Imprenditoria femminile: cos'è e quante la fanno davvero - Economyup

L'ANALISI

Imprenditoria femminile: cos’è e quante la fanno davvero



Poche le imprenditrici nel mondo, in Italia solo il 20%. Dati, donne “inspiring” e iniziative per colmare il gender gap

di Luciana Maci

11 Mag 2021


Imprenditoria femminile

Donne e impresa, c’è ancora molto da fare per potenziare l’imprenditoria femminile. La forza lavoro mondiale è composta più da uomini che da donne e le lavoratrici, a parità di mansioni,  guadagnano meno dei lavoratori. Quanto alle donne che fanno impresa, paradossalmente in Europa e in Nordamerica la situazione è peggiore che in Asia, dove in alcuni Paesi le imprenditrici sono più numerose degli imprenditori. L’Italia è in linea con il resto dell’Occidente: soltanto un’attività imprenditoriale su cinque è guidata da una donna. Nelle startup, a livello mondiale, la situazione non è diversa: negli Stati Uniti, terra di innovazione per eccellenza, il 71% non ha donne nel board e il 57% non ne ha nella cosiddetta C-Suite, le posizioni di vertice. Va meglio, invece, in Cina e Gran Bretagna.

In Italia la presenza femminile nelle giovani società innovative è addirittura più ridotta che nelle aziende. Eppure alcune ricerche internazionali rivelano che le startup fondate anche da donne hanno maggiore probabilità di ricevere investimenti rispetto a quelle costituite da soli uomini. E altri studi sostengono che le donne sono più adatte a individuare i bisogni del mercato e a coglierne le opportunità. “Mancano però i role model al femminile, ovvero storie di donne proposte come campionesse dell’imprenditoria in grado di stimolare e supportare l’azione di altre donne” osserva Claudia Pingue, Senior Partner Responsabile del Fondo Technology Transfer di CDP Venture Capital SGR – Fondo Nazionale Innovazione.

La pandemia iniziata nel 2020, purtroppo, ha aumentato la disparità di genere. Da uno studio realizzato da Accenture e Quilt.AI insieme a Women20 (W20), è emerso che la diffusione del Covid-19 ha ulteriormente allargato il gap tra uomini e donne, generando una dilatazione del tempo necessario per raggiungere la parità di genere: ci vorranno 51 anni per ultimare il cammino, dal 2120 al 2171.

Che cosa si può fare allora per promuovere l’imprenditoria femminile? Si può, per esempio, intervenire sulla formazione, incoraggiando bambine e ragazze ad acquisire le STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics), conoscenze e competenze in scienza, tecnologia, ingegneria e matematica, in modo da riuscire a superare gli stereotipi di genere. Ma anche pensare a normative destinate ad agevolare l’imprenditoria femminile in Italia. Ecco, intanto, un quadro generale della situazione, con dati internazionali e nazionali, progetti, associazioni, classifiche. Più alcuni nomi di donne imprenditrici che possono essere di ispirazione per le giovani generazioni.

donne

Gender Gap: l’effetto pandemia sulla parità di genere nel 2020

Lo studio di Accenture e Quilt.AI insieme a Women20 (W20), condotto ad agosto 2020 su un campione di 7.000 persone e 7 Paesi, ha analizzato l’impatto che il Covid-19 ha avuto sulla parità di genere rispetto allo scenario pre-pandemia prendendo in esame diverse dimensioni tra cui salute, educazione, livello di occupazione, inclusione digitale e inclusione finanziaria.

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Lo studio rileva come le donne siano state maggiormente colpite dalla crisi causata dall’emergenza sanitaria. Dato che, allo scoppiare della pandemia, non erano impiegate alla pari degli uomini, la diffusione del Covid-19 ha ulteriormente allargato il gap, provocando una dilatazione del tempo necessario per raggiungere la parità di genere di 51 anni.

I guadagni delle donne sono diminuiti del 63% più velocemente rispetto a quelli degli uomini, con un declino medio del reddito femminile di oltre il 16% rispetto a poco più del 10% degli uomini.

Dall’analisi emerge inoltre che le donne hanno il 79% di probabilità in più di essere licenziate rispetto ai colleghi maschi: una disparità spesso determinata dal fatto che la popolazione femminile è impiegata maggiormente in settori vulnerabili alla chiusura delle attività e che registra una presenza inferiore a quella maschile nei livelli più alti dei percorsi di carriera.

