“La sfida del giornalismo nell’era dell’intelligenza artificiale è ricostruire una relazione di fiducia fondata su qualità, rigore e capacità di spiegare. Il pubblico non chiede più notizie: chiede senso”
Giornalista di grande esperienza, attualmente vicedirettore di Avvenire, tu Marco Ferrando sei uno degli autori del Digital News Report Italia 2026…
“…noi del Master in Giornalismo “Giorgio Bocca” dell’Università di Torino, guidati dal professor Alessio Cornia dell’Università di Dublino, abbiamo approfondito ed elaborato i dati italiani del Digital News Report 2026 del Reuters Institute for the Study of Journalism dell’Università di Oxford, che quest’anno copre 48 paesi in tutti i continenti.”
I dati della ricerca raccontano che interesse e fiducia nelle notizie continuano a indebolirsi. La fiducia nelle notizie cala ancora, fermandosi al 32% — quattro punti in meno rispetto all’anno scorso, sotto la media internazionale. Particolarmente bassa la fiducia nelle notizie incontrate sui social media (15%) e tramite chatbot di IA (16%). Siamo un Paese che si informa molto ma si fida poco. È questo il paradosso italiano?
“Sì, ma oggi quel paradosso ha un nome più preciso: crisi della relazione, non dell’attenzione. Gli italiani non smettono di informarsi: il 57% consulta le notizie più volte al giorno, secondo dato più alto tra i Paesi di riferimento dopo la Finlandia, ma lo fa in ambienti dove il brand giornalistico è spesso invisibile”
Quindi non è disaffezione totale, ma una presa di distanza dai tradizionali “luoghi” dell’informazione?
“Il pubblico non è sparito, è diventato più selettivo, più mediato da piattaforme, algoritmi e nuovi intermediari, come i creator e i chatbot di IA.”
Quindi possiamo dire che social media, motori di ricerca, aggregatori, creator e chatbot di intelligenza artificiale non sono più semplici canali di distribuzione: sono diventati ambienti in cui il pubblico incontra le notizie…
“…e spesso in modo incidentale, senza cercarle. Ciò significa che per le testate la sfida è duplice: essere presenti in questi spazi e rendere riconoscibile il proprio valore anche quando il primo contatto con la notizia avviene altrove. Una sfida che richiede, prima di tutto, linguaggi più accessibili e una maggiore capacità di spiegare e contestualizzare, non di aggiornarsi più velocemente.”
Nel rapporto emerge un dato in apparenza sorprendente: i giovani tra 18 e 24 anni sono i più interessati alla politica. Come lo leggi?
“È un segnale fortissimo. Il 28% dei giovani è molto o estremamente interessato alla politica: più di qualsiasi altra fascia adulta. Significa che la domanda c’è, ma l’offerta non sempre la intercetta. I giovani cercano spiegazioni, contesto, linguaggi accessibili. Non vogliono essere trattati come disinteressati: vogliono essere presi sul serio.”
A tal proposito, una delle novità di questa edizione sono i dati sui creator e newsfluencer,
“Questi comunicatori sono seguiti dal 36% degli italiani e apprezzati proprio per la chiarezza e la capacità di rendere comprensibili i fatti, più che per la brevità. Un pubblico che fatica talvolta a distinguere tra giornalismo ed entertainment, ma che sa cosa cerca: spiegazioni, non solo aggiornamenti. Non sostituiscono il giornalismo — solo il 5% di chi li segue dice di non aver bisogno di altre fonti — ma mostrano cosa il pubblico si aspetta. La brevità non è il punto: conta la qualità. Se il giornalismo non ascolta questo segnale, perderà altro terreno.”
La smart tv entra per la prima volta nella rilevazione. Che cosa ci dice questo nuovo dato?
