atleti sono la strada.
  4. Portare il counseling anche a livello di team, non solo di singolo founder. Le crisi arrivano spesso dalla relazione tra co-founder o tra founder e prime linee.
  5. Costruire community di founder in cui il tema si può nominare senza vergogna. Francesco Inguscio con Imprenditori Anonimi — di cui ho scritto — sta lavorando esattamente in questa direzione. Non è VC, ma è ecosistema. Chi fa VC può supportare economicamente queste iniziative.

Un ecosistema che deve crescere (velocemente)

Chiudo dove ho iniziato. Nella Formula 1 il pilota non corre da solo. Nell’imprenditoria italiana ancora spesso sì. Il gap con Silicon Valley è qualitativo, sui servizi non-finanziari che accompagnano quei capitali. La salute mentale del founder è uno dei più macroscopici.

Cinque anni fa questo articolo non l’avrei potuto scrivere: non c’erano fondi disposti a raccontare cosa fanno. Oggi cinque hanno risposto, e li ringrazio uno per uno per la trasparenza. Tra cinque anni spero di poterlo aggiornare dicendo che rispondono venti, e che qualcuno dei silenti di oggi ha nel frattempo costruito il proprio approccio.

Nel frattempo, quello che possiamo fare è nominare le cose. Perché la salute mentale nell’imprenditoria italiana non è un costo. È un asset di portafoglio. E chi ci arriverà prima, nei prossimi anni, avrà un vantaggio strutturale sui propri competitor, e, cosa che conta di più, contribuirà a costruire un ecosistema in cui i propri founder possono davvero arrivare al traguardo.


Farhad Alessandro Mohammadi è founder di Mamazen e co-founder del veicolo di investimento IH1 (10 milioni di euro). Cura per Economy Up la serie sulla salute mentale dei founder — trovi tutti i pezzi sul suo profilo. Hanno accettato l’intervista per questo articolo: Alessio Beverina (Panakès Partners), Marcello Giordani (Blacksheep),Fabio Mondini (Growth Capital) e Lisa Di Sevo (Prana Ventures). Un ringraziamento speciale ad Alessio Beverina per aver introdotto l’autore ad altri VC della community.

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