L’exit di Funambol, fondata nel 2002 e acquisita dal gruppo Point Wild, rappresenta il punto di arrivo di un percorso imprenditoriale durato oltre vent’anni. Il nostro contributo Alberto Onetti, chairman di Mind The Bridge, docente all’Università dell’Insubria è il co-founder di Funanmbol con Fabrizio Capobianco. Questa settimana nella sua rubrica propone una riflessione sul vero ruolo dei venture capitalist e sulle lezioni che ha appreso dall’esperienza fatta con Funambol.
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«Noi non siamo i re. No. Siamo i kingmaker». Ricordo ancora quando Michel Wendell ce lo disse durante una cena, poco dopo il round Series B di Funambol.
All’epoca quella frase mi sembrò suonare quasi arrogante. Oggi, a distanza di oltre vent’anni, ho capito che aveva ragione.
I venture capitalist (VC) non costruiscono il futuro. Quello lo fanno gli imprenditori, in particolare quelli bravi e fortunati.
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L’exit di Funambol e il ruolo dei venture capitalist
Non sono i VC a inventare i prodotti. Non sono loro a passare notti insonni a risolvere problemi tecnici, a convincere clienti, a gestire crisi di liquidità o a tenere insieme squadre distribuite in mezzo mondo. Non portano sulle spalle la visione originaria dell’azienda.
Quello che fanno è “semplicemente” scegliere. Scelgono quali visioni sostenere. Su quali fondatori credere. Quali imprese meritano capitale, tempo e fiducia. E molto spesso sbagliano.
Seguono le mode del momento, le cosiddette “bandwagon”. Perdono occasioni straordinarie. Abbandonano aziende promettenti. Decidono di non partecipare ai round successivi lasciando ad altri il compito di sostenere il peso del percorso.
Sono fallibili quanto chiunque altro. Eppure rimangono i “kingmaker”. Perché se non appoggiano la loro spada sulla tua spalla, il regno che sogni di costruire non nascerà mai. Non perché la tua visione sia sbagliata. Non perché la tecnologia non funzioni. Non perché la tua ambizione non sia sufficiente.
Ma perché costruire grandi aziende serve tanto carburante. E il venture capital continua a essere uno dei carburanti più potenti che l’economia moderna abbia mai inventato.
Questa riflessione mi accompagna oggi, a una settimana dall’acquisizione diFunambol da parte di Point Wild, un leading global provider di AI-powered cybersecurity (Qui il comunicato con l’annuncio).
Dopo oltre vent’anni di lavoro, pivot, fundraising, crisi, crescita e sopravvivenza, Funambol – una delle prime startup europee ad adottare il modello “Dual Company” tra Europa e Silicon Valley – ha finalmente completato il proprio percorso imprenditoriale con la exit.
Come siamo arrivati alla exit di Funambol
Exit è una parola molto semplice da scrivere. Molto meno semplice è stato arrivare a queste quattro lettere.
Dietro questa exit ci sono stati sei-sette round di finanziamento equity (dalla fase seed – tra Svizzera e Palo Alto – fino alla Series E, coinvolgendo VC americani ed europei). Ci sono state quattro operazioni di venture debt. C’è stata un’acquisizione attiva. Ci sono stati contenziosi legali. Ci sono state numerose due diligence. E soprattutto ci sono stati innumerevoli momenti in cui l’esito finale era tutt’altro che scontato.
La lezione più importante che porto con me da questa esperienza è che le aziende non si costruiscono nei cicli di raccolta capitale.
Oggi si parla spesso di startup scandendo gli eventi finanziari: round, valutazioni, IPO… La realtà è molto diversa, molto operativa.
La resilienza come fattore decisivo
Le aziende sono organismi viventi. Attraversano fasi di crescita, crisi, reinvenzione e maturazione. Richiedono una quantità di resilienza che nessun business plan potrà mai rappresentare. E proprio per questo gli investitori assumono un ruolo particolare.
I VC non sono i costruttori, sono gli abilitatori. Portano capitale, ma soprattutto supportano nei momenti in cui la resilienza è l’unico asset rimasto.
L’importanza dell’allineamento fra founder e investitori
Durante il percorso di Funambol abbiamo incontrato molti investitori. Alcuni sono rimasti per una parte del viaggio. Uno soltanto è rimasto fino alla fine. Nexit Ventures e il loro partner: Michel Wendell.
Sono rimasti durante le fasi di crescita e durante i momenti più bui. Hanno attraversato con noi cicli economici, cambiamenti tecnologici, trasformazioni del mercato, crisi finanziarie globali, pandemie e tutti gli inevitabili ostacoli che una società incontra quando cerca di sopravvivere per oltre due decenni.
Va detto che i fondi di venture capital non sono strutturalmente progettati per navigazioni così lunghe. Hanno impegni di ritorno del capitale su orizzonti di 8-10 anni. Quindi la scelta di molti è stata razionale e condivisibile.
Nexit è stata però capace di andare oltre. E soprattutto Michel ha dimostrato qualcosa che nel venture capital vale molto di più del capitale stesso: pazienza e fiducia. E l’allineamento di lungo periodo con gli investitori conta più del denaro e delle valutazioni.
Guardando indietro, sono convinto che senza quella resilienza, questa exit non sarebbe mai arrivata.
Quando si parla di startup si tende a celebrare i fondatori. Ed è giusto farlo. Ma ogni tanto vale la pena ricordare che dietro alcune delle più importanti storie imprenditoriali esistono investitori che hanno avuto il coraggio di restare quando sarebbe stato molto più semplice andarsene (qui il mio approfondimento su LinkedIn).
Naturalmente questa storia appartiene soprattutto alle persone che hanno costruito Funambol. Per questo ogni exit ha una data di chiusura ma nessuna exit appartiene a una sola persona.

Più di cento persone hanno contribuito a questa storia. Troppo numerose per essere citate tutte. A partire da Fabrizio Capobianco, il fondatore visionario tra i fondatori, e Amit Chawla, il capitano che ha guidato la nave fino al porto finale. L’Alfa e l’Omega di questa storia.
E poi a tutti i “funamboli” che hanno contribuito a questa avventura nel corso degli anni: Christian Marsch, Ata Rasekhi, Stefano Fornari, Stefano Nichele, Gilberto Migliavacca, Monica Guani, Francesco Mapelli, Alessandro Gaietta, Ivano Brogonzoli e decine di altri colleghi distribuiti tra Stati Uniti, Brasile, Portogallo, Ucraina e Pakistan.
Così come alle tante persone incontrate lungo il percorso: Rony Greenberg, Marc Munford, Massimo Cortili, Michel Maeso, Daniel Hoepfner, Andrea Gazzaniga, Mirco Porcari e tanti tanti altri.

Quando la polvere si sarà definitivamente posata e gli NDA lo consentiranno, racconterò più in dettaglio questa straordinaria avventura imprenditoriale.
Per ora posso dire una sola cosa. È stata un’esperienza di apprendimento senza paragoni. L’equivalente di tre MBA condensati in oltre vent’anni di costruzione reale.
Ma il pensiero finale va a chi non è qui per festeggiare con noi. Ad Hal Steger. E a tutte le risate che abbiamo condiviso lungo il cammino.























