Competenze digitali: che cosa sono e perché servono alle aziende e a chi lavora | Economyup

LA GUIDA

Competenze digitali: che cosa sono e perché servono alle aziende e a chi lavora



L’Italia è fanalino di coda nella UE per competenze digitali, la ministra Pisano punta a rafforzarle. Ecco perché sono cruciali per economia e occupazione

di Luciana Maci

15 Ott 2020


Competenze digitali

Nel prossimo futuro 9 lavori su 10 richiederanno competenze digitali, dice uno studio dell’Unione europea. Ma cosa sono esattamente le competenze digitali? Quasi metà dei lavori svolti attualmente nel mondo entro qualche anno potranno essere eseguiti in tutto o in parte da macchine. Milioni di posti andranno persi, altri milioni se ne creeranno, ma è altamente probabile che quelli nuovi saranno più qualificati, mentre quelli andati persi saranno per lo più impieghi a bassa qualificazione. Non solo: esisteranno (e già esistono) professioni che ancora non conosciamo bene o che non siamo in grado nemmeno di concepire. Per questo sarà sempre più importante lavorare per formare, coltivare e aggiornare costantemente le competenze digitali, o digital skills. Il termine si riferiva inizialmente alla capacità di saper utilizzare con dimestichezza e spirito critico le tecnologie della società dell’informazione, ma con la crescente affermazione della trasformazione digitale ha acquisito un significato più ampio e articolato. Le competenze digitali sono un vasto insieme di abilità tecnologiche che consentono di individuare, valutare, utilizzare, condividere e creare contenuti utilizzando le tecnologie informatiche e Internet. Possono spaziare dalle competenze di base come l’uso del computer a quelle più specifiche ed evolute come la creazione di codice o lo sviluppo di sistemi software per l’intelligenza artificiale. Essendo il mondo della tecnologia in costante evoluzione, anche le competenze digitali cambiano continuamente e sono destinate a mutare con rapidità negli anni.

L’Italia è in posizione arretrata in Europa per quanto riguarda le competenze digitali, con un preoccupante terzultimo posto fra i 28 Stati membri dell’UE. Secondo Unioncamere, per lavorare nelle imprese in Italia le competenze digitali sono richieste per 7 assunti su 10, pari a 3,2 milioni di lavoratori. Eppure il 28,9% di questi profili, ovvero circa 940mila posizioni lavorative, è difficile da reperire per inadeguatezza o ridotto numero di candidati. Il risultato è spesso una carenza di competenze digitali per le piccole e medie imprese (pmi).

Lo scoppio della pandemia da Covid-19 ha tuttavia portato a un’accelerazione senza precedenti nella digitalizzazione dei processi: volenti o nolenti, gli italiani si sono ritrovati a usare piattaforme tecnologiche per le conversazioni e il lavoro a distanza e per la didattica a distanza, a ordinare i pasti o la spesa online, a fare acquisti su piattaforme di ecommerce. Improvvisamente le competenze digitali, perlomeno quelle di base, sono diventate un requisito indispensabile.

Nell’ambito di un percorso per le digital skills avviato dal governo Conte bis, il 3 agosto 2020 la ministra dell’Innovazione Paola Pisano ha firmato il decreto d’adozione del piano che punta ad azzerare il divario sulle competenze Ict (Information and Communication Technology). A ottobre 2020 la ministra del Lavoro, Nunzia Catalfo, ha firmato un decreto che istituisce il Fondo nuove competenze, uno strumento da 730 milioni a sostegno delle imprese nei percorsi di riqualificazione professionale dei lavoratori. 

Vediamo intanto in questo articolo lo scenario, le definizioni, i case studies e le principali tematiche relative alle competenze digitali. 