A questi dati si aggiunge il fatto che spesso sono le donne a dover farsi carico della cura dei figli o dei famigliari, svolgendo un lavoro non retribuito. Con il Covid-19, sebbene il tempo dedicato alla cura dei bambini da parte degli uomini sia aumentato del 34% e quello delle donne del 29% rispetto a una situazione pre-pandemica, non è diminuito l’onere sulle donne, con il 50% del campione femminile dello studio che dichiara un incremento della tensione e dello stress legato alla cura in ambito domestico.

Imprenditoria femminile nel mondo

Nell’imprenditoria l’uguaglianza di genere è ancora una chimera, eppure Asia e Africa stanno facendo meglio dell’Europa: è quanto emerge dai dati del Global Entrepreneurship Monitor (GEM) 2018/2019. Sulle 49 economie mondiali prese in esame dalla ricerca, soltanto sei mostrano un eguale tasso di Tea (Total Early-Stage Entrepreneurial Activity) tra uomini e donne: due sono in Asia (Indonesia e Thailandia), una in America Latina (Panama) e tre in Medio Oriente e Africa (Qatar, Madagascar e Angola). Invece, sempre secondo GEM, in Europa e Nord America ci sono diverse economie in cui ancora esiste disparità di genere. In 6 Paesi europei le donne che avviano imprese sono meno della metà degli uomini: Slovenia, Grecia, Svezia, Svizzera, Regno Unito e Turchia. Come si vede dal grafico sottostante anche in Italia le donne che iniziano l’attività imprenditoriale sono meno numerose degli uomini.

Imprenditoria femminile in Italia: solo 1 donna su 5

In Italia, a fine 2017, erano un milione e 331mila le attività produttive a conduzione femminile, il 21,86% del totale delle imprese, come attestano i dati dell’Osservatorio per l’imprenditorialità femminile di Unioncamere e InfoCamere diffusi a marzo 2018. In pratica soltanto un’attività su cinque è guidata da una donna. Tuttavia, rispetto al 2016, sono state iscritte al Registro delle Camere di commercio quasi 10mila imprese femminili in più, e quasi 30mila in più rispetto al 2014.

Le società di capitali condotte da donne, infatti, sono aumentate di quasi il 17% nel 2017 rispetto a tre anni prima. Invece le società di persone e le imprese individuali – che restano, comunque, la forma giuridica più diffusa nell’universo imprenditoriale femminile – si stanno progressivamente riducendo. Le donne imprenditrici sono aumentate in 14 regioni su 20, in particolare in Sicilia, Lazio, Campania e Lombardia. Quasi la metà del saldo complessivo si deve all’aumento delle imprese femminili attive nel settore turistico e nelle altre attività dei servizi, soprattutto servizi alla persona.

Donne e startup: USA ancora indietro, meglio la Cina

Nelle startup la situazione non è diversa da quella delle aziende consolidate. Come evidenzia la Startup Outlook 2018 survey pubblicata da Silicon Valley Bank (SVB), il 71% delle startup Usa non ha donne nel board e il 57% non ne ha nella cosiddetta C-Suite (le posizioni lavorative che iniziano con la C come CEO, Chief Innovation Officer ecc. ecc.). Va un po’ meglio in Cina, dove quasi i due terzi delle startup hanno donne nella C-suite e più di metà nei consigli di amministrazione. Anche in Gran Bretagna la situazione è migliore che negli Stati Uniti. Allo stesso tempo, il 41% delle startup statunitensi ha dichiarato di avere un programma in corso per aumentare il numero delle donne in posizioni di leadership, un balzo in avanti rispetto al 25% dell’anno precedente. Un altro dato ricavato dalle startup registrate su CrunchBase (mega-archivio delle startup mondiali) conferma indirettamente i dati della Survey di Svb: nel 2017 solo il 17% delle giovani imprese innovative aveva una co-founder donna.

Donne e venture capital negli USA

Il capitale di ventura non sembra essere cosa per donne, neppure in quella culla di innovazione che è la Silicon Valley, né in generale negli Stati Uniti. In questo Paese, negli ultimi anni, il venture capital per finanziare giovani imprese e startup è cresciuto a ritmi molto rapidi, eppure nel 2018 le società fondate da sole donne hanno raccolto soltanto il 2,3% del VC circolante. Vero è che la cifra, sia pure minima, è in crescita e l’anno appena trascorso ha visto la nascita di diversi fondi e incubatori per imprese al femminile.

