Nel 2025 il mercato digitale in Italia è cresciuto del 3,4%, quasi sette volte più del PIL (+0,5%), con punte del +47% nell’intelligenza artificiale. L’ICT, tecnologie e servizi tecnologici, non può più essere considerato solo uno dei tanti comparti dell’economia. I numeri del rapporto “Il Digitale in Italia 2026″ di Anitec-Assinform, realizzato in collaborazione con NetConsulting cube, mostrano qualcosa di diverso: mentre l’economia italiana procede con prudenza, la domanda di tecnologie digitali continua ad accelerare, diventando uno dei pochi indicatori strutturalmente superiori alla ctrescita del PIL.
Non significa soltanto che le aziende spendono di più in tecnologia. Significa che la trasformazione digitale è entrata nel cuore delle strategie industriali. Cloud, cybersecurity, intelligenza artificiale, piattaforme dati e software non rappresentano più investimenti discrezionali. Sono diventati fattori indispensabili per mantenere competitività, produttività e capacità di innovare.
È questa la vera notizia che emerge dal rapporto: la domanda digitale cresce perché cresce il bisogno di trasformazione delle imprese. E questo apre una finestra di opportunità per l’ecosistema italiano dell’innovazione e delle startup.
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Mercato digitale in Italia, perché cresce più del PIL
Il dato che colpisce maggiormente è il confronto tra economia e mercato digitale.
Nel 2025 il PIL italiano è cresciuto dello 0,5%, mentre il mercato digitale ha registrato un incremento del 3,4%, raggiungendo un valore di 84,4 miliardi di euro. Ancora più significativa è la dinamica dei servizi ICT, cresciuti dell’8,1%, mentre alcuni segmenti tecnologici mostrano accelerazioni ancora più marcate, a partire dall’intelligenza artificiale, che registra un incremento del 47% rispetto all’anno precedente.
Sono numeri che raccontano un cambiamento strutturale.
Nelle fasi di rallentamento economico, tradizionalmente le imprese tendono a comprimere gli investimenti. Oggi accade il contrario. Le aziende continuano a investire in digitale anche quando il contesto macroeconomico rimane incerto, perché molte tecnologie sono ormai direttamente collegate alla capacità di produrre, vendere, controllare i costi e rispettare nuovi obblighi normativi.
Il digitale, insomma, non segue più il ciclo economico: contribuisce a determinarlo.
Perché la domanda digitale cambia le strategie delle imprese
Leggere questi numeri come una semplice espansione del mercato ICT sarebbe limitativo. Dietro la crescita non c’è una corsa indiscriminata all’acquisto di nuovi software o infrastrutture tecnologiche. C’è un cambiamento molto più profondo nella domanda delle imprese.
Cloud, cybersecurity e dati come infrastruttura della competitività
Le aziende investono perché devono affrontare contemporaneamente diverse trasformazioni: l’automazione dei processi, l’adozione dell’intelligenza artificiale, la gestione di una quantità crescente di dati, la protezione dagli attacchi informatici, la conformità a normative sempre più stringenti e la necessità di aumentare la produttività in un contesto caratterizzato da costi crescenti e scarsità di competenze.
Il cloud permette di rendere più flessibili le infrastrutture. La cybersecurity è diventata una condizione indispensabile per garantire continuità operativa. L’intelligenza artificiale promette incrementi di efficienza e produttività. Le piattaforme dati rappresentano la base per decisioni più rapide e processi più intelligenti. Non sono tecnologie acquistate per seguire una moda. Sono strumenti utilizzati per risolvere problemi concreti di business.
È probabilmente questa la trasformazione più importante rche emerge dal rapporto Anitec-Assinform: il digitale non è più un settore separato dell’economia, ma una componente trasversale della competitività dell’intero sistema produttivo.
L’intelligenza artificiale? Il motore di una nuova fase
Fra tutti i dati del rapporto ce n’è uno che sintetizza meglio degli altri il momento che sta vivendo il mercato: il +47%registrato dall’intelligenza artificiale. Una crescita di questa portata sarebbe stata difficile da immaginare soltanto pochi anni fa.
L’arrivo dell’AI generativa ha modificato radicalmente il modo in cui le imprese guardano all’innovazione. Se fino a poco tempo fa l’intelligenza artificiale era confinata soprattutto a progetti sperimentali o a grandi organizzazioni con elevate capacità tecnologiche, oggi entra progressivamente nelle attività quotidiane di aziende di (quasi) tutte le dimensioni.
Gli ambiti di applicazione sono ormai molto ampi: assistenti per il customer care, automazione documentale, supporto allo sviluppo software, manutenzione predittiva, marketing, gestione della supply chain, progettazione industriale, analisi dei dati e supporto alle decisioni.
L’elemento interessante è che l’AI non cresce da sola. Si intreccia con gli investimenti in cloud, infrastrutture, dati, cybersecurity e competenze, che il rapporto indica in crescita parallela. Molti progetti di intelligenza artificiale generano infatti domanda anche per le tecnologie che ne costituiscono il presupposto. È questo effetto moltiplicatore a spiegare perché il mercato digitale continua ad accelerare anche in una fase di crescita economica limitata.
Startup e innovazione davanti alla crescita della domanda ICT
Questi dati raccontano, quindi, un cambiamento della domanda. Abbiamo spesso descritto il mercato italiano come poco propenso ad acquistare innovazione. Molte startup hanno faticato a trovare clienti, soprattutto nel segmento B2B, e hanno cercato crescita all’estero.
