Il panorama economico del Sol Levante sta attraversando una trasformazione senza precedenti che ridefinisce il concetto stesso di carriera e successo. In un dialogo approfondito per il podcast This Week in Startups tra Shin Takamiya, General Partner di Globis Capital Partners, e l’investitore Jason Calacanis, emerge chiaramente come l’ecosistema delle startup in Giappone non sia più un settore di nicchia per appassionati, ma il motore principale della nuova economia nazionale. Quella che un tempo era una cultura dominata dalla stabilità delle grandi corporation si è evoluta in un terreno fertile dove il capitale di rischio e l’innovazione tecnologica stanno riscrivendo le regole del gioco sociale e finanziario.
Indice degli argomenti
La fine dell’era del salaryman e il nuovo status sociale
Il cambiamento più profondo non riguarda solo i numeri, ma la mentalità delle nuove generazioni. Per decenni, il modello del “salaryman” — l’impiegato a vita in abito scuro — ha rappresentato l’apice dell’aspirazione sociale. Oggi, quel paradigma è stato superato da una nuova visione della carriera. Come osserva Takamiya: “La generazione più giovane sta diventando imprenditrice e, sapete, le startup stanno diventando cool”. Secondo l’investitore, lo stereotipo tradizionale dell’impiego a vita è ormai un ricordo del passato per i giovani, tanto che posizioni in precedenza ambitissime sono scivolate in basso nelle classifiche di preferenza.
Un indicatore emblematico di questo spostamento è il confronto con le carriere nella consulenza strategica. Takamiya sottolinea un dato quasi paradossale: “Il lavoro numero uno ricercato, McKinsey, ora sono le startup”. Se in passato entrare in una grande azienda “blue-chip” giapponese per raggiungerne i vertici era considerato il massimo status possibile, oggi quel prestigio si è spostato verso la figura del fondatore o di chiunque sia associato a un’impresa innovativa. Questa evoluzione è alimentata anche da un cambiamento nella percezione del fallimento. Se un tempo fallire portava con sé un senso di vergogna, negli ultimi dieci anni la cultura giapponese ha iniziato a celebrare il tentativo imprenditoriale come un passaggio necessario per il successo futuro.
L’esplosione del Venture Capital e il fenomeno dei nuovi unicorni
Dal punto di vista finanziario, la crescita delle startup in Giappone è stata vertiginosa. Takamiya riporta dati che evidenziano una progressione impressionante:
- Quando ha iniziato la sua carriera in Globis nel 2008, l’investimento totale annuo in Giappone era di circa 300 milioni di dollari.
- Nel 2026, quel volume è arrivato a toccare i 10 miliardi di dollari.
- Nel 1996, anno di fondazione di Globis, non esisteva nemmeno un mercato IPO per le aziende tecnologiche; il NASDAQ Japan e il mercato Mothers di Tokyo sono nati solo nei primi anni 2000.
Il punto di svolta simbolico è avvenuto nel 2018 con la quotazione di Mercari, il primo vero “unicorno” giapponese. Mercari, una piattaforma di marketplace che gli investitori americani paragonano a Poshmark o eBay, ha dimostrato che una startup giapponese poteva scalare rapidamente e dominare il mercato domestico in pochi anni. In soli sette anni dalla quotazione del primo unicorno, il Paese ha visto nascere 77 startup valutate oltre il miliardo di dollari (includendo quelle che hanno raggiunto tale valutazione poco dopo l’IPO). Questa vivacità ha attirato l’attenzione globale, portando acceleratori di startup come la Founder University di Calacanis a sbarcare a Tokyo con il supporto del governo giapponese e del JETRO.
