Un robot umanoide progettato, sviluppato e realizzato in soli sei mesi. Si chiama Gene.01, è studiato per interagire in modo sicuro e naturale con le persone e l’ambiente (anche grazie alla pelle tattile) e ha già una destinazione d’uso industriale con Fincantieri, per le attività di saldatura nei cantieri navali. È l’ultima novità annunciata da Generative Bionics, azienda deep tech italiana nata dall’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) di Genova, che alla fine del 2025 ha chiuso un round di investimento da 70 milioni di euro guidato dal Fondo Artificial Intelligence di CDP Venture Capital.
Ma oltre l’hype per traguardi tecnologici che fino a poco tempo fa sembravano impensabili e oggi si susseguono a ritmo serrato, quali sono le reali destinazioni d’uso dei robot umanoidi? E un’azienda italiana ha i mezzi per competere con i colossi statunitensi e cinesi? Per avere una visione d’insieme delle prospettive del settore, abbiamo raggiunto il Ceo Daniele Pucci all’indomani del debutto di Gene.01 negli Stati Uniti, all’evento AMD Advancing AI 2026 che si è tenuto il 22 e 23 luglio.
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Le caratteristiche dei robot umanoidi
Oggi sembra esserci una corsa globale ai robot umanoidi. Quali aspettative sul settore ritiene realistiche e quali, invece, sopravvalutate?
A livello globale oggi vediamo tre approcci principali. I robot che arrivano dalla Cina sono generalmente piccoli, veloci e molto agili. Questo deriva dal fatto che, intorno al 2023, si è capito come applicare parte dell’intelligenza artificiale a una specifica piattaforma meccatronica. È un salto tecnologico perfetto per un’applicazione verticale: l’intrattenimento. Basta pensare al Capodanno cinese, dove abbiamo visto robot che ballavano e facevano capriole.
Ma per dimostrare un valore aggiunto misurabile per il cliente non basta un robot agile e veloce, servono anche mani capaci di interagire con l’ambiente e un’intelligenza artificiale adeguata. Questa è la direzione che stanno seguendo molte aziende statunitensi. Gli americani stanno cercando di costruire un unico robot, dotato di mani e intelligenza artificiale, capace di fare qualsiasi cosa. Dal nostro punto di vista, però, questo approccio rischia di produrre un robot che fa tutto, ma lo fa male. Un robot progettato per saldare non può essere lo stesso che assiste un paziente in ospedale. Non è soltanto una questione di buon senso ma, in Europa, anche di normative.
Per questo il nostro approccio cerca di combinare gli aspetti migliori di entrambe le visioni. Stiamo sviluppando una piattaforma industriale comune, basata su modularità, software e hardware condivisi, dalla quale derivare robot umanoidi specializzati per diversi mercati. Oggi individuiamo tre grandi aree applicative: sorveglianza e ispezione, logistica e manifattura, sanità. Gene.01 è la piattaforma industriale da cui deriveranno robot specializzati per i diversi segmenti di mercato.
È la Physical AI a permettere questa diversificazione?
L’intelligenza artificiale ci consente di fare due cose. La prima è progettare robot umanoidi ottimizzati per specifici segmenti di mercato. Per la logistica pesante, ad esempio, i motori delle spalle dovranno essere più grandi. La domanda è: dobbiamo riprogettare tutto il robot da zero? No. Abbiamo sviluppato algoritmi di Generative Physical AI che ci permettono di generare anche la meccatronica del robot. Per evitare che l’algoritmo produca configurazioni irrealistiche, utilizziamo la biomeccanica come elemento di condizionamento. È anche da qui che deriva il nome Generative Bionics.
Dall’altro lato, l’intelligenza artificiale ci permette di personalizzare la piattaforma su tre livelli. Il primo è il modello di AI, perché un robot destinato alla logistica non utilizza lo stesso modello di uno progettato per assistere un paziente. Il secondo livello riguarda il design esterno, cioè la configurazione del robot in funzione dell’applicazione. Il terzo riguarda mani e piedi, che vengono adattati al tipo di attività che il robot dovrà svolgere. Alla fine è questo che conta: se vuoi vendere questi robot, devi risolvere un problema concreto meglio delle alternative.
