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Quel che resta di #GEC2015, 10 cose da tenere a mente

20 Mar 2015

Il Congresso mondiale è stata la rappresentazione di un’ecosistema ancora gracile e diviso. Ma ricco di talenti e entusiasmi. Quel che lascia è soprattutto la necessità di pensare più in grande. Perché non basta più fare startup. Adesso servono scaleup. Non sognando più solo la California

Siamo già nel dopo GEC2015, il Global Entrepreneurship Congress, che per la prima volta si è tenuto in Italia, a Milano da lunedì 16 a giovedì 19 marzo. È stata una grande occasione per l’ecosistema italiano della nuova imprenditoria di autoanalizzarsi, presentarsi ai rappresentanti di oltre 150 Paesi e con questi confrontarsi per capire dove sta l’Italia. Un’occasione sprecata, si sentiva dire nei corridoi del Mico, spazio forse fin troppo ambizioso per la maturità dell’ecosistema nazionale. Il giudizio è certamente ingeneroso anche se non ci sarà un’altra occasione: non c’è stata la prima edizone di un evento che come tutti gli eventi ha bisogno di un po’ di rodaggio e che quindi col tempo migliorerà. C’era a disposizione un colpo solo. E non è andato diritto al centro.

GEC2015 c’è stato, è finito e non poteva che mostrare quel che è la realtà 2015: un sistema attraversato da entusiasmi e talenti ma ancora gracile, confuso, polverizzato. Probbilmente non ancora pronto ad affrontare un impegno e una vetrina di tale portata. Nelle prossime settimane non mancheranno tempo e occasioni per analizzare l’esperienza e trarne qualche indicazione. Qui abbiamo provato a sintetizzare qualche punto. Non sono tutti, non possono esserlo. E invