FORMAZIONE

Si può insegnare il tech transfer? Che cosa si deve imparare per far sì che la ricerca diventi vera innovazione



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Il trasferimento tecnologico è spesso un fallimento, perché non bastano i brevetti. L’associazione Italian tech Alliance lancia un’Academy per costruire linguaggio, competenze e processi comuni

Pubblicato il 23 feb 2026



trasferimento tecnologico startup

Il trasferimento tecnologico è ancora un problema per l’Italia (e l’Europa), dove fallisce troppo spesso perché non è scienza ma execution. Ne abbiamo scritto spesso su EconomyUP, anche di recente: una promessa mancata che provoca un senso di frustrazione, come dice Davide Turco, presidente di Italian Tech Alliance, l’associazione che cerca di rimediare con un programma dedicato, un’Academy transfer, un’Academy che partirà l’11 marzo.

Perché il tech transfer è spesso un fallimento

Il tech transfer è un processo “fuori dal laboratorio” solo in apparenza: in realtà è una catena di decisioni che parte dalla valutazione di un risultato di ricerca e arriva a contratti, partnership e risorse per crescere. Dentro ci sono market fit, IP, modello di sviluppo sostenibile, accordi e capitale.

I fallimenti tipici non dipendono dalla qualità della scienza, ma dalla mancanza di execution su tre passaggi:

  • Timing e priorità: pubblicare troppo presto o muoversi senza una strategia IP può bruciare valore prima ancora di testare un use case di mercato (errore ricorrente citato dagli organizzatori).
  • Traduzione: una tecnologia può essere promettente e non essere ancora un prodotto, perché mancano validazioni, value proposition e un percorso di sviluppo credibile verso un buyer.
  • Allineamento tra attori: ricercatori, Tto, investitori e corporate parlano spesso linguaggi diversi. L’obiettivo dichiarato dell’Academy è anche “creare un linguaggio comune tra ricerca, impresa e capitale”.

Qui sta il punto: insegnare il tech transfer significa standardizzare un metodo e allenare competenze trasversali che non si imparano in laboratorio.

Gli errori tipici e le best practice

Le skill che contano nel trasferimento tecnologico sono relative all’ip strategy, mercato e scelte di valorizzazione

La prima skill è controintuitiva: la proprietà intellettuale non è solo “tutela legale”, ma leva strategica che influenza tempi, costi, partnership e traiettorie di sviluppo di una tecnologia in asset economico tangibile.

Cosa bisogna imparare, in concreto:

  • Costruire una strategia IP: capire cosa proteggere, quando, con quali strumenti e con quale logica di valorizzazione (non solo deposito).
  • Gestire titolarità e co-titolarità tra enti e imprese: è una parte “noiosa” ma decisiva per non bloccare licensing o investimento in fase seed.
  • Leggere economicamente un portafoglio IP: capire cosa può generare ritorno, quali famiglie brevettuali hanno senso, quali sono solo costi.
  • Scegliere il modello di valorizzazione: licensing o spin-off non sono opzioni “ideologiche”, ma scelte con implicazioni contrattuali, societarie e finanziarie (governance, equity, strumenti early-stage).

In sintesi: il tech transfer si impara quando si smette di trattare l’IP come pratica amministrativa e la si usa come architettura del valore.

Il TTO moderno: da ufficio amministrativo a motore strategico

Il Technology Transfer Office è spesso il collo di bottiglia, non per colpa dei team, ma per mandato, risorse e metriche. Nei materiali della nuova Academy il TTO viene definito “infrastruttura chiave” dove si intrecciano tutela IP, valutazione tecnico-economica e partnership industriali e con fondi.

La trasformazione richiesta è chiara: passare dal Tto come funzione prevalentemente amministrativa e tecnico-legale a motore strategico di valorizzazione e abilitatore del dialogo con ricercatori, imprese e investitori.

Quindi: cosa deve “imparare” un TTO moderno?

  • Valutazione tecnico-economica: non basta il TRL; serve una lettura di mercato, rischio e potenziale di adozione.
  • Partnership design: costruire accordi industriali che non siano solo “sponsorizzazioni”, ma percorsi verso prodotto, trial, procurement.
  • Metriche e incentivi: misurare non solo brevetti depositati, ma qualità delle licenze, time-to-deal, follow-on funding, impatto industriale. (Il documento segnala esplicitamente criticità strutturali italiane e la necessità di modelli organizzativi e competenze chiave.)

In un ecosistema che vuole generare scaleup deep tech, il Tto non può essere un “ufficio pratiche”: deve diventare un hub di negoziazione tra scienza e mercato.

Rendere “investibile” una tecnologia early-stage

L’altra metà del tech transfer è la “traduzione” in termini di investimento. La Tech Transfer Academy mette in agenda il passaggio “dal laboratorio al mercato” nella fase in cui il risultato scientifico diventa progetto validato e investibile.

Qui le skill richieste sono quelle che spesso mancano a team scientifici:

  • Value proposition e business model: esplicitare chi paga, per cosa, e perché adesso.
  • Test early-stage: PoC (Proof of Concept) e PoV (Proof of Value) non sono sinonimi; servono a ridurre rischi diversi, tecnici e di adozione.
  • Posizionamento competitivo e go-to-market: capire canali, stakeholder, tempi di vendita, regolatorio, e il “percorso reale” verso i primi ricavi.
  • Business plan e financial plan essenziali: non il documento perfetto, ma le ipotesi minime per un primo fundraising e per dialogare con capitale pubblico e privato.

Questa è la parte più “insegnabile”: il tech transfer diventa competenza quando produce decisioni ripetibili su validazione, struttura societaria e fundraising.

La Tech Transfer Academy di Italian Tech Alliance

La Tech Transfer Academy è il nuovo programma di Italian Tech Alliance, l’associazione italiana del venture capital e degli investitori in innovazione, con l’obiettivo di di rafforzare competenze degli attori del trasferimento tecnologico e vincere la “frustrazione nel nel vedere molte idee italiane faticare a diventare spinout e poi scaleup”, come ricorda il presidente Davide Turco. Lucia Faccio (Consigliere dell’associazione) sottolinea poi la necessità di trasformare valore della ricerca in impatto economico e sociale con strumenti concreti e linguaggio comune tra ricerca, impresa e capitale.

Il percorso è operativo, basato sull’esperienza di operatori dell’ecosistema, e sviluppato con Pariter Partners sul modello della Venture Academy, con l’obiettivo di insegnare “come si fa davvero” tech transfer. Le lezioni sono in modalità ibrida: da remoto con video registrati, con 2 moduli anche in presenza e una site visit facoltativa su iscrizione presso Human Technopole.
L’Academy parte mercoledì 11 marzo 2026 (qui il link per iscriversi) e si conclude con la site visit del 29 aprile, articolata in sei moduli più un webinar di presentazione.

L’iniziativa è rivolta a ricercatori, dottorandi e aspiranti founder; TT officer e professionisti di università/enti/Irccs; corporate innovation manager; investitori e operatori VC; studenti e “curiosi” che vogliono capire processi e complessità del tech transfer in Italia. La logica è creare confronto strutturato tra chi produce conoscenza e chi la porta a mercato, riducendo errori ricorrenti e aumentando capacità di valorizzazione.

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