Lo sviluppo di Gene.01
Gene.01 è stato sviluppato in sei mesi. Come avete fatto a comprimere così tanto i tempi?
La prima ragione è il team. Dopo vent’anni all’Istituto Italiano di Tecnologia, abbiamo chiamato le persone con le competenze più avanzate in Europa sulla Physical AI e sulla robotica umanoide. Alla fine la differenza la fanno sempre le persone. Oggi quelle competenze vengono sviluppate lungo direzioni che, all’interno di un istituto di ricerca, non avremmo potuto esplorare con la stessa velocità. Abbiamo anche assunto Federico Santini, ex responsabile della produzione Ferrari, che oggi lavora con noi per realizzare quella che vogliamo diventi la più grande fabbrica europea di robot umanoidi.
La seconda ragione è il focus. Siamo l’unica azienda europea completamente focalizzata sulla robotica umanoide e sulla Physical AI. In passato, all’Istituto Italiano di Tecnologia, lavoravamo su molti progetti diversi. Oggi tutte le energie sono concentrate su un unico obiettivo.
La terza ragione riguarda le metodologie di sviluppo. Abbiamo creato un sistema di intelligenza artificiale che genera direttamente la fisica del robot, cioè la sua meccatronica. Questo ci permette di iterare molto più rapidamente durante la progettazione e di comprimere in modo significativo i tempi di sviluppo.
La pelle multisensoriale è uno degli elementi più caratterizzanti del progetto. In quali situazioni cambia davvero il modo in cui il robot lavora?
Immaginiamo un robot che lavori in un’acciaieria e debba appoggiare il braccio su una superficie molto calda. Grazie alla pelle multisensoriale, percepisce la temperatura ed evita di danneggiarsi. Riesce inoltre a percepire la distanza dagli oggetti anche prima del contatto, senza affidarsi esclusivamente alle telecamere. In pratica, anche se fosse “cieco”, sarebbe comunque in grado di capire quanto è distante da un ostacolo e muoversi di conseguenza.
In un contesto sanitario, se un paziente si appoggia al robot o lo afferra, il robot deve essere in grado di percepire quel contatto. In questo caso la pelle diventa fondamentale, perché consente di misurare non solo la presenza del contatto, ma anche la sua tipologia. Più in generale, tutte le applicazioni in cui uomini e robot devono collaborare richiedono sistemi in grado di misurare la posizione relativa tra le persone e il robot e di rilevare con precisione il momento e la tipologia del contatto.
Perché avete scelto di partire dalla saldatura navale? Che cosa rende quel processo un buon banco di prova per un robot umanoide?
Molte delle applicazioni che vediamo oggi consistono nello spostare componenti o nello svolgere operazioni semplici in ambienti perfettamente strutturati. Nella maggior parte dei casi, si sarebbero potute automatizzare già dieci anni fa con la robotica industriale tradizionale. Per questo è importante distinguere la robotica industriale classica dalla robotica umanoide basata sulla Physical AI. Sono due approcci diversi. Se prendi una piattaforma mobile, ci monti due bracci robotici e una scocca che ricorda un essere umano, non stai necessariamente facendo robotica umanoide di nuova generazione.
Un cantiere navale, invece, è un ambiente estremamente complesso. Ci sono ostacoli, scale, superfici irregolari, spazi ristretti e lavorazioni come la saldatura, che richiedono precisione e adattamento continuo. Il robot deve spostarsi autonomamente, raggiungere il punto di lavoro, impugnare la saldatrice, individuare correttamente il giunto e realizzare la saldatura. Per affrontare un compito di questo tipo servono le tecnologie più avanzate: locomozione, manipolazione, sistemi di visione e intelligenza artificiale. Tutte le capacità del robot vengono davvero messe alla prova.
Abbiamo scelto di partire dal caso più difficile proprio perché è quello a maggior valore aggiunto e con il maggiore impatto industriale. Una volta sviluppata una soluzione capace di operare in un ambiente così complesso, derivarne applicazioni più semplici diventa molto più naturale. È sempre lo stesso problema, ma in una versione meno impegnativa dal punto di vista tecnologico.
Robot e lavoro: sostituiranno gli umani?
Come rispondete a chi teme che i robot umanoidi sostituiscano i lavoratori?
