“Nel 2012 eravamo i ‘giovani’ dell’ecosistema, l’innovazione italiana muoveva i primi passi e noi con lei: apprendisti, appunto, come i Jedi all’inizio del loro percorso…”
Quindi, egregio Francesco Inguscio, imprenditore digitale e animatore di questa comunità di innovatori, il nome che le avete dato, “Junior Jedi” era una dichiarazione di umiltà e di ironia insieme….
“La nostra è una rete informale, guidata da me e da Federica Pasini e riunisce founder, investitori e innovatori. Niente palchi, niente sponsor, niente badge: solo incontri periodici dove le relazioni vengono prima di ogni cosa. Una storia che mostra che l’infrastruttura più preziosa dell’innovazione italiana è la fiducia. Il nome è rimasto, perché ci ricorda da dove siamo partiti e con quale spirito: quello di chi ha ancora tutto da imparare…”
Prima di proseguire, un breve identikit. Francesco Inguscio è imprenditore seriale e fondatore dell’innovation advisor e open venture builder Rainmakers, con anni di esperienza in sviluppo di aziende innovative in Silicon Valley. Federica Pasini è imprenditrice specializzata in go to market e investor relations, con esperienze tra Generali, Apple e la raccolta di capitali per startup. Ciò premesso, proseguiamo. Francesco, 14 anni dopo, molti di voi “junior” guidano fondi, aziende, exit importanti…
“…siamo cresciuti, ma la nostra rimane una rete informale che riunisce attori dell’ecosistema delle startup, del venture capital e dell’innovazione, e che si incontra periodicamente per discutere di trend tecnologici, investimenti e strategie aziendali. Lo facciamo in modo non convenzionale.”
Come funziona, in concreto, un vostro incontro, Federica?
“Immagina più una cena molto estesa tra persone che si stimano, che una conferenza. Ci si ritrova attorno a un grande tavolo e con un tema che ci incuriosisce, molto verticale, sulla tecnologia. Si parte sempre con un ice breaker: ognuno si presenta, e già lì cadono le distanze. Poi la parola passa a speaker molto forti, persone che quei temi li vivono e li raccontano da dentro, e da lì si lascia spazio alla conversazione e al networking.”
Mi sembra di capire che ci sia zero formalità e molto desiderio di incontro e di ascolto…
“Ognuno arriva con la propria esperienza e la voglia di ascoltare quella degli altri: i ruoli e i biglietti da visita sono in secondo piano. Si parla di trend tecnologici, di investimenti, di strategie innovazione aziendale, ma con la libertà che nasce dalla fiducia reciproca: infatti mettiamo sul tappeto anche dubbi, errori, quello che sui palchi raramente trova spazio.”
Oltre a queste cene partecipate avete altri momenti di incontro?
“Abbiamo i nostri rituali come: il barbecue di luglio nel giardino di PRESSO in via Aosta a Milano o, il “secret santa” le “JJ Night” di Natale da WExecutive in Palazzo Bocconi a PARCO CENTER. Momenti di puro networking, dove organizziamo tanti speed dating perché chi arriva per la prima volta trovi subito qualcuno con cui parlare davvero.”
Sono le tradizioni, in fondo, a fare di una rete una comunità. Chi partecipa a questi vostri incontri, Francesco?
“Founder di startup e scaleup, investitori, manager dell’innovazione, incubatori e venture builder, giornalisti, soggetti istituzionali: persone che nell’ecosistema hanno ruoli diversi e spesso, sul mercato, sono perfino concorrenti. È proprio questa trasversalità il valore. Un fondo vede centinaia di startup, un founder vive una sola azienda ma in profondità, un corporate manager conosce vincoli che gli altri due ignorano. Quando queste prospettive si incontrano senza un ordine del giorno commerciale, nascono le conversazioni più utili».
Federica, che cosa produce, alla fine, una rete così? Come si misura il valore di una community informale?
