Silicon Valley: cosa ho imparato da Andrea, startupper italiano a San Francisco

Un giovane calabrese con una società che vende un software alle catene retail ha lasciato la sua terra per trasferirsi nella valle dell’innovazione. Una scelta coraggiosa e piena di sacrifici (“La qualità della vita in Italia è migliore”). Qui spiega perché

Pubblicato il 30 Gen 2017

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Nel mio recentissimo viaggio negli USA ho avuto la fortuna, grazie al Consolato Italiano a San Francisco, di avere contatti con moltissimi operatori della Silicon Valley, ma l’incontro che non dimenticherò mai è uno dei primi, quello con Andrea.

Andrea è un giovane imprenditore calabrese che ha avuto il coraggio e la capacità di lasciare la nostra terra e trasferire startup e famiglia a San Francisco.

La sua società produce e vende un software che permette alle catene retail di conoscere le abitudini dei propri clienti purché, almeno una volta nella vita, si siano collegati alla rete free Wi-Fi presente nei punti vendita. Un applicazione che, problemi di privacy a parte, piace tantissimo ai CDO delle aziende del lusso, catene di ristoranti e grandi stores (Chief Digital Officer, nuovo termine coniato nella Valley).

La prima cosa che colpisce entrando è la grande bandiera italiana in mezzo al vasto loft dove lavorano una ventina di persone. Sarà, ahimè, l’unica bandiera italiana che troverò nel mio viaggio, a parte quella del consolato. Poi su una lavagna, vicino la cucina (sì, perché ogni startup qui ha la cucina) leggo gli orari dei corsi di lingue. Ma qui non si insegna l’inglese agli italiani, ma, incredibile, l’italiano ai dipendenti americani e asiatici!

Andrea, dopo aver raccolto un paio di milioni da uno dei più lungimiranti fondi di VC italiani, ha deciso che, siccome il suo software soddisfa esigenze di clienti globali, doveva per forza trasferirsi qui. Perciò, pur lasciando in Italia la divisione sviluppo software, ha spostato in California la sede principale e la divisione commerciale. Qui ha trovato un fondo americano e israeliano che ha investito oltre 2 milioni ed ha così finalmente iniziato a crescere e “scalare” (termine che piace molto agli investitori anche americani).

Andrea lavora 20 ore al giorno perché, avendo clienti asiatici, l’ufficio non chiude mai. È spesso costretto a mangiare junk food e afferma che la qualità della vita a San Francisco è molto bassa rispetto all’Italia.
Ma non molla. Ho visto in lui “l’occhio della tigre”: ha la visione dell’imprenditore. si è dato degli obiettivi a medio periodo: crescere velocemente, integrarsi o vendere la società ad un grande operatore, che è poi il destino della maggioranza delle startup di successo. Poi ha un bellissimo progetto: tornare ed investire in Italia.
Penso proprio che ce la farà e sarà un esempio per tutti.
Magari fra qualche anno ritroveremo Andrea a capo di un acceleratore o di un network di business angel.

Cosa insegna a tutti noi l’incontro con Andrea?

1) Quando hai un progetto digitale, se vuoi “scalare” a livello globale, devi prendere seriamente in considerazione l’ipotesi di spostare il business dove trovi accesso a questo mercato.

2)In Italia ci sono investitori lungimiranti. Basta cercarli.

3) Puoi trovare un investitore americano a condizione di trasferire la tua azienda in America.

4) L’imprenditore di successo, oltre essere smart, deve fare molti sacrifici personali.

5) Trasferire o cedere la propria giovane azienda non è meramente una negatività o un fatto speculativo. Anzi, se si ha la passione di continuare la propria vita imprenditoriale, magari in patria, può essere ancora più impattante per la società e divertente per chi lo fa.

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