LAVORI “DISTRUTTI” E LAVORI CREATI DALLA DIGITAL TRANSFORMATION: I NUMERI 

Quasi la metà dei lavori svolti attualmente da persone fisiche nel mondo, dicono alcuni studi internazionali, potrà essere automatizzato quando le tecnologie si saranno diffuse su scala globale. Con riferimento all’Italia, questo significa che circa 12 milioni di lavoratori saranno interessati dal processo di automatizzazione progressiva (almeno fino a circa il 50%) dei loro compiti 

Secondo un report diffuso nel 2016 dal Word Economic Forum, The Future of Jobs and Skills, nell’arco di tempo che arriva al 2020 si creeranno 2 nuovi milioni di posti di lavoro nel mondo ma contemporaneamente ne spariranno 7, con un saldo netto negativo – quindi – di oltre 5 milioni di posti di lavoro. L’Italia dovrebbe uscirne con un pareggio (200mila posti creati e altrettanti persi), meglio quindi di altri paesi europei ed occidentali come Francia e Germania. A livello di gruppi professionali le perdite si concentreranno nelle aree amministrative e della produzione: rispettivamente 4,8 e 1,6 milioni di posti distrutti. Compenseranno parzialmente queste perdite l’area finanziaria, il management, l’informatica e l’ingegneria. Cambiano di conseguenza le competenze e abilità ricercate: nel 2020 il problem solving rimarrà la soft skill più ricercata e diventeranno sempre più importanti il pensiero critico e la creatività. 

Il presente e il futuro già ci raccontano uno scenario che cambia. Secondo il report Human Capital Index  2016 del WEF, presto sorgeranno nuove professioni nei settori più promettenti come la robotica, i trasporti automatici, l’intelligenza artificiale, le biotecnologie, la genomica e i materiali hi-tech. Second la già citata ricerca “The Future of Jobs”,  le dieci professioni più richieste attualmente dal mercato non esistevano fino a dieci anni prima. E il 65% dei bambini che hanno iniziato le scuole elementari nel 2016 avrà a che fare con un lavoro che oggi nessuno conosce.  

In linea con le previsioni del World Economic Forum anche Cedefop e Citi Research per l’Europa, che prevedono, nell’arco di tempo che arriverà al 2025, la creazione di nuovi posti di lavoro per ruoli e professioni a elevata qualificazione e una diminuzione significativa di quelli a bassa qualificazione.  

 

 È inevitabile immaginare in un’ottica di lungo periodo, un fenomeno di “distruzione creatrice’’: il digitale contribuirà alla creazione di posti di lavoro che si basano su nuove competenze e molti impieghi si trasformeranno ma, allo stesso tempo, potrà innescare la distruzione di impieghi sostituibili da processi automatizzati.

Gli ambiti maggiormente interessati dal processo sono Mobile Internet, Big Data, nuove fonti energetiche, Internet of Things, Sharing Economy/Crowdsourcing, relativamente alla digitalizzazione; Robotica, Intelligenza Artificiale e Additive Manufacturing/Stampa 3D con riferimento  

COMPETENZE DIGITALI: UNA DEFINIZIONE “IN FIERI”

La definizione stessa di competenze digitali è cambiata con il cambiare del tempo. Questo perché, all’inizio dell’era della trasformazione digitale, la stragrande maggioranza della popolazione non aveva le conoscenze e gli strumenti necessari per gestire la rivoluzione introdotta nelle nostre vite dalla nascita di Internet e del World Wide Web. Man mano che, in questi decenni, la digitalizzazione ha interessato in modo concreto organizzazioni, aziende e singoli individui, anche l’apprendimento di competenze si è trasformato e velocizzato. Risultato: le definizioni di “competenze digitali” risalenti a qualche anno fa rischiano di risultare in qualche modo “datate” alla luce degli straordinari e rapidissimi cambiamenti in atto. Vediamo comunque come si è evoluto il concetto stesso di competenze digitali, perché così potremo ripercorrere quanto è accaduto in questi decenni in ambito digital transformation.

Competenze digitali: la definizione del Parlamento europeo

Una prima definizione di Competenze Digitali è stata proposta, nel 2006, dal Parlamento Europeo in un documento che indicava le otto competenze chiave per l’apprendimento permanente. Eccola: “La competenza digitale consiste nel saper utilizzare con dimestichezza e spirito critico le tecnologie della società dell’informazione (TSI) per il lavoro, il tempo libero e la comunicazione. Essa è supportata da abilità di base nelle ICT (Information and Communication Technologies, Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione): l’uso del computer per reperire, valutare, conservare, produrre, presentare e scambiare informazioni nonché per comunicare e partecipare a reti collaborative tramite Internet”.  

