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Ulule, ecco perché il crowdfunding “alla francese” punta al mercato italiano

18 Mar 2016

Tania Palmier, country manager della piattaforma transalpina di raccolta fondi online reward-based, analizza le differenze tra Italia e Francia riguardo all’uso dei finanziamenti in rete e spiega come il portale intende imporsi al di qua delle Alpi

Tania Palmier, country manager di Ulule
L’Italia è uno dei mercati più promettenti in Europa per il crowdfunding perché c’è grande creatività e le istituzioni pubbliche e private non danno molti fondi ai progettisti. Peccato che la cultura della raccolta di denaro online sia ancora poco diffusa e che molti non si fidino ancora dei pagamenti in rete”. Tania Palmier, country manager in Italia della francese Ulule, una delle maggiori piattaforme di reward-based crowdfunding, è convinta che se gli italiani cominciassero a prendere più confidenza con questa formula di finanziamento, il numero di iniziative innovative finanziate in questo modo crescerebbe esponenzialmente.

È anche per questo che il portale, che dall’ottobre 2010 ha permesso il finanziamento di oltre 12 mila progetti raccogliendo complessivamente circa 49 milioni di euro, ha scelto di scommettere con più convinzione sull’Italia, affidando proprio a Palmier, che ha anche sangue italiano, il compito di accompagnare personalmente i progettisti prima, durante e dopo le compagne. E per farlo, c’è bisogno di studiare con attenzione la situazione del crowdfunding made in Italy e le differenze tra Francia e Italia. Aspetti che la country manager sembra conoscere bene.

Come è la situazione del crowdfunding in Italia vista da una persona che lavora per una piattaforma nata in Francia?
In Italia c’è tantissimo potenziale, è uno dei mercati europei più promettenti, ma il crowdfunding è ancora poco sviluppato. È un Paese molto creativo, ma i progettisti sono timidi: non è così automatico, come spesso avviene in Francia, che chi ha un progetto da finanziare si rivolga alla rete. Forse c’è chi teme che le idee vengano rubate. E poi c’è il diverso uso di Internet: l’ecommerce, per esempio, ha uno sviluppo molto più basso in Italia che in Francia. Sul pagamento online, indispensabile per il crowdfunding, c’è una sorta di blocco: molta gente non si fida, o per aspetti legati alla sicurezza o perché non capisce bene come funziona.

Come si può risolvere, almeno in parte, il problema?
Abbiamo sentito il bisogno di dare la possibilità di informarsi sul reward-based crowdfunding reward based attraverso workshop ed eventi. Non solo per

presentare Ulule, ma soprattutto per spiegare perché fare, o non fare, crowdfunding e come funziona. In Italia c’è ancora grande confusione con la parola. O se ne ignora il significato oppure non sono chiare a tutti le varie tipologie: donation, equity, lending e reward based. Mi è capitato spesso di osservare che c’è chi, anche sui media, non specifica di che crowdfunding si stia parlando.

In che modo Ulule ha puntato sull’Italia?
In Italia la piattaforma è disponibile con traduzione in italiano dal 2011. Ma la versione italiana non aveva qualcuno dietro che le “desse vita”. Da dicembre 2014, da quando sono stata mandata come country manager per gestire lo sviluppo reale del portale, c’è una persona che accompagna direttamente tutti i progetti in Italia. Conoscendo il mercato del crowdfunding in Italia, posso dare consigli ad hoc e soprattutto andare sul posto in varie città per fare formazione.

Cosa attira di questo mercato?
Al contrario della Francia, dove ci sono tanti aiuti finanziari, sia privati che pubblici, per la musica e il cinema, in Italia ce ne sono pochissimi. I progettisti hanno quindi più bisogno di canali finanziari alternativi. Così come per altri tipi di progetti. La domanda potenziale, pertanto, è molto ampia. Ecco perché il mercato è così interessante. E poi, non dimentichiamolo, in Italia non c’è una piattaforma di crowdfunding generalista che è riuscita a diventare predominante rispetto alle altre. Mentre sui verticali, come la musica, ci sono portali, come Musicraiser, che sono riuscite a imporsi meglio delle altre.