La psicologia del fondatore e il concetto di Karma imprenditoriale
Nell’analizzare ciò che rende una startup meritevole di investimento, Takamiya pone l’accento su fattori che vanno oltre le metriche finanziarie. Per Globis Capital Partners, che opera come un fondo “First and Last” seguendo l’azienda dal Seed fino all’ultimo round pre-IPO, l’elemento umano è il singolo fattore più importante. L’investitore non cerca chi mira solo al denaro o al potere, ma persone con una motivazione profonda. “Cerchiamo una motivazione veramente radicata sul motivo per cui vogliono fare questo business. Dovrebbero avere una passione o quasi un ‘karma’ per portare avanti quell’attività“.
Questa visione trasforma l’investimento in una questione di fiducia a lungo termine. Takamiya preferisce investire in persone che conosce da anni, osservandole nella vita quotidiana piuttosto che durante le sessioni di raccolta fondi, che definisce ironicamente come momenti in cui i fondatori indossano “cosmetici” per apparire migliori. La paura principale di un investitore non è il fallimento economico o la necessità di cambiare strategia (pivot), ma la perdita di resilienza del fondatore. Come spiegato durante l’intervista: “Il nostro incubo numero uno come investitori non è che l’azienda finisca i soldi… è che il fondatore si arrenda”. Se l’ipotesi di business originale si rivela sbagliata ma è stata perseguita con logica e onestà, il fallimento è considerato un “buon tentativo” e un patrimonio su cui reinvestire in futuro.
L’importanza della trasparenza nel rapporto investitore-fondatore
Il dialogo tra le due parti richiede una comunicazione diretta e talvolta brutale. Calacanis e Takamiya concordano sul fatto che la sincerità sia fondamentale, pur distinguendola dal giudizio emotivo. Viene citato l’esempio della “Sindrome del Bambino Brutto” (Ugly Baby Syndrome), un termine gergale per indicare quando un fondatore non si rende conto che il suo prodotto è terribile o l’esecuzione è pessima. L’investitore ideale deve essere in grado di comunicare queste critiche in modo funzionale. Invece di limitarsi a dire che qualcosa non va, bisogna spiegare il “perché pensi che questo sia disfunzionale: perché non sta offrendo la funzione giusta per soddisfare la proposta di valore”.
Strategie di mercato e l’adozione dell’IA nel 2026
Guardando alle prospettive per le startup in Giappone nel 2026, l’attenzione si sposta inevitabilmente sull’Intelligenza Artificiale. Takamiya osserva che, sebbene la tecnologia IA stia avanzando più velocemente di quanto previsto, la sua diffusione incontra barriere strutturali nella società giapponese, storicamente conservatrice. Le grandi aziende tradizionali spesso esitano a implementare agenti IA completamente autonomi per timore delle responsabilità legali in caso di errori.
Questo scenario ha creato un modello di business transitorio:
- Human-in-the-loop: Molte startup giapponesi integrano l’IA all’interno del proprio flusso di lavoro per aumentare l’efficienza, pur mantenendo un’interfaccia umana per il cliente finale.
- Efficienza operativa: Dal punto di vista del cliente, il prodotto appare come un servizio di esternalizzazione (BPO) più economico e veloce, mentre internamente è completamente gestito da agenti IA.
- Attesa del momento critico: Poiché la direzione del cambiamento verso l’autonomia totale è certa ma il tempo non è prevedibile, Takamiya suggerisce che le startup devono essere frugali per sopravvivere fino a quando la società sarà pronta ad accettare prodotti IA agentici.
In questo contesto, la scelta del mercato di riferimento (TAM) diventa cruciale. Se un mercato è in crescita, anche una startup che non batte la concorrenza crescerà insieme ad esso. Al contrario, perseguire mercati in declino o obsoleti — come il caso storico delle aziende che cercavano di rivoluzionare il fax invece di comprendere che il bisogno fondamentale era l’invio sicuro di documenti — è un errore fatale.
