Negli ultimi anni l’Open Innovation è passata da concetto emergente a pilastro riconosciuto delle strategie di innovazione aziendale anche in Italia, soprattutto tra le grandi imprese. La rilevazione 2025 dell’Osservatorio Startup Thinking del Politecnico di Milano conferma che, per molte aziende di grandi dimensioni, l’apertura verso partner esterni – startup, università, centri di ricerca – è ormai una pratica consolidata. Tuttavia, questa maturità non si riverbera ancora tra le Piccole e Medie Imprese (PMI), che rappresentano l’ossatura del tessuto economico italiano.
A oltre dieci anni dall’avvio sistematico delle analisi dell’Osservatorio, il panorama dell’Open Innovation in Italia si presenta come un ecosistema in transizione: maturo e strutturato per le grandi organizzazioni, ancora frammentato e sperimentale per le PMI. Le grandi imprese hanno ormai inserito l’apertura come componente stabile della loro strategia, mentre le PMI si muovono con cautela, spesso frenate da limiti di scala e competenze, come presentato nel Report “Open Innovation in Italia e ruolo delle startup – Update 2026”, uscito in questi giorni e che è possibile reperire qui.
Indice degli argomenti
Grandi imprese: un plateau di maturità
Dal 2018 al 2025 la quota di Grandi e Grandissime imprese che dichiara di praticare Open Innovation è salita dal 57% all’86%, segnando un processo di consolidamento e razionalizzazione. Dopo anni di espansione, il fenomeno sembra aver raggiunto una fase di “plateau”: stabilità che riflette la trasformazione dell’Open Innovation da attività esplorativa a parte integrante della strategia aziendale. Le grandi imprese non si limitano più a sperimentare, ma selezionano con maggiore precisione i progetti coerenti con le proprie priorità di business, ponendo crescente attenzione alla misurabilità dei risultati e all’integrazione tra innovazione aperta e strategia d’impresa come sfida del prossimo ciclo.
PMI: la conoscenza cresce, ma l’adozione resta marginale
Lo scenario cambia radicalmente quando si scende nella dimensione delle Piccole e Medie Imprese. La survey 2025 mostra che il livello di conoscenza dell’Open Innovation tra le PMI è ancora prevalentemente superficiale: il 46% dichiara di non conoscerla, e un ulteriore 25% ne ha solo una conoscenza teorica, senza averla mai valutata concretamente come strumento di innovazione.
Solo una minoranza (6%) ha già avviato percorsi strutturati, mentre il 9% sta valutando sperimentazioni. È un dato che evidenzia come la maggior parte delle PMI si trovi ancora in una fase iniziale di consapevolezza, distante dalla traduzione in pratiche operative.
Questo divario non dipende solo dalle risorse economiche, contenute nelle PMI, ma anche dalla maturità organizzativa, dalla mancanza di competenze dedicate e dalla minore capacità di gestire rapporti complessi con attori esterni rispetto alle grandi imprese.
Inbound Open Innovation nelle PMI: aperture timide e mirate
Nel 2025 il 66% delle PMI italiane dichiara di non aver intrapreso alcuna azione strutturata per integrare stimoli esterni di innovazione. Tra quelle attive, le modalità più diffuse restano quelle a minore complessità e costo: collaborazioni con startup e modelli di venture client (20%), partnership con università e centri di ricerca (9%) o semplici attività di scouting (5%). Le pratiche più strutturate – come M&A, hackathon o corporate incubator – rimangono quasi assenti. Il quadro complessivo descrive un approccio tattico ed episodico, orientato più alla sperimentazione che a una strategia sistemica. L’apertura verso l’esterno è spesso reattiva, guidata da opportunità immediate più che da un disegno di lungo periodo.
Outbound Open Innovation nelle PMI: un potenziale ancora inesplorato
Se l’Inbound appare limitato, l’Outbound Open Innovation è quasi inesistente nel mondo delle PMI italiane. L’84% dichiara di non aver mai adottato pratiche per valorizzare all’esterno l’innovazione sviluppata internamente. Le ragioni sono molteplici: mancanza di risorse, difficoltà nella tutela della proprietà intellettuale, assenza di competenze legali e di strategia tecnologica. Tuttavia, proprio l’Outbound potrebbe rappresentare una leva cruciale per le PMI orientate alla crescita, permettendo di monetizzare l’innovazione interna e collaborare su scala più ampia.
I benefici cercati dalle PMI: efficienza e miglioramento organizzativo
Le PMI che adottano pratiche di Open Innovation descrivono benefici concreti, seppur prevalentemente interni. Il 54% segnala cambiamenti di processo o organizzativi, e quasi la metà indica ritorni economici (43%), arricchimento delle competenze (41%) e riduzione dei costi e dei rischi di innovazione (41%).
L’approccio risulta pratico e orientato ai risultati di breve periodo: l’Open Innovation viene vista non tanto come strumento di posizionamento strategico, quanto come mezzo per migliorare l’efficienza e mitigare l’incertezza dei processi innovativi.
In sintesi, potremmo dire che le PMI interpretano l’apertura prevalentemente come occasione di rafforzamento operativo e ancora in pochi casi come leva di leadership di mercato.
Collaborazioni con startup e PMI: il gap con le grandi imprese
Il confronto con le grandi imprese è particolarmente evidente sul fronte delle collaborazioni con startup. Nel 2025 il 63% delle grandi aziende italiane dichiara di aver collaborato con startup, mentre tra le PMI la percentuale scende bruscamente al 10%. La distanza resta significativa e si spiega sia con il diverso accesso alle risorse sia con la scarsa propensione al rischio tipica delle imprese di dimensioni ridotte.
Le grandi imprese, al contrario, hanno ormai superato la fase sperimentale, integrando le startup nei propri modelli di business come partner strategici di innovazione. Per le PMI, invece, la collaborazione resta episodica e spesso legata all’iniziativa di singoli imprenditori più visionari.
Ostacoli, opportunità e prospettive per le PMI
L’Open Innovation rappresenta una frontiera fondamentale per la competitività del sistema produttivo italiano, ma il percorso delle PMI appare ancora lungo. Le principali barriere individuate includono l’orientamento costante all’operatività, la disponibilità limitata di risorse economiche, la mancanza di figure dedicate all’innovazione e la difficoltà di misurare in modo chiaro i benefici nel breve periodo.
Tuttavia, alcune tendenze lasciano intravedere segnali positivi: cresce l’interesse verso modelli più agili come il venture clienting, aumenta il numero di PMI che guardano alle startup come partner tecnologici, e si diffonde la consapevolezza che l’innovazione non possa più essere confinata all’interno dei confini aziendali.
Il vero salto di qualità richiede però un cambio di paradigma culturale: passare da un approccio opportunistico a uno strategico, in cui l’Open Innovation venga integrata nella visione complessiva di sviluppo e non solo in singoli progetti.
In questa direzione, il sostegno di cluster territoriali, associazioni di categoria e politiche di incentivo pubblico (come, ad esempio, il tormentato Piano “Transizione 5.0”) potranno giocare un ruolo decisivo per ridurre il divario tra grandi e piccole imprese.
L’Open Innovation resta una delle vie più promettenti per rafforzare la competitività e la resilienza del tessuto imprenditoriale italiano. Per le PMI, trasformarla da concetto a pratica quotidiana significa non solo accedere a nuove tecnologie, ma anche costruire ecosistemi collaborativi in grado di generare valore condiviso e crescita nel tempo.




















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