“Si misura in quello che accade dopo gli incontri: co-investimenti nati da una conversazione, assunzioni, mentorship, founder che evitano errori perché qualcuno li aveva già fatti e li ha raccontati senza filtri. L’ecosistema italiano è piccolo: la vera infrastruttura non sono gli uffici o gli eventi, sono, ribadisco, le relazioni di fiducia. Noi non abbiamo mai dovuto “attivare” la rete: la rete è sempre accesa, perché è fatta di rapporti veri e non di follower, al punto tale che tra noi sono nati anche dei matrimoni!”
Caspita! Molte community nascono e si spengono in pochi anni. Junior Jedi è arrivata a quattordici. Qual è il segreto, Francesco?
“Non essere mai diventati un business. Nessuno ha mai provato a monetizzare la community, a trasformarla in un evento con i biglietti o in un club con le quote. L’informalità non è una mancanza di organizzazione: è una scelta precisa. Le community muoiono quando qualcuno inizia a chiedersi come estrarne valore. Sopravvivono quando tutti continuano a chiedersi come portarne. Essere Junior Jedi vuol dire essere dei giver e non dei taker”.
Insomma, c’è più gioia nel dare che nel prendere. C’è stato un momento in cui avete capito che questa rete era qualcosa di più di un gruppo di amici, Federica?
“Per esempio, nel marzo 2020, con la pandemia, dalla rete è nato Hacking COVID-19, un gruppo che ha messo le competenze dell’ecosistema al servizio di progetti contro l’emergenza. Nessuno l’ha deciso a tavolino: è successo, perché le persone si conoscevano da anni e sapevano di potersi fidare. Quando c’è stato bisogno di fare presto e bene, la fiducia accumulata in otto anni di incontri è diventata operativa in pochi giorni. Ecco che cosa produce una community: capacità di risposta.”
Ultima domanda. Che cosa può insegnare la vostra esperienza a chi si occupa di innovazione in Italia?
“Secondo me – dice Francesco- l’ecosistema non si costruisce solo con i capitali e le policy, che pure servono, ma si costruisce anche con la pazienza di trovarsi periodicamente attorno a un tavolo a far crescere la “rainforest”, per anni, senza un ritorno immediato. Le competenze circolano dove circolano le persone.”
Questa è musica per le mie orecchie, poiché la nostra Fondazione Pensiero Solido ha avviato il progetto Economia Circolare delle Competenze, che si fonda e valorizza il rapporto tra le generazioni…Federica, sei d’accordo con Francesco?
“In un Paese come il nostro, dove l’innovazione è ancora giovane, il capitale più scarso non è quello finanziario: è il capitale di fiducia. Noi, nel nostro piccolo, lo coltiviamo dal 2012. Le community come Junior Jedi non compaiono nei report sul venture capital, ma sono il tessuto connettivo che rende possibile tutto il resto: i deal gli investimenti, le exit, le collaborazioni.”
Ultimissima domanda. Come si entra a far parte di Junior Jedi?
“Se qualcuno è una buona persona e può creare valore nella rainforest italiana, lì da qualche parte c’è un Junior Jedi che lo osserva e ne apprezza la Forza e sarà lui a contattare e invitare il potenziale jedi.”
Uscendo dalla metafora di Guerre Stellari, cosa bisogna fare?
“Siamo un gruppo inclusivo ma esclusivo: servono tre endorsement di altri Junior Jedi per essere ammessi. Dopo essere stati contattati da noi. Infine, c’è un colloquio di selezione.”
Questo avviene solo a Milano?
“Tutto questo fino a poco tempo fa accadeva quasi esclusivamente a Milano, ma stiamo arrivando in altre città d’Italia: a breve è previsto il lancio di altri chapter nelle principali regioni d’Italia così che tutti possano unirsi a noi. L’importante è essere junior (nel cuore) e jedi (nella testa).”
Federica, Francesco, grazie per questo dialogo che dimostra come anche nell’era digitale la tecnologia più solida resta la più antica: la relazione tra le persone e la fiducia che ne deriva. Siamo esseri relazionali e chi lo capisce non aspetta che l’ecosistema maturi: si trova attorno a un tavolo e comincia a costruire quell’Italia innovativa che spesso non si vede, eppure c’è!

























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