Il futuro delle startup in Giappone appare dunque legato a un equilibrio tra l’audacia dell’innovazione e la capacità di navigare una cultura che apprezza le relazioni a lungo termine. La collaborazione tra veterani dell’industria e giovani visionari, supportata da un afflusso senza precedenti di capitale, sta posizionando il Giappone come uno dei laboratori più interessanti per le tecnologie di domani. Come conclude Shin Takamiya, l’obiettivo non è solo creare grandi aziende, ma investire nell’eccellenza che nasce dalla passione e dalla capacità logica di affrontare un mondo in costante cambiamento.
FAQ: Startup
Che cos’è una startup?
Una startup è un’impresa di nuova costituzione che cerca di sviluppare un modello di business scalabile e ripetibile, solitamente nel settore tecnologico o innovativo. Si caratterizza per un’elevata dose di innovazione e per la configurazione orientata alla crescita rapida. Le startup operano in condizioni di incertezza e si basano spesso su finanziamenti esterni come venture capital per supportare il loro sviluppo. Il costo iniziale per la costituzione è contenuto, ma nei primi anni i costi di ricerca, sviluppo e commercializzazione possono essere elevati a fronte di ricavi insufficienti, rendendo necessaria la ricerca di investitori. Il tasso di fallimento è piuttosto alto (circa il 95% entro 4 anni), ma queste realtà sono fondamentali per l’ecosistema innovativo e possono contribuire a migliorare la vita delle persone attraverso l’innovazione.
Quali sono le principali differenze tra startup e imprese tradizionali?
Le startup differiscono dalle imprese tradizionali principalmente per il loro approccio al rischio e al fallimento. Mentre per le aziende tradizionali il fallimento è un’eventualità da minimizzare, per le startup è considerato la normalità, l’esito più ricorrente. Le startup sono definite dal tipo di investitore che le finanzia: il venture capitalist, che accetta un rischio altissimo in cambio di potenziali rendimenti elevati. Inoltre, le startup mirano a una crescita rapida e scalabile, con modelli di business che possono aumentare il volume d’affari in modo esponenziale senza un impiego proporzionale di risorse. Questo le rende un’asset class completamente diversa, difficilmente inquadrabile con gli schemi economici e giuridici tradizionali.
Quali sono le startup italiane più promettenti nel 2025?
Tra le startup italiane più promettenti nel 2025 troviamo realtà innovative in diversi settori. Nel campo dell’intelligenza artificiale spiccano AI.TECH, che sviluppa soluzioni per l’analisi dell’impronta energetica, e AndromedAI, specializzata nell’ottimizzazione di cataloghi e-commerce. Nel settore healthtech emergono Serenis, piattaforma per la salute mentale che ha chiuso un round da 12 milioni, e AmaliaCare per l’assistenza agli anziani. Nel settore automotive, Maxi Mobility sta rivoluzionando la mobilità elettrica per taxi e flotte urbane. Altre startup di rilievo includono Lexroom (AI per il settore legale), TextYess (conversazioni digitali per e-commerce), Pack (HR tech con AI), e J4ENERGY (piattaforma per l’ottimizzazione energetica). Queste realtà rappresentano l’eccellenza dell’innovazione italiana, con modelli di business scalabili e tecnologie all’avanguardia.
Come funziona il finanziamento delle startup in Italia?
Il finanziamento delle startup in Italia avviene attraverso diversi round di investimento che accompagnano le diverse fasi di sviluppo dell’impresa. Si parte dal pre-seed, fase iniziale in cui si raccolgono capitali per sviluppare l’idea e validare il progetto, seguito dal seed round che supporta la fase iniziale. La serie A accelera lo sviluppo del prodotto, mentre la serie B permette l’espansione e la serie C finanzia la crescita internazionale. Ogni round comporta un aumento del capitale e un rischio crescente per gli investitori. In Italia, i finanziamenti provengono principalmente da fondi di venture capital, business angel, corporate venture capital, e programmi di accelerazione come quelli della Rete Nazionale Acceleratori di CDP Venture Capital. Esistono anche strumenti come l’equity crowdfunding e finanziamenti pubblici come Smart&Start Italia.