Startup femminili in Italia: i dati del ministero

Secondo il rapporto di InfoCamere sulle startup innovative in Italia relativo al quarto trimestre 2018, pubblicato dal Ministero dello Sviluppo economico (Mise) a gennaio 2019, la leadership femminile stenta ad affermarsi in queste giovani imprese ancor più che nelle aziende consolidate. Su 9.758 startup contate, quelle con prevalenza femminile – ossia in cui le quote di possesso e le cariche amministrative sono detenute in maggioranza da donne – risultano essere 1.300, il 13,3% del totale. È un’incidenza nettamente inferiore rispetto al 22,2% osservato prendendo in esame l’universo delle neo-società di capitali. Le startup innovative in cui almeno una donna è presente nella compagine sociale sono 4.210, il 43,1% del totale: una quota anch’essa inferiore, seppur in minor misura, a quella delle altre nuove società di capitali (47,7%). Insomma le statistiche sembrano indicare che, ad oggi, le startup non sono un “affare per donne”. Eppure alcuni studi dimostrano la correlazione positiva delle performance aziendali con leadership femminile sia nelle startup sia nelle aziende tradizionali.

Donne imprenditrici: lo fanno meglio degli uomini?

La SVB rivela ad esempio che le startup fondate anche da donne in America ricevono investimenti con una probabilità doppia rispetto a quelle fondate da soli uomini. Secondo il Global Business Entrepreneurship Monitor 2016/17 le imprenditrici hanno il 5% in più di probabilità di proporre business innovativi rispetto agli uomini perché, per le donne, l’imprenditorialità per ‘opportunità’ è decisamente più elevata di quella per ‘necessità’. Stando al Kauffman Index: Startup Activity 2017, le donne sono più adatte a individuare i bisogni del mercato e a coglierne le opportunità. Per il CS Gender 3000 del Credit Suisse Research Institute più elevata è la percentuale di donne nel top management delle aziende, maggiori sono i ritorni per gli azionisti.

Donne e lavoro: che cosa manca per colmare il gender Gap

In Italia la sotto-occupazione femminile costa il 5,7% del Pil

Nel 1999 l’analista Kathy Matsui elaborò per Goldman Sachs la teoria della Womenomics. Matsui sosteneva che incentivare le donne a partecipare al mondo del lavoro avrebbe impresso una forza dirompente all’economia del suo Paese, che misurò in un +13% del Pil. Dopo più di venti anni, tuttavia, la questione femminile resta irrisolta, non solo in Giappone.

Secondo l’agenzia europea Eurofund l’Italia è in Europa il Paese con il minor tasso di partecipazione femminile al lavoro: 54,4% (peggio di noi solo Malta) contro una media europea del 63,5% (prima della classe è la Svezia, con il 77,6%): una sotto-occupazione che costa al nostro Paese il 5,7% del Pil. Invece far partecipare al mondo del lavoro le donne produrrebbe nuova ricchezza per un valore pari all’11% del Pil.

Perché le donne trovano meno lavoro e con retribuzioni più basse

Ci sono molte ragioni per cui le donne faticano ad affermarsi sul lavoro, ad ottenere retribuzioni pari a quelle maschili a parità di compiti e a salire ai livelli più alti. Per esempio, si legge nel Global Gender Gap Report 2018 pubblicato dal World Economic Forum, l’avvento dell’automazione sta avendo un impatto sproporzionato sui ruoli tradizionalmente svolti dalle donne. Allo stesso tempo le donne sono sottorappresentate nei settori maggiormente in crescita per quanto riguarda le prospettive occupazionali che richiedono le STEM, conoscenza e competenze matematico-scientifiche. Anche in Italia. Come conferma la recente ricerca LinkedIn Recruiter Sentiment Italia 2019, che ha coinvolto la comunità di responsabili HR in azienda, nell’ultimo anno c’è stato un aumento delle assunzioni in Italia, ma le competenze digitali, sempre più richieste dalle imprese in fase di selezione, rimangono una prerogativa dei candidati di sesso maschile. Nello specifico il 45% dei responsabili HR italiani sostiene che ci sono più candidati uomini dotati di competenze digitali rispetto alle donne (contro appena il 25% che pensa che vi siano più donne “digitalmente preparate”).

Un altro possibile motivo all’origine del divario di genere è legato alla carenza di infrastrutture per aiutare le donne ad entrare (o tornare) sul lavoro, per esempio asili o centri di assistenza per anziani.