Per attualizzare il concetto di competenze digitali va tenuto conto che oggi l’ICT è sempre più presente in tutte le professioni e che le Competenze Digitali risentono fortemente delle evoluzioni tecnologiche. Non si tratta più, dunque, di un fenomeno che riguarda solo la direzione IT o le imprese tecnologiche, ma di una realtà che pervade tutti i settori e le funzioni aziendali. 

Competenze digitali: la roadmap di Agid

“Competenze digitali – scrive Roberto Scano, esperto AgID per la normazione delle competenze digitali – è una parola “magica” che appare spesso in discorsi sulla loro assenza o non adeguatezza. L’assenza di competenze digitali specifiche (da parte di utenti, personale amministrativo, tecnici ICT, dirigenza) può comportare diverse problematiche a seconda dei soggetti coinvolti: dalla mancata fruibilità di un servizio (utenti) alla difficoltà ad erogarlo (personale amministrativo), delle problematiche tecniche (tecnici ICT) sino alla difficoltà di selezionare soluzioni digitali idonee (dirigenza). Il tema della crescita delle competenze digitali è particolarmente importante oggi in una società che è volta alla digitalizzazione dei processi”.

Nel 2017 AgID, l’Agenzia per l’Italia Digitale, ha definito la roadmap per il monitoraggio e l’accrescimento delle competenze digitali. Ecco come le ha suddivise:

  • le competenze digitali di base (utenti, compreso il personale amministrativo), 
  • le competenze specialistiche (ICT) 
  • le competenze di e-leadership (dirigenza). 

Competenze digitali di base

Le competenze digitali di base sono le capacità di utilizzare con dimestichezza e spirito critico le tecnologie dell’informazione per il lavoro, il tempo libero e la comunicazione. Sono competenze utili a tutti i cittadini per poter partecipare alla società dell’informazione e della conoscenza ed esercitare i diritti di cittadinanza digitale. 

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Competenze specialistiche ICT

Le competenze digitali specialistiche riguardano professionisti e futuri professionisti ICT e sono richieste sia nel settore privato che nel settore pubblico. L’e-CF European e-Competence Framework 3.0, strumento di riferimento europeo dell’Agenda Digitale per la definizione delle competenze dei professionisti ICT, definisce la competenza ICT come “una dimostrata abilità di applicare conoscenza (knowledge), abilità (skill) e attitudini (attitude) per raggiungere risultati osservabili”. Lo sviluppo di adeguate competenze specialistiche ICT è una condizione cruciale per la crescita digitale, nel settore dei servizi pubblici online, l’evoluzione dei prodotti manifatturieri, come per l’efficienza e l’evoluzione dei servizi. 

Competenze di e-leadership

Le competenze di e-leadership, o e-business, sono le capacità di utilizzare al meglio le tecnologie digitali all’interno di qualsiasi tipo di organizzazione e di introdurre innovazione digitale nello specifico settore di mercato in cui si opera. Le competenze digitali si integrano strettamente con le competenze trasversali tipiche del leader e con le competenze specifiche di settore. Esse includono anche le “competenze digitali per il lavoro”, che devono essere possedute da tutti i lavoratori, poiché tutti i lavori richiedono la capacità di utilizzare le tecnologie digitali.  

Competenze digitali: la definizione di Aica

L’Associazione italiana per l’informatica ed il calcolo automatico (Aica), dà questa definizione: “La competenza digitale consiste nel saper utilizzare con dimestichezza e spirito critico le tecnologie della società dell’informazione (TSI) per il lavoro, il tempo libero e la comunicazione. Essa è supportata da abilità di base nelle TIC: l’uso del computer per reperire, valutare, conservare, produrre, presentare e scambiare informazioni nonché per comunicare e partecipare a reti collaborative tramite Internet.

L’Osservatorio delle Competenze Digitali – promosso da Aica, Anitec-Assinform, Assintel e Assinter Italia, in collaborazione con Miur e Agid – ha provato a schematizzare i livelli di conoscenze e competenze, riconducendoli a quattro categorie: le competenze per la cittadinanza digitale, necessarie a tutti i cittadini per potersi allineare alla digitalizzazione del contesto sociale; le competenze digitali dei lavoratori, che rispecchiano la capacità di saper usare nella quotidianità lavorativa strumenti informatici, a prescindere dalla funzione aziendale di appartenenza; le competenze specialistiche ICT, tipiche di figure che operano all’interno delle strutture ICT di realtà private e pubbliche o all’interno delle divisioni operative di fornitori di tecnologie e servizi ICT; le competenze di e-Leadership, che caratterizzano chi associa alla cultura digitale particolari attitudini e talenti che consentono di immaginare determinati percorsi di cambiamento e di contestualizzarli all’interno della propria organizzazione.