Qual è il ruolo degli acceleratori nel supporto alle startup?
Gli acceleratori di startup svolgono un ruolo fondamentale nel velocizzare la crescita delle giovani imprese innovative che hanno già un’idea di prodotto e un business model definito. Offrono programmi strutturati, generalmente della durata di 3-6 mesi, durante i quali forniscono mentorship, networking, accesso a investitori e talvolta finanziamenti seed in cambio di quote di equity. A differenza degli incubatori, che supportano le idee imprenditoriali sin dalle fasi iniziali, gli acceleratori si concentrano maggiormente sullo sviluppo economico e sulla scalabilità di business già avviati. In Italia, la Rete Nazionale Acceleratori di CDP Venture Capital gestisce un network di acceleratori verticali dedicati a diversi settori strategici, affiancati da realtà come Cariplo Factory, H-Farm, Luiss Enlabs e Plug & Play, che offrono programmi specializzati per supportare la crescita delle startup nei rispettivi mercati.
Cosa sono gli startup studio e come funzionano?
Uno startup studio, o venture builder, è una macchina per creare imprese che parte da un processo strutturato: analizza mercati, tendenze emergenti e bisogni latenti per sviluppare soluzioni digitali scalabili. A differenza del modello tradizionale basato sul founder visionario, lo startup studio progetta e costruisce startup da zero, selezionando progetti ad alto potenziale e pianificandoli nei minimi dettagli. Fornisce un’impalcatura solida che include validazione del bisogno, sviluppo del business model, implementazione operativa, reclutamento del team e strategia di go-to-market. Questo approccio industriale all’innovazione produce startup più robuste, con maggiore capacità di crescita e velocità di ingresso sul mercato. In Italia, tra i principali startup studio troviamo Mamazen, Startup Bakery, Vento, Nana Bianca e FoolFarm, ciascuno con approcci e specializzazioni diverse.
Quali sono le sfide principali che affrontano le startup italiane?
Le startup italiane affrontano diverse sfide significative nel loro percorso di crescita. La prima è l’accesso ai capitali: nonostante la crescita del venture capital italiano, i finanziamenti restano inferiori rispetto ad altri paesi europei, limitando la capacità di scalare rapidamente. Un’altra sfida è la burocrazia e il quadro normativo complesso, che rallenta la costituzione e lo sviluppo delle imprese innovative. La difficoltà nel trovare talenti specializzati, soprattutto in ambito tech, rappresenta un ulteriore ostacolo, aggravato dalla fuga di cervelli verso l’estero. Le startup italiane devono anche affrontare un mercato interno relativamente piccolo che spesso le costringe a internazionalizzarsi precocemente, processo che richiede risorse e competenze specifiche. Infine, la cultura imprenditoriale italiana è tradizionalmente avversa al rischio, con una minore propensione all’investimento in progetti innovativi ma rischiosi.
Come funziona il Corporate Venture Capital in Italia?
Il Corporate Venture Capital (CVC) in Italia sta crescendo come strumento strategico per le grandi aziende che vogliono innovare attraverso l’investimento in startup. A differenza dei fondi di venture capital tradizionali, il CVC non dovrebbe concentrarsi principalmente sul ritorno finanziario, ma funzionare come un sensore strategico sul futuro del business, capace di fornire insight alle funzioni che guidano l’azienda. L’obiettivo primario è comprendere in anticipo dove sta andando l’innovazione nel proprio settore, accelerare lo sviluppo di nuove linee di prodotto e, solo in terza battuta, generare rendimenti finanziari. In Italia, diverse grandi aziende hanno lanciato veicoli di CVC, spesso spinti dall’urgenza di fare open innovation, ma non sempre con un disegno strategico di lungo periodo. Il rischio è creare portafogli formalmente di successo ma debolmente integrati nel percorso industriale dell’azienda.



