Purtroppo il lavoro non retribuito resta principalmente a carico delle donne. “Il problema – spiega Claudia Pingue, già general manager del PoliHub, l’incubatore d’impresa del Politecnico di Milano, e oggi Senior Partner – Responsabile del Fondo Technology Transfer di CDP Venture Capital SGR – Fondo Nazionale Innovazione – non è biologico ma sociale e culturale, con un non trascurabile impatto economico”. Cosa fare per incoraggiare un cambio di paradigma culturale e sociale nelle nuove generazioni? “Offrire role model diversificati – prosegue Claudia Pingue – che possano creare maggiore consapevolezza nella scelta delle proprie passioni, evitando appiattimenti e polarizzazioni di genere. Chiaro è che per invertire la tendenza nel breve periodo si possono creare incentivi più forti per le startup. In Italia ad esempio una legge efficace relativa alla presenza delle donne nelle società quotate e pubbliche è stata la Golfo-Mosca del 2012, che oltre ad aver comportato a metà del suo periodo di applicazione il triplicarsi delle donne presenti nei consigli di amministrazione, ha contributo alla creazione di un bacino di donne da cui attingere per la composizione dei consigli”.

Imprenditoria femminile: donne e rappresentanza

Per far sentire la propria voce, le donne imprenditrici si riuniscono in associazioni, elaborano progetti comuni, lanciano contest al femminile. Un universo vario e variegato destinato alla promozione dell’imprenditoria femminile. Ecco alcuni esempi.

Il comitato imprenditoria femminile

Non sono numerose in Italia le associazioni specificamente rivolte all’imprenditoria femminile (ovvero con donne che detengono il 51% del capitale dell’impresa). Una delle più rappresentative è il CIF.

COMITATO IMPRENDITORIA FEMMINILE DELLA CAMERA DI COMMERCIO DI MILANO (CIF)  – È la rete dei Comitati per l’imprenditoria femminile del sistema camerale per la promozione dell’imprenditoria femminile e rappresenta un unicum: è infatti il primo protocollo d’Intesa per il sostegno e la promozione dell’imprenditoria femminile, siglato il 20 maggio 1999 dall’Unioncamere e dal Ministro delle Attività Produttive, che prevedeva la possibilità di costituire un Comitato presso ogni Camera di Commercio. Negli anni ha portato avanti alcune iniziative di sostegno a favore dell’imprenditoria femminile come, per esempio, il tentativo di migliorare l’accesso al credito alle donne.

La community di donne europee

Un’iniziativa europea relativamente recente riunisce le donne che investono in capitale di ventura.

EUROPEAN WOMEN IN VC – È un gruppo di oltre 350 donne partner o fondatrici di fondi di venture capital provenienti da oltre 20 paesi europei con un totale attivo in gestione di circa 15 miliardi di euro. La community è stata lanciata nel 2017 grazie ad uno sforzo congiunto di donne provenienti da sette paesi dell’Europa centrale. Oggi l’iniziativa è supportata da 19 ambasciatrici in Europa ed in Israele. Ambasciatrice italiana è Alessandra Lomonaco, startup advisor impegnata a supportare gli imprenditori a delineare il proprio modello di business. Collabora con IDP International Développement Partenariat come responsabile del mercato italiano nello scouting delle aziende più innovative interessate ai finanziamenti europei. È founder e board member di BioPharma Network, associazione culturale di manager del settore farmaceutico, con l’obiettivo di sviluppare una rete professionale e promuovere l’innovazione. È socia di GammaDonna e mentor di Young Women Network.

Le associazioni di donne

Sono varie le associazioni che riuniscono donne impegnate nei più diversi campi di attività. Una in particolare è dedicata alle donne che si muovono nel mondo delle nuove tecnologie.

WOMEN&TECH-ASSOCIAZIONE DONNE E TECNOLOGIE è nata nel 2009 da un’idea di Gianna Martinengo (vedi sotto) per valorizzare il talento femminile nella tecnologia, nell’innovazione e nella ricerca scientifica. Promuove il Premio internazionale Tecnovisionarie. Le donne insignite del Premio 2020 sono: Lucia Gardossi, Università degli Studi di Trieste; Lara Botta, Innovation Manager, Botta Packaging; Monica Casadei, Socia & Amministratore Delegato, Iride Acque; Sabrina Corbo, Socia & Amministratore Delegato, Green Network; Eugenia Presot, Titolare, Conceria Pietro Presot;  Elena Sgaravatti, President of Plantarei, Co-founder & SH, DemBiotech; Federica Storace, CEO & Co-founder, Drexcode; Ersilia Vaudo Scarpetta, Astrofisica, Chief Diversity Officer di ESA, Agenzia Spaziale Europea; Elsa Fornero, Economista. Menzione Speciale per la sostenibilità e il sociale: Cecilia Sironi, Past President, Cnai – Consociazione Nazionale Associazioni Infermieri.

Nel 2020 il riconoscimento è stato attribuito a donne che, nella loro attività lavorativa, hanno testimoniato di possedere visione e forte etica professionale sull’economia circolare.