In generale le Competenze Digitali si possono ricondurre a due macro categorie: le Digital Hard Skill e le Digital Soft Skill. 

CHE COSA SONO LE DIGITAL HARD SKILLS 

Le Digital Hard Skill sono le Competenze Digitali tecniche di base che definiscono una figura professionale. Si possono acquisire a scuola, all’università, attraverso master e corsi di perfezionamento, ma anche sul posto di lavoro. Si possono anche apprendere grazie a corsi di formazione mirati sul web tra cui i MOOC, Massive Online Open Courses, e gli SPOC, Small Private Online Courses. Le Hard Skill sono quantificabili e rientrano tra le competenze da inserire nel curriculum vitae. Qualche esempio di Digital Hard Skills: saper usare programmi e pacchetti informatici, conoscere linguaggi di programmazione, saper usare specifici macchinari e strumenti di produzione. In particolare, in questa categoria rientrano le competenze tecniche che riguardano l’area SMAC (Social, Mobile, Analytics, Cloud), cui si aggiungono quelle su Intelligenza Artificiale, Robotica, IoT, Cybersecurity. 

CHE COSA SONO LE DIGITAL SOFT SKILLS 

Le qualità che caratterizzeranno le nuove skill a elevata qualificazione non saranno esclusivamente di natura tecnologica, ma si riferiranno a un mix molto più complesso. Per questo motivo avranno un ruolo sempre più importante le soft skill, ovvero le abilità trasversali, che riguardano relazioni e comportamenti delle persone in qualsiasi contesto lavorativo. Alcuni esempi di Digital Soft Skills: la capacità di risolvere problemi complessi, di gestire il cambiamento, di collaborare e relazionarsi, di adattarsi con flessibilità e di comunicare; il knowledge networking che consente di recuperare e capitalizzare le informazioni che si trovano in rete; il new media literacy, ovvero il grado di alfabetizzazione rispetto ai nuovi media, ai loro linguaggi e ai loro formati; la capacità di gestire i flussi comunicativi online nel rispetto della netiquette aziendale.  Le Digital Soft Skill si apprendono prevalentemente sul campo e sono difficilmente quantificabili: dipendono dalla cultura, dalla personalità e dalle esperienze vissute dal singolo.  

OSSERVATORIO COMPETENZE DIGITALI 2019

Servono esperti di big data, AI, Iot, robotica, cloud computing

Come rileva l’Osservatorio Competenze Digitali 2019, il mercato del lavoro delle professioni del settore ICT in Italia è ancora in controtendenza rispetto alle criticità riscontrate da molti settori economici. La domanda di lavoro delle imprese supera infatti l’offerta che il sistema formativo, in particolare universitario, riesce a produrre. I dati dell’Osservatorio delle competenze digitali sono molto chiari: tra il 2019 e il 2021 si riscontra una differenza negativa tra domanda e offerta di laureati ICT pari a circa 28,5 mila unità.

Assistiamo dunque alla crescita della domanda di nuove competenze tecniche, in particolare legate al mondo dei big data, dell’intelligenza artificiale, dell’IoT, della robotica e del cloud computing, Emerge la domanda di nuove skill per molte professioni dell’ICT. Soprattutto per le attività di sviluppo, emergono skill legate alla gestione di grandi volumi di dati e tecniche di AI (artificial intelligence, machine learning, computer vision, python, hadoop, hive, IoT, Scala, per citarne alcune).

In sintesi, siamo di fronte ad una evoluzione che ha diversi connotati:  difficoltà nel reperire risorse;  emergere di nuove professioni e cambiamenti di skill richieste per molte esistenti,; grande rilevanza delle soft skill per le professioni ICT.

Ciò significa, scrive Mario Mezzanzanica, Pro-Rettore per l’Alta formazione e per le attività del Job Placement dell’Università degli Studi Milano Bicocca, che difficilmente una politica potrà intervenire nel breve per soddisfare le esigenze del mercato, e che le aziende dovranno percorrere ed individuare strade alternative per far fronte alle loro esigenze.