Il rapporto non misura quanto della nuova domanda sia soddisfatta dalle big tech e quanto arrivi davvero alle startup, ma la crescita lascia intravedere uno spazio che prima non c’era, anche per le nuove imprese innovative. C’è un’attenzione che prima non c’era, bisogna solo saperla intercettare e soddisfare con proposte pragamtiche, facendo uno sforzo di “traduzione” per essere compresi anche dalle piccole e medie imprese, che sono protagoniste in tutte le filiere.
I settori che rappresentano un’opportunità per le startup
I comparti che stanno trainando gli investimenti digitali comprendono banche, assicurazioni, manifattura, utilities, pubblica amministrazione e sanità: tutti settori nei quali l’innovazione è sempre più collegata alla competitività e all’efficienza operativa. Per una startup può significare, in prospettiva, trovare imprese che non cercano semplicemente un nuovo software, ma soluzioni capaci di risolvere problemi concreti.
Le opportunità riguardano soprattutto AI verticale applicata ai processi industriali; automazione dei workflow; cybersecurity; gestione intelligente dei dati; software enterprise; strumenti di compliance; piattaforme per la produttività.
In altre parole, la crescita del mercato digitale coincide con la crescita della domanda di innovazione da parte delle imprese. E questa domanda può rappresentare il carburante per lo sviluppo di nuove startup.
Corporate innovation e mercato digitale oltre la sperimentazione
Anche per le grandi imprese il quadro cambia profondamente. Molti programmi di open innovation avevano hanno avuto un carattere prevalentemente esplorativo: acceleratori, call4startup, proof of concept, sperimentazioni. Oggi la situazione è diversa.
Se la domanda digitale cresce stabilmente più del PIL, significa che l’innovazione non può più essere gestita come un’attività laterale rispetto al business. Deve entrare nella strategia industriale.
Le grandi aziende non cercano soltanto idee innovative. Cercano partner capaci di accelerare la trasformazione digitale, ridurre i tempi di implementazione e introdurre rapidamente nuove competenze. È uno scenario favorevole per startup mature, scaleup e fornitori altamente specializzati, che possono proporsi come partner tecnologici piuttosto che come semplici sviluppatori di software.
Il paradosso italiano: cresce la domanda, ma non abbastanza l’offerta
Accanto agli elementi positivi, il rapporto evidenzia però anche un limite strutturale del sistema italiano.
La domanda di innovazione aumenta rapidamente, ma il Paese continua a soffrire di alcuni problemi ormai cronici: dimensione ridotta delle imprese, difficoltà nel reperire competenze digitali, limitata disponibilità di capitale per la crescita e una capacità ancora insufficiente di trasformare ricerca e innovazione in imprese di scala internazionale.
Ecco il paradosso: da un lato le aziende chiedono sempre più tecnologie digitali. Dall’altro l’offerta nazionale non cresce con la stessa velocità.
Il rischio è evidente: una quota crescente della domanda potrebbe essere soddisfatta da grandi operatori internazionali – hyperscaler, vendor globali, piattaforme cloud e software house estere – lasciando alle imprese italiane un ruolo marginale nella creazione del valore.
Per un Paese manifatturiero come l’Italia sarebbe un’occasione mancata.
La sfida per l’Italia è produrre innovazione digitale
Il punto, quindi, non è soltanto continuare a digitalizzare le imprese. La sfida è fare in modo che una parte crescente di questa domanda alimenti un ecosistema nazionale dell’innovazione capace di sviluppare tecnologie proprietarie, creare startup ad alta crescita e trasformarle in imprese competitive a livello internazionale.
Negli ultimi anni sono stati compiuti alcuni passi: cresce il numero di startup innovative, si rafforzano gli strumenti di corporate venture capital e si moltiplicano i programmi di open innovation. Ma, come indica lo stesso rapporto, il capitale resta il principale punto debole del sistema. E la distanza rispetto ai principali ecosistemi europei resta significativa.
Il tempo, in questo caso, non è un vantaggio. La crescita della domanda digitale rappresenta una finestra di opportunità che difficilmente rimarrà aperta a lungo.
Una domanda destinata a crescere ancora
Le prospettive delineate dal rapporto indicano che la tendenza è destinata a proseguire nei prossimi anni. La diffusione dell’intelligenza artificiale, la crescente attenzione alla cybersicurezza, l’evoluzione del cloud e la digitalizzazione di filiere sempre più ampie continueranno a sostenere gli investimenti ICT.
La domanda, quindi, sembra destinata a crescere. Chi sarà sarà in grado di intercettarla?
Saranno soprattutto le grandi piattaforme tecnologiche internazionali a beneficiare di questa espansione? Oppure l’Italia riuscirà a trasformare questa fase in un’occasione per rafforzare il proprio ecosistema di startup, scaleup e tech company?
È questa, probabilmente, la domanda più importante che emerge dal rapporto Anitec-Assinform. Perché il dato del +3,4%del mercato digitale contro il +0,5% del PIL non racconta soltanto la buona salute dell’ICT italiano. Racconta che la trasformazione digitale è ormai diventata il principale terreno sul quale si giocherà la competitività del sistema produttivo.
E, come spesso accade nelle grandi transizioni tecnologiche, il vantaggio non andrà soltanto a chi compra più tecnologia, ma anche a chi saprà produrla, svilupparla e integrarla con successo nei processi industriali.






















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