GAMMADONNA è un’associazione no profit, nata nel 2004, che promuove iniziative di imprenditorialità femminile innovativa. La sua mission è fungere da polo di networking e talent scout di realtà imprenditoriali innovative, e di essere elemento di aggregazione tra privati, imprese, associazioni ed enti. L’obiettivo finale è ottenere la massa critica necessaria per promuovere un cambiamento culturale e ridurre il gender gap in campo economico. Due le attività portanti dell’Associazione: il Forum Internazionale dell’Imprenditoria femminile e giovanile, #GammaForum e il Premio GammaDonna, riconoscimento a creatività e innovazione nel fare impresa, giunto nel 2020 alla sua 12° edizione.

Donne e STEM25, la challenge di Amazon Italia

Da tre anni Amazon Italia supporta e ospita Technovation Girls,  programma imprenditoriale tech per ragazze promosso da Technovation, associazione no profit dedita all’educazione in ambito STEM. Attraverso Technovation Girls, l’organizzazione mira a rendere consapevoli le studentesse di tutto il mondo delle loro potenzialità di innovatrici del futuro.

Imprenditoria femminile: il programma del PoliHub

Il PoliHub, incubatore d’impresa del Politecnico di Milano, contribuisce a promuovere le competenze scientifiche e matematiche per le donne. Lo ha fatto per esempio nel 2016 con “Le ragazze possono”, iniziativa per sensibilizzare e incoraggiare le ragazze alla scelta consapevole di lauree STEM. È stata realizzata nell’ambito dell’iniziativa regionale “Progettare la Parità in Lombardia – 2015” ed è stata guidata da Aidia (Associazione Nazionale Donne Ingegneri e Architetti) insieme a Politecnico di Milano, Fondazione Politecnico di Milano, Ingegneria senza Frontiere, Liberamente Onlus e, appunto, PoliHub. In questo contesto si è tenuto un workshop presso il Politecnico di Milano intitolato “Imprenditoria al femminile: come diventare startupper” al quale hanno partecipato Claudia Pingue, all’epoca General Manager di Polihub, Chiara Russo Ceo e Co-founder di Codemotion, Chiara Burberi, founder di Redooc, Evila Piva, docente del politecnico di Milano, Giovanna Roversi di Microsoft Italia e Sofia Borri, Founder di Piano C.

Mommypreneurs, un progetto internazionale

In Italia Polihub sviluppa Mommypreneurs. Si tratta di un progetto – finanziato dal fondo EEA and Norway Grants for Youth Employment, Islanda, Liechtenstein e Norvegia – che ha il fine di sostenere l’occupazione giovanile in tutta Europa, contribuendo alla riduzione delle disparità sociali ed economiche in Europa ed incoraggiando le partnership all’interno dei 15 Paesi beneficiari. Il fondo ha stanziato 60 milioni di euro a favore di progetti transnazionali per l’occupazione giovanile, con destinatari ragazzi di età compresa tra i 15 e 29 anni.

Nel corso di due anni, oltre 1.000 giovani mamme di 7 Paesi UE (Cipro, Italia, Lituania, Polonia, Portogallo, Romania, Spagna) prenderanno parte a programmi di formazione della durata di 2 mesi a cura di formatori professionisti.

Nel nostro Paese, come detto, il progetto è sviluppato da PoliHub – Innovation Park & Startup Accelerator del Politecnico di Milano, partner del progetto e promotore dell’iniziativa. Giunto alla terza edizione, ha fino ad oggi formato oltre 70 mamme in competenze digitali e imprenditoriali.

Il concorso MIA (Miss in Action)

A fine 2018 Digital Magics, incubatore di startup digitali “Made in Italy” ha lanciato una call per partecipare a MIA – Miss In Action, progetto promosso da BNP Paribas International Financial Services, BNP Paribas Cardif, Findomestic, Arval Italia e BNL Gruppo BNP Paribas, con il patrocinio del Comune di Milano. Un’iniziativa nata con l’obiettivo di sostenere e valorizzare la partecipazione di donne imprenditrici al mondo dell’innovazione. Vincitrici: BESTEST, nuovo metodo diagnostico per l’analisi della struttura ossea umana a scopi medico-scientifici; InTribe (progetti di customer insight data intelligence); Transactionale, piattaforma che offre ai siti e-commerce un nuovo strumento per raggiungere nuovi clienti; Work Wide Women, progetto di innovazione sociale focalizzato sull’inclusione femminile nel settore ICT.

La seconda edizione è stata lanciata a novembre 2019, l’evento finale si terrà il 27 novembre 2020.