COMPETENZE DIGITALI SPECIALISTICHE: LE PROFESSIONI DEL FUTURO

Per le aziende dell’offerta ICT i profili più critici includono Business Analyst, Proyect Manager, Security Advisore Data Scientist. A questi seguono profili più tecnologici: Application Developer, Enterprise Architet/Architect Engineer, System Administrator/Engineer, Sistemista e Database Administrator.  

Per le aziende della domanda ICT e gli enti pubblici sono prioritari profili più marginali: Responsabile dei Sistemi Informativi, Responsabile della Sicurezza e responsabile della Sicurezza delle Informazioni, in grado di indirizzare le strategie IT e di gestire sicurezza, processi e risorse. Project manager, Business Analyst e Data Scientist sono rilevanti nelle aziende Industriali, del commercio e dei servizi.  

Negli enti pubblici sono maggiormente ricercati Project Manager, Security Engineer, Sistemista e System Administrator/Engineer. Nel breve-medio termine, i nuovi profili specializzati sulle tecnologie emergenti, includeranno: Cloud Security Architect, Cloud Architect/Cloud Solution Architect, Cloud Computing Consultant, Cloud Computing Strategist; Cyber Security Consultant, Cyber Security Architect, Cyber Security Project Manager; Big Data Architect, Big Data Scientist e Big Data Specialist; IoT Consultant, Architecture Mobile & IoT Solutions Engineer, IoT Software Engineer; Robotics & Automation Manager, Robotics System Engineer e Robotics Engineer; Artificial Intelligence Software Engineer, Artificial Intelligence System Engineer.  

Negli ambiti innovativi più trasversali emergeranno: Change Manager, Agile Coach, Scrum Master con riferimento al Service Development; Technology Innovation Manager, Chief Digital Officer e IT Process & Tools Architect nell’area della Service Strategy.  

COMPETENZE DIGITALI: ITALIA ANCORA TROPPO INDIETRO

L’edizione 2020 del Digital Economy and Society Index (DESI) vede l’Italia al terzultimo posto fra i 28 Stati membri dell’UE, con un punteggio pari a 43,6 (rispetto al dato UE del 52,6). È insomma tra i fanalini di coda, nella stessa posizione di bassa classifica formalizzata nel DESI 2018 (punteggio di 36,2 a fronte del dato europeo del 46,5), dopo il lieve aumento rilevato nel DESI 2019, che aveva consentito al nostro Paese di raggiungere il 23º posto (punteggio del 41,6 a fronte del dato UE del 49,4). Continua a preoccupare il grave ritardo descritto dall’indicatore “Capitale umano”, secondo cui, rispetto alla media UE, in Italia i livelli di competenze digitali di base e avanzate “molto bassi” risultano ulteriormente aggravati da un numero pressoché esiguo di specialisti e laureati nel settore ICT, “molto al di sotto della media UE”.

Il 3 agosto 2020, tuttavia, la ministra dell’Innovazione Paola Pisano ha firmato il decreto d’adozione del piano che punta ad azzerare il gap sulle competenze Ict. Istruzione e formazione superiore, forza lavoro attiva, competenze specialistiche Ict, cittadini sono i 4 assi d’intervento su cui si sviluppa la Strategia Nazionale per le Competenze Digitali contenuta nel decreto di adozione firmato dalla Pisano. “È la prima volta che l’Italia si dota di una strategia globale per le competenze digitali – si legge in una nota del ministero – base essenziale per l’attuazione di interventi organici, multisettoriali ed efficaci su un’area fondamentale per lo sviluppo economico e sociale del Paese”.

Ricerca e innovazione: manca il capitale umano nell’ICT

Anche il mondo della ricerca nell’ICT (Information & Communication Technology) in Italia risente della carenza di competenze. A rilevarlo è il 1° Rapporto sulla Ricerca e Innovazione ICT in Italia presentato a ottobre 2020 in collaborazione con APRE, l’Agenzia per la Promozione della Ricerca Europea.  Nonostante i progressi – si legge nel report – il nostro Paese ha ancora un numero di ricercatori proporzionalmente inferiore a quelli dei principali partner scientifici, tecnologici e commerciali, e con un’età media più elevata di quella degli occupati. È l’effetto di scelte passate che ha portato, fra l’altro, a una diminuzione dei finanziamenti per i dottorati di ricerca.
Il personale R&S&I e i ricercatori in unità nelle imprese del settore ICT sono aumentati nel 2018 del 13,1% e del 20,6% rispettivamente. In ETP l’aumento è stato del 9,8% e del 19,2%. La crescita più elevata è stata nelle aziende di software e servizi IT, mentre si è registrata una contrazione nei servizi di telecomunicazione.