Il team di Ulule
Cosa proponete di diverso rispetto alle altre piattaforme?
Sul mercato c’è un vuoto in termini di accompagnamento e formazione. Le piattaforme sono tantissime in Italia, ma a oggi, come dicevo, ci sono ancora tante persone che non sanno come fare crowdfunding, come gestire la campagna prima durante e dopo. Ecco perché noi crediamo che per un progettista sia molto utile ricevere un servizio più ricco. Inoltre, noi crediamo che esista il crowdfunding sia un ecosistema: l’abbiamo notato in Francia. Per esempio, un artista che vuole finanziare il suo primo album può mettersi in contatto con gli altri progettisti che fanno musica. Funziona un po’ come un social, si creano delle connessioni. “Vi ho visto tramite Ulule, posso suonare al festival?”, è una frase comune tra i nostri progettisti. E noi proviamo a favorire più possibile questo ecosistema. Fin dall’inizio abbiamo avuto una visione del crowdfunding come una community europea. Solo così se ne può fare una forza vera. Per questo, siamo fieri di essere l’unica piattaforma che permette di creare una pagina in varie lingue fatta in modo chiaro. Avendo un team internazionale ci sono persone dedicate che possono controllare che ognuna delle pagine fatta in una lingua diversa sia fatta bene. Un’altra differenza, poi, è in termini di trasparenza.

Cosa intende?
Ci puntiamo molto: la trasparenza crea fiducia. Tutti i nostri dati sono disponibili. Dal 2011 li pubblichiamo e li aggiorniamo in tempo reale: quanti fondi sono stati raccolti, quanti sono stati i donatori, l’importo medio donato, il tasso di successo delle campagne, quanti progetti abbiamo ricevuto, quanti finanziati con successo. Non capita raramente che altre piattaforme rendano pubblici pochi dati o non li aggiornino costantemente.

Come si sviluppa un progetto su Ulule?
Se sei un progettista, vai sulla piattaforma e presenti il progetto. La bozza deve contenere tre livelli chiave di informazione: l’obiettivo finanziario, le prime idee riguardo alle ricompense da dare a chi contribuisce e le referenze social: la pagina Facebook, l’account Twitter, eventuali siti internet e blog. È importante capire se il progettista ha già una community di riferimento a cui proporre il progetto. Se riteniamo che il progetto sia adatto alla modalità reward based e il progettista ha già una comunità sufficiente a cui rivolgersi, allora convalidiamo la proposta e andiamo avanti.

Che tipo di accompagnamento fornite?
Partiamo dal valutare l’obiettivo finanziario: cerchiamo di capire se è congruo o se è troppo alto. Poi analizziamo la comunicazione: vediamo se è fatta in modo chiaro e se prevede idee di promozione “offline”, dal vivo, del progetto. In Italia, proprio perché non si è ancora diffusa tanto la cultura del pagamento online, è indispensabile organizzare degli eventi in cui parlare del progetto ed eventualmente ricevere dei bonifici dal vivo che poi sta a noi di Ulule verificare e registrarli come parte della campagna di crowdfunding. Un’altra cosa che monitoriamo con attenzione è la strategia delle ricompense: come e a fino a che punto sono adatte e sono ben collegate al progetto. Poi seguiamo la parte amministrativa.

Cosa suggerite ai progettisti riguardo alla fissazione degli obiettivi finanziari?
Gli ricordiamo che deve tenere conto delle risorse per pagare le ricompense e la commissione della piattaforma. Sembrano cose facili ma spesso non lo sono. Va tutto fatto prima e durante il lancio. Io, in quanto accompagnatrice, seguo tutti i progetti. Ne seguo una ventina al momento.

Suggerite una strategia diversa di ricompense a seconda dell’ambito di riferimento?
Prendiamo l’esempio del publishing, il lancio di un fumetto in cui il progettista ha bisogno di vendere 250 copie. La ricompensa per chi dona sarà il fumetto stesso e la campagna che consiglieremmo in quel caso è una pura prevendita. Se invece si tratta di uno spettacolo, magari a scopo sociale, lì le ricompense possono essere materiali – come il biglietto – ma anche simboliche.

Quali sono stati i progetti più interessanti in Italia finanziati attraverso Ulule?
Ce ne sono vari. Uno, per esempio, è Bruti, un gioco di carte fantasy disegnato dal noto fumettista Gipi, che ha raggiunto il record in Italia per la nostra piattaforma raccogliendo 68 mila euro su un target di 25 mila. Lì ha funzionato molto bene la comunicazione della campagna con Gipi che quasi ogni giorno presentava il gioco sui social, chiedeva il parere dei futuri giocatori e faceva in modo di integrare nel gioco idee che erano proposte anche dai sostenitori. 

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