LA LINEA DI CREDITO: 400 milioni per 500 aziende in rosa

La Banca europea per gli investimenti (BEI) e Unicredit hanno letteralmente deciso di “dare credito” all’imprenditoria femminile. Una prima linea di credito della BEI da 200 milioni riguarda i progetti delle piccole e medie imprese (pmi) localizzate in tutta Italia, con una quota fino al 25% del totale destinata a imprese gestite o controllate da donne. Si tratta di una delle prime operazioni del genere perfezionate in Europa dalla banca dell’Unione europea e la principale per dimensione del finanziamento. Una parte del totale, fino al 40%, riguarderà invece progetti di pmi innovative o finalizzati all’innovazione (Industria 4.0). Secondo stime preliminari, con questo finanziamento verranno sostenuti circa 25 mila posti di lavoro e sostenute circa 500 aziende controllate o gestite da donne. UniCredit, cui spetta il compito di selezionare i progetti e gestire i finanziamenti alle aziende, può arrivare a coprire con fondi BEI il 100% dell’investimento fino a 12,5 milioni di euro. Tali progetti possono avere un costo individuale massimo di 25 milioni di euro. La banca raddoppierà la linea di credito BEI con risorse proprie, portando quindi a 400 i milioni a disposizione dell’economia reale.

Infine ecco alcuni nomi di donne che si sono contraddistinte in campo nazionale ed europeo per spirito imprenditoriale, capacità di leadership, visione innovativa e hanno ottenuto riconoscimenti da parte di enti e istituzioni di prestigio.

L’iniziativa di Unicredit

UniCredit e Nativa hanno lanciato a maggio 2021 “Tech Women for Sustainable Business – UniCredit Journey for Impact Transformation”,  percorso per 20 startup a guida femminile.  L’iniziativa mira a supportare la crescita sostenibile di una platea di startup italiane innovative guidate da donne attraverso un percorso di sei mesi, strutturato con incontri in cui si affronteranno vari temi. Le startup avranno poi la possibilità di svolgere delle sessioni personalizzate.11

Imprenditoria femminile: le donne hitech più potenti del mondo (2018-2019)

Ecco un elenco ricavato da diverse liste che fotografa la situazione tra il 2018 e il 2019: “30 under 30” di Forbes, “Women in tech” di Onalytica, “The World’s Most Powerful Women In Tech” di Forbes, “Technology Women of Silicon Valley 2018” di The Guardian. Tra loro anche l’imprenditrice italiana Chiara Ferragni.

  • Angela Ahrendts, Senior Vice President, Apple Retail
  • Sheryl Sandberg, Chief operating officer di Facebook
  • Susan Wojcicki, CEO di YouTube
  • Ginni Rometty, Chairman, Presidente e CEO IBM
  • Whitney Wolfe, Fondatrice della app Bumble
  • Arianna Huffington, Fondatrice di The Huffington Post, Founder e CEO di Thrive Global
  • Robin Matlock, Chief Marketing Officer di VMware
  • Chiara Ferragni, Imprenditrice digitale
  • Annie Cheung, Cofounder di Noon Home
  • Susan Fowler, Ingegnere e scrittrice
  • Zeina Barr, Fondatrice di Raise the Barr
  • Christine Spiten, Cofounder, Blueye Robotics
  • Lisa Seacat DeLuca, Ingegnere IBM e inventrice
  • Elizabeth Stark, Ceo e co-founder di Lightning Labs
  • Katie Moussouris, Fondatrice e CEO di Luta Security

Per quanto riguarda il 2020 A QUESTO LINK LE 50 DONNE PIù INFLUENTI DELLA TECNOLOGIA

Le 50 donne italiane più forti nell’hitech

La classifica elaborata annualmente da EU-Startups.com è proposta con l’intento di evidenziare il talento femminile in campi come l’imprenditoria innovativa e il capitale di ventura dove effettivamente questo talento è ancora sotto-rappresentato. Da un gruppo di 200 potenziali nominativi, ne sono stati scelti  50. L’edizione 2018 della classifica comprende tre italiane: la startupper Diva Tommei, l’imprenditrice e business angel Fausta Pavesio e l’investitrice Paola Bonomo. Nell’edizione 2020, invece, non appare alcuna italiana.

A QUESTO LINK la lista completa delle donne europee più influenti nella tecnologia nel 2020.

Imprenditoria femminile in Italia: 7 donne “inspiring”

Moltissime donne che fanno impresa in Italia meriterebbero di essere “raccontate”. Ne abbiamo scelte 5, ma la loro storia ha punti in comune con quella di altre loro colleghe e può essere di ispirazione per le più giovani che intendono percorrere la loro stessa strada.