COMPETENZE DIGITALI: PERCHÉ È DIFFICILE REPERIRLE

L’Osservatorio delle Competenze digitali ha individuato almeno 4 motivi per cui attualmente, soprattutto in Italia, le persone con buone competenze digitali sono scarsamente reperibili. 

  •  La formazione delle competenze digitali è tecnologica e onerosa 
  •  L’offerta formativa è disallineata con la domanda, ovvero le scuole non forniscono le necessarie skills per affrontare un mondo del lavoro che sta rapidamente e profondamente cambiando 
  • In ambito pubblico c’è il blocco del turnover, perciò scarseggia la presenza delle giovani generazioni, più digitali degli anziani  
  • Spesso c’è difficoltà ad attrarre e convincere i candidati con le giuste competenze digitali ad entrare e restare in azienda, perché questi candidati temono di non trovarvi una vera cultura digitale  

RESKILLING: L’IMPORTANZA DI FORMARE I DIPENDENTI ALLE NUOVE COMPETENZE

Con la piena affermazione della Trasformazione Digitale e dell’Industria 4.0 sarà necessario insegnare agli addetti nuove mansioni per le quali saranno richieste nuove competenze. Emerge dunque la necessità per le aziende che intendono restare competitive lavorare anche sul reskilling, ovvero il processo in base al quale è possibile apprendere modalità di lavoro e professionalità diverse dalla precedenti. Per prepararsi al reskilling le organizzazioni possono usare alcuni metodi: 

  • Assumere dipendenti non tanto e non solo sulla base delle conoscenze acquisite, ma valutando la loro capacità di apprendere cose nuove. 
  • Collaborare più strettamente con chi si occupa di formazione della forza lavoro per attingere a un bacino di studenti e neo-laureati maggiormente preparati. 
  • Utilizzare il reverse mentoring, ovvero formare i dipendenti più giovani, che già posseggono una cultura digitale, in modo che siano poi loro a evangelizzare i senior all’interno dell’organizzazione. 

Industria 4.0, tre modi per salvare il lavoro (con il reskilling)

COMPETENZE DIGITALI: IL DIVARIO DI GENERE

In tutto il mondo le donne sono penalizzate nei settori occupazionali che richiedono le STEM, conoscenze e competenze matematico-scientifiche. Come conferma la recente ricerca LinkedIn Recruiter Sentiment Italia 2019, che ha coinvolto la comunità di responsabili HR in azienda, nell’ultimo anno c’è stato un aumento delle assunzioni in Italia, ma le competenze digitali, sempre più richieste dalle imprese in fase di selezione, rimangono una prerogativa dei candidati di sesso maschile. Nello specifico il 45% dei responsabili HR italiani sostiene che ci sono più candidati uomini dotati di competenze digitali rispetto alle donne (contro appena il 25% che pensa che vi siano più donne “digitalmente preparate”). Per contribuire a colmare il divario tra le competenze digitali delle giovani e quelle richieste dal mercato del lavoroil Comune di Milano organizza da tre edizioni STEMintheCity: incontri, eventi, seminari, laboratori e presentazioni focalizzati sul superamento degli stereotipi e sull’avvicinamento di bambine e ragazze ai percorsi tecnico-scientifici. 

COMPETENZE DIGITALI PER L’INDUSTRIA 4.0 

Le imprese stanno incontrando crescenti difficoltà per individuare, sia a livello di diplomati sia di laureati, le competenze necessarie per l’Industria 4.0, ovvero la quarta rivoluzione industriale che porterà a fabbriche interamente connesse e automatizzate. La scuola superiore e anche l’università non risultano ancora in grado di formare in modo adeguato le competenze e capacità necessarie per un inserimento efficace e rapido nel mondo del lavoro.