Quando ci chiedono se stiamo facendo robot per rubare il posto di lavoro agli esseri umani, la nostra risposta è sempre: il lavoro di chi? L’Italia perderà circa metà della propria popolazione entro il 2100 e lo stesso fenomeno riguarda molti altri Paesi. Ovunque arrivi lo sviluppo economico e la globalizzazione, il numero di figli diminuisce. Questo significa che avremo un problema enorme di disponibilità di manodopera e rischiamo di non riuscire a sostenere servizi essenziali. Basta guardare agli ospedali. Oggi mancano infermieri e il problema è sotto gli occhi di tutti.
Dopodiché, è chiaro che ogni grande innovazione porta con sé una fase di transizione. Ci sarà bisogno di percorsi di reskilling e il cambiamento avrà un impatto. Nel caso di Fincantieri, però, il problema oggi è molto concreto: i saldatori non si trovano, anche perché è un lavoro molto impegnativo e potenzialmente pericoloso. Almeno in questo momento, dunque, non parliamo di sostituzione del lavoro umano, ma di compensazione di una carenza di manodopera.
Come porterete i vostri robot sul mercato?
Il nostro modello commerciale è articolato su tre livelli. Il primo riguarda la gestione diretta dei grandi clienti, come Fincantieri e altri partner che non possiamo ancora annunciare. In questi casi seguiamo il progetto end to end. Il secondo livello è rappresentato dai system integrator che lavorano su specifici verticali: ad esempio, un robot umanoide destinato alla logistica può essere integrato all’interno di una catena produttiva già esistente. Il terzo è una rete di distribuzione che commercializza soluzioni chiavi in mano: il prodotto è già pronto e viene distribuito attraverso una rete commerciale nazionale.
Generative Bionics e la sfida europea
Nel dibattito sulla competitività europea si sostiene spesso che costruire un grande gruppo tecnologico in Europa sia più difficile che negli Stati Uniti o in Cina. Voi condividete questa lettura? Quali sono, dal vostro punto di vista, gli ostacoli più rilevanti per un’azienda come Generative Bionics e come pensate di superarli?
Non è un’opzione, ma una necessità. Partiamo dal tema della sicurezza. Per colpire Hezbollah, Israele ha modificato un componente all’interno dei cercapersone, che sono esplosi. Se in futuro avremo centinaia di milioni di robot in Europa, dobbiamo essere certi che i componenti installati al loro interno siano sicuri e certificati. E devono essere sviluppati e prodotti in Europa, perché il contesto geopolitico è complesso e la distinzione tra amici e nemici non è più così chiara.
Il secondo esempio riguarda le catene di approvvigionamento. L’anno scorso la Cina, con le restrizioni sulle terre rare, ha dimostrato quanto possa influenzare interi settori industriali, come l’automotive. Se vogliamo proteggere la nostra industria nei prossimi decenni, dobbiamo ridurre questa dipendenza.
Dal nostro punto di vista, la sovranità tecnologica si costruisce attraverso due elementi: tecnologie dirompenti e partnership strategiche. È anche per questo che abbiamo avviato una collaborazione con Synapticon, un’azienda tedesca specializzata nell’integrazione delle funzioni di sicurezza nei motori. L’obiettivo è riportare in Europa la catena di approvvigionamento e l’assemblaggio. Costruendo una rete di partnership è possibile creare campioni industriali dotati di una filiera interamente europea.
Generative Bionics dopo il mega-round: cosa sta succedendo
Sono passati poco più di sei mesi dalla chiusura del round da 70 milioni di euro. Quali sono stati i primi effetti concreti? Ci può anticipare qualcosa sui prossimi passi?
Dopo l’annuncio del round abbiamo ricevuto quasi mille richieste da potenziali clienti. L’elevato numero di richieste ci impone di selezionare i clienti e di scegliere i verticali su cui costruire le nostre linee di prodotto.
Nei prossimi mesi l’azienda continuerà a espandersi lungo tre direttrici: la prima è l’espansione commerciale, la seconda è la costruzione della più grande fabbrica europea di robot umanoidi, la terza riguarda una novità che molto probabilmente presenteremo tra settembre e ottobre.




























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