La pioniera: Gianna Martinengo

A dicembre scorso è stata indicata tra le prime Inspiring Fifty italiane, ovvero le 50 donne più influenti nel mondo della tecnologia nel nostro Paese, ma da oltre 30 anni è un’autorità in questo campo: Gianna, piemontese di nascita e milanese di adozione, è un’imprenditrice seriale che ha anticipato i tempi. Ha scoperto ed esplorato le tecnologie digitali sin dall’inizio degli anni Ottanta, quando si è specializzata all’Università di Stanford in California, per poi dare vita in Italia e all’estero a molte startup e a centinaia di progetti nei settori dell’innovazione tecnologica e sociale, collaborando con le più importanti realtà imprenditoriali internazionali, università e centri di ricerca nel mondo. L’ultima sua creatura imprenditoriale è Didael KTS, società di consulenza e servizi nel settore dell’open innovation. Nel 2007 ha ideato e realizzato il progetto internazionale “Women&Technologies” 2008-2020 e lanciato il Premio “Le Tecnovisionarie” (vedi sopra). Nel 2009 ha fondato l’Associazione Donne e Tecnologie.

Gianna Martinengo

La startupper: Diva Tommei

Diva Tommei ha co-fondato Solenica e ne è attualmente Chief Executive Officer. Si tratta di una startup dell’energia sostenibile che lavora per trasformare l’energia degli ambienti chiusi e costruisce sistemi smart di illuminazione naturale con design italiano che sono belli, convenienti e facili da usare. Tommei ha anche inventato il prodotto principale della startup, Caia, per il quale sono stati raccolti 800mila dollari di pre-ordinativi sulla piattaforma di crowdfunding Indiegogo. La giovane imprenditrice ha studiato biotecnologia genomica e ha frequentato la Singularity University, programma promosso dalla Nasa e da Google. A ottobre 2018 è risultata, insieme all’imprenditrice e business angel Fausta Pavesio e all’investitrice Paola Bonomo, tra le tre italiane nella classifica elaborata annualmente da EU-Startups.com, nata con lo scopo di evidenziare il talento femminile in campi come l’imprenditoria innovativa e il capitale di ventura.

Diva Tommei

Imprenditoria femminile al Sud: Mariarita Costanza

Mariarita Costanza è ingegnere elettronico e direttore tecnico di Macnil Gruppo Zucchetti, azienda italiana di software presente in 40 paesi del mondo con 3.000 dipendenti e 1.100 partner in Italia. Dal 2001 guida con il marito Nicola Lavenuta la prima azienda di fleet management in Italia, partner di Telecom Italia. Nel 2015 ha fatto parte del gruppo di investitori del business format “Shark Tank” su Italia Uno. Esperta di Digital Innovation, ha costruito in Puglia la prima grande azienda che si occupa di Internet of Things, Fleet Management e Digital Mobile Marketing. Nel giugno del 2016 la Macnil ha acquisito il 100% della società di antifurti satellitari GTAlarm di Varese.

Mariarita Costanza, Macnil

Luigia Tauro, la manager e startupper anti-cancro

Luigia Tauro, 56 anni, manager appassionata di innovazione digitale, dopo aver sconfitto un tumoreal seno si è reinventata startupper con un obiettivo ben chiaro: ridurre il costo sociale del cancro. Così ha fondato  KnowAndBe.live, startup di innovazione sociale che ha ideato un programma di educazione alla prevenzione oncologica. Originaria della Puglia, Luigia Tauro si è laureata in Scienze dell’informazione nel 1985. Dopo essere andata a Ivrea per fare una tesi di laurea sperimentale, è stata assunta da Olivetti, per la quale ha lavorato per dodici anni. Poi è passata a Gartner, Accenture e a un grande gruppo bancario per il quale segue progetti di innovazione. Nel 2008 si è ammalata di tumore al seno. Una volta guarita ha creato nel 2017 un programma digitale di educazione alla prevenzione oncologica con l’obiettivo di ridurre il costo sociale del cancro. La società ha già coinvolto 80mila dipendenti. Il 21 maggio 2019 il Joint Research Centre della Commissione Europea ha annunciato di aver scelto i Diagrammi PartecipatiTM di KnowAndBe.live come strumento di sensibilizzazione nei suoi eventi dedicati a prevenzione e salute.