Per questo il Piano Industria 4.0, voluto dal ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda del governo Renzi e sostanzialmente riconfermato dal governo Di Maio-Salvini, ha previsto incentivi per la formazione del personale delle imprese verso l’utilizzo dei macchinari oggetto del Piano. A inizio maggio 2018 sono state approvate le note attuative per gli incentivi fiscali a copertura parziale dei costi del personale in fase di formazione. Questo per quanto riguarda i lavoratori interni alle aziende. Per chi invece deve prepararsi ad affrontare il mondo del lavoro dotandosi delle adeguate competenze occorre che la scuola faccia la sua parte. Per lo sviluppo delle competenze digitali potrebbero svolgere un ruolo chiave gli istituti tecnici e i licei che dovrebbero sviluppare orientamenti verso l’ottenimento di competenze certificate. Queste potrebbero consentire una effettiva employability dei giovani aprendo le porte al Lavoro 4.0. Chi si sta muovendo in questo senso è, tra gli altri, proprio Aica, che ha predisposto il Programma 4.0 per nuove opportunità per il Lavoro 4.0, partendo da un catalogo basato sulle nuove certificazioni di IT Administrator e di Project management per passare alle certificazioni rivolte in modo specifico all’Industria 4.0 attraverso certificazioni Cad 2D, CAD 3D, Stampa 3 D, GIS, a cui si aggiungerà una certificazione per l’Internet of Things (IoT) e Big Data. 

I CASE STUDIES 

COMPETENZE DIGITALI: CHE COSA FA CISCO 

Nel 2016 Cisco ha annunciato un piano per digitalizzare l’Italia che ha previsto investimenti per 100 milioni di euro entro il 2018. Tra le tante attività messe in atto da Cisco Italia anche quelle focalizzate sulla formazione: 80mila i giovani sparsi in tutta Italia hanno acquisito competenze digitali, imparando nozioni relative a Internet delle Cose, Cybersecurity e studiando anche come diventare imprenditori. 

Agostino Santoni, CEO Cisco Italia: “Creare nuove skill non è un’azione di breve periodo, ma la nostra esperienza come partner tecnologico di aziende e istituzioni di tutto il mondo ci dice che è possibile abbreviare i tempi. Il fattore chiave è unire competenze e investimento tecnologico in ogni progetto. Se si lavora sempre su entrambi i fronti si supporta la crescita di una e-leadership forte, capace di guidare il cambiamento, ad esempio aprendosi alla collaborazione con le startup e il mondo della ricerca ricerca in ottica di co-innovazione”. 

Agostino Santoni (Cisco): dobbiamo fare di più per creare le nuove competenze digitali

COMPETENZE DIGITALI: CHE COSA FA ACCENTURE 

Nei prossimi tre anni Accenture investirà 200 milioni di dollari a livello globale per finanziare iniziative di responsabilità sociale. Sul fronte della formazione Accenture ha riconfermato la propria presenza al fianco di alcune realtà no-profit attraverso il programma Skills to Succeed, nato per fornire alle fasce più deboli della popolazione mondiale le competenze necessarie per trovare un impiego nell’economia digitale o avviare un’iniziativa imprenditoriale. Prima della fine del 2017, Accenture aveva già formato 2,2 milioni di persone, in linea con l’obiettivo di raggiungere 3 milioni di persone entro il 2020. 

Paul Daugherty, Chief Technology and Innovation Officer di Accenture: “Per evitare conseguenze negative sull’occupazione, occorre stabilire un’Agenda dell’Innovazione che includa lo sviluppo del settore R&D. Avviare una data policy, che può fare la differenza tra un Paese e l’altro. Definire una workforce strategy, una strategia per la forza lavoro, che preveda l’insegnamento di Stem (materie scientifiche), coding e competenze di Intelligenza Artificiale per chi sta già lavorando. Ma bisogna formare le persone all’AI sin dalla scuola elementare. Noi di Accenture non crediamo che esista una questione lavoro, ma una questione di reskilling. Anche altre aziende come la nostra stanno investendo somme importanti per fornire training ai loro dipendenti in questo campo”. 