“Ci dice che il televisore è diventato un portale digitale. Il 46% degli italiani usa la smart tv per informarsi, e quasi la metà lo fa tramite YouTube o app video, non tramite i canali tradizionali. È un ritorno all’approfondimento: video medio-lunghi, spiegazioni, contesto. All’opposto, i video brevi sui social — dominanti su Instagram, TikTok e Facebook — sul fronte dell’informazione segnano il passo: consumati, ma non percepiti come strumento informativo di primo piano. È un segnale che va nella stessa direzione dei creator: meno breaking news, più sense‑making.”
A proposito di nuove fonti di informazione, i chatbot di IA entrano nel quadro. Che cosa ci dicono i dati?
“Esiste una minoranza strutturata — il 6% — giovane e istruita, che usa i chatbot per approfondire, non per aggiornarsi. Li usano soprattutto per approfondire notizie già incontrate (41%) e per orientarsi tra le fonti (26%), più che per ricevere gli ultimi aggiornamenti. Un utilizzo che rispecchia la stessa domanda di spiegazione e contesto che emerge dai dati sui creator.”
Da decenni ci siamo abituati a non pagare l’informazione online, quindi il tema dei pagamenti è sempre delicato. La ricerca dice che solo l’8% degli italiani paga per avere notizie…
“Esatto. I paganti diminuiscono, ma cresce chi sceglie un abbonamento continuativo: dal 31% al 43%. E il 38% lo fa per motivazioni ideali: sostenere un progetto credibile, non acquistare un prodotto. Anche questo conferma che la sostenibilità del giornalismo passa dalla qualità della relazione. Ripeto: dobbiamo lavorare su questo punto.”
L’imparzialità resta un valore richiesto, ma i giudizi sulla copertura dei grandi temi sono severi. Il 55% degli italiani preferisce fonti prive di un particolare punto di vista. Questa domanda di imparzialità convive però con giudizi severi sulla copertura dei grandi temi: su tutti gli argomenti considerati, i giudizi negativi superano ampiamente quelli positivi. Dove si inceppa il meccanismo?
“Si inceppa quando il giornalismo non riesce a essere percepito come equo, trasparente, capace di spiegare la complessità. Il caso più critico riguarda l’immigrazione (44% di valutazioni negative contro 11% di positive). Inoltre il 32% degli italiani considera i politici molto influenti sull’informazione — percentuale che sale al 69% sommando anche chi li ritiene “abbastanza” influenti. La domanda di imparzialità è altissima, ma non sempre trova risposta.”
Ci avviamo alla conclusione. Chi vince tra digitale e tv?
“Considerando tutte le fonti utilizzate, l’online consolida il vantaggio sulla TV: le fonti digitali salgono al 69%, mentre la televisione scende al 62%. Come fonte principale, però, la TV resta al primo posto (48% contro 45% dell’online): solo Italia e Francia mantengono questa prevalenza. I social media salgono al 45% nell’uso settimanale (+6 punti) e raggiungono il 22% come fonte principale, dopo tre anni fermi al 17%. L’abbandono di una fonte non coincide con l’abbandono delle notizie: chi lascia la TV si sposta verso altre fonti digitali, non verso il silenzio informativo.”
Per quanto riguarda la classifica delle testate…
“Nel contesto digitale, le testate televisive mostrano maggiore tenuta rispetto ai quotidiani, molti dei quali hanno dimezzato la reach dal 2017. I quotidiani locali consolidano la propria penetrazione. In vetta al ranking online si confermano Fanpage (22%), seguita da Tgcom24 online e Ansa online (17%), SkyTg24 online (14%) e la Repubblica online (11%). Il Post e Will Media confermano una marcata caratterizzazione giovanile: rispettivamente 15% e 11% tra gli under 35.”
Chiudiamo con un’ultima considerazione, legata al fatto che siamo di fatto in campagna elettorale. Come va il rapporto con la disinformazione?
“La preoccupazione per la disinformazione cresce: il 59% degli italiani si dichiara fortemente o abbastanza preoccupato (+5 punti rispetto al 2024). Torna a salire la news avoidance, cioè il fatto di evitare spesso o a volte le notizie: siamo al 36% (+3 punti rispetto all’anno scorso).























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