Luigia Tauro, founder di KnowAndBe.live

Mary Franzese, l’innovatrice in Sanità

Mary Franzese è una giovane bocconiana fondatrice con Enrico Giuliani di Neuron Guard, startup che ha creato un collare refrigerante per ridurre i danni cerebrali per le persone colpite da ictus, arresto cardiaco e trauma cranico. Franzese Giuliani sono partiti dal desiderio di aiutare a migliorare una realtà che vede ogni sette secondi una persona al mondo accusare problemi cerebrali acuti, che sono la prima causa di disabilità permanente e generano una spesa di 330 miliardi di dollari ogni anno, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità. L’esperienza nell’ambito della medicina d’emergenza fatta da Giuliani ha portato a ideare un collare refrigerante che riduce il rischio di lesioni cerebrali in caso di ictus, trauma cranico grave o arresto cardiaco. Neuron Guard è stata creata a Modena nel maggio 2013, nell’ambito del programma di incubazione intensiva SeedLab. Ha vinto competizioni quali l’Intel Global Challenge in California nel 2014, il premio Gaetano Marzotto (nella categoria “Dall’Idea all’Impresa) e  il Premio Lamarck 2016.

Mary Franzese

La comunicatrice: Alice Siracusano

Alice Siracusano è socia di maggioranza e amministratore delegato di Luz, società “erede” della storica agenzia Grazia Neri. Con un archivio di due milioni di storie fotografiche, Luz ha ampliato via via il suo raggio d’azione dall’editoria alla comunicazione corporate. Proprio per potenziare l’area dei progetti di comunicazione per le aziende, nel 2015 è stata chiamata Alice Siracusano. Nel suo percorso professionale c’era la comunicazione tradizionale in DlvBbdo e GreyUnited, e quella digitale, dal lancio di YouTube in Italia a progetti di web marketing e e-commerce in Yoox, fino al coordinamento di progetti crossmediali in Samsung Electronics Italia. Alice Siracusano è diventata così motore di innovazione per l’agenzia, guidandola verso nuove strategie. Questo percorso l’ha portata a un coinvolgimento societario più profondo che l’ha vista acquisire la maggioranza di Luz. Per i collaboratori ha delineato un nuovo piano industriale e una nuova missione: offrire e raccontare storie grazie al contributo d’autore di fotografi e di registi, presidiando con la qualità e la verità dell’immagine l’arena del content marketing.

Alice Siracusano

La (ex) startupper che ha cavalcato la pandemia: Paola Marzario

Paola Marzario è stata una pioniera delle startupper donna in Italia. Nel 2012 ha fondato BrandOn, con sede a Milano e Napoli: una ex startup, e ormai scaleup, che aiuta ad abilitare in poche settimane, e gestire a 360 gradi, le vendite online di prodotti appartenenti a molteplici settori: Beauty&Cosmetics, Parapharma, Fashion&Apparel, Home&Living, Electronics, Books.

Nel 2021 è entrata nella classifica del Financial Times tra le 250 aziende europee che crescono di più. Con la pandemia, e la conseguente spinta alla digitalizzazione, l’impresa è cresciuta.

“Durante la pandemia abbiamo assunto diverse donne” commenta Paola Marzario. “Siamo forse l’eccezione che conferma la regola”. Eppure il pericolo di una nuova disparità di genere dovuta alla pandemia c’è. Come uscirne? ” Tanta, tanta formazione alle competenze digitali e voglia di mettersi in gioco, anche da autodidatta” risponde Marzario. “Molte aziende si stanno innovando: è vero che il retail fisico si è fermato con i vari lockdown, ma l’online è aumentato. Serve comunque una persona che pubblichi contenuti online. Chi ha perso il lavoro perché faceva la commessa, potrebbe reinventarsi online”.

L’imprenditrice del caffè: Mary Mauro

Studi internazionali e pluriennale esperienza nel mondo della torrefazione uniti ad una grande passione per il “Made in Italy”, Mary  Mauro è  dal  2009  amministratore  delegato  di  Sevengrams,  azienda  attiva  nella produzione di caffè espresso. Nata a Roma, laureata alla Cattolica di Milano, nel 2008 è uscita dalla compagine azionaria dell’azienda di famiglia, Mauro Demetrio  S.p.A, per dar vita a un progetto totalmente nuovo. Così è nata Sevengrams, azienda che si discosta dalle logiche tradizionali della torrefazione italiana e che persegue, attraverso la proposta di miscele d’eccellenza, un modello distributivo atipico e un’attività di comunicazione e relazione con il consumatore. Obiettivo: promuovere e rilanciare, anche a livello internazionale, una cultura del caffè espresso.

Mary Mauro

(Articolo aggiornato al 11/05/2021)

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Luciana Maci

Giornalista professionista dal 1999, scrivo di innovazione, economia digitale, digital transformation e di come sta cambiando il mondo con le nuove tecnologie. Sono dal 2013 in Digital360 Group, prima in…