COMPETENZE DIGITALI: CHE COSA FA FACEBOOK 

Facebook ha scelto l’Hub di LVenture Group e LUISS EnLabs, presso la Stazione Termini, come sede del suo nuovo spazio dedicato allo sviluppo delle competenze digitali chiamato “Binario F”. Parte del costante impegno della celebre azienda di Menlo Park sul tema delle digital skills, lo spazio sarà messo a disposizione gratuitamente per la comunità italiana. “Binario F from Facebook” aspira a diventare il punto di riferimento di imprese, istituzioni e semplici cittadini che vogliono accrescere la propria preparazione sul digital, ma anche confrontarsi sui più moderni temi legati all’innovazione e allaze digitali  tecnologia. 

COMPETENZE DIGITALI: CHE COSA FA EY

Sette manager su 10 pensano di essere carenti in competenze digitali e l’80% ritiene che questa lacuna sia il principale freno allo sviluppo di progetti innovativi, ad esempio nell’area della cybersecurity. Da queste premesse è nata a maggio 2018 la EY Digital Academy,  piattaforma di formazione continua sulle competenze digitali sviluppata in collaborazione con Atos, Cisco, Rockwell Automation e SAS. Uno strumento a disposizione dì CEO e manager per identificare e sviluppare le competenze innovative di cui hanno bisogno.

Donato Iacovone, AD di EY Italia: “Nel processo di trasformazione digitale che sta investendo la nostra economia, l’Italia paga un’insufficienza di cultura e competenze digitali e una scarsa dinamicità delle startup. Questi limiti, soprattutto per le PMI, possono essere superati se si realizza una “contaminazione” di attori esterni”.

COMPETENZE DIGITALI: NECESSARIE ANCHE NELLE AZIENDE TRADIZIONALI 

Le competenze digitali non sono richieste solo nelle aziende tecnologiche, ma sono diventate necessarie praticamente in ogni settore dell’industria tradizionale. Basti pensare a un comparto un tempo esclusivamente “fisico” come il retail, dove il cliente non è più solo quello che entra dalla porta del negozio, ma è anche l’acquirente su Internet, per cui stanno nascendo una serie di interazioni tra online e offline (i termini tecnici sono multicanalità, cross-canalità e omnicanalità). Competenze digitali sono essenziali anche nell’automotive: un tempo c’era l’operaio metal-meccanico che costruiva la macchina, oggi le auto sono connesse, a guida autonoma, self driving, e c’è bisogno anche di esperti digitali. Dal rapporto dell’Osservatorio sulle competenze digitali emerge che le skill digitali di base pesano per il 41% nell’Industria, il 49% nei Servizi e il 54% nel Commercio. Separando le skill di base dalle altre, definite come skill avanzate, emerge che la domanda di skill di base prevale solo nel Commercio, mentre nell’Industria e nei Servizi prevalgono le skill avanzate, viste come fattori di una più evoluta professionalità.  

COMPETENZE DIGITALI: QUANDO LA TRASFORMAZIONE PARTE DALL’HR 

Per reclutare e gestire persone con nuove competenze la tecnologia può fare la differenza. Le Risorse Umane sono decisive nella trasformazione digitale delle imprese, perciò oggi si parla sempre di più di HR Tech, la tecnologia applicata al mondo dell’HR. L’HR Tech non è solo una tecnologia per gestire le paghe, ma è anche e soprattutto un’opportunità di innovazione e cambiamento in azienda. Con l’HR Tech si passa da modello gestionale gerarchico-burocratico a uno in cui le persone contribuiscono all’attività aziendale sulla base delle proprie competenze e non solo in base al proprio ruolo. Solo per fare un esempio, Adecco, agenzia internazionale di recruiting, ha deciso di puntare su uno strumento di HR Tech per la selezione del personale. Nel 2019 proporrà uno strumento esclusivamente digitale per dare alle persone un indice di impiegabilità nel mercato del lavoro. Obiettivo:  offrire un “bilanciamento tra chi è la persona e come si sta trasformando il mercato del lavoro”. 

Digital Technologies - Infografica- Mappa dell'innovazione delle imprese

Che cos’è l’HR Tech e quali opportunità offre alle aziende: i case studies

(Articolo aggiornato al 12/10/2020)

Luciana Maci

Scrivo di innovazione, economia digitale, digital transformation e di come sta cambiando il mondo con le nuove tecnologie. Sono dal 2013 in Digital360 Group, prima in CorCom, poi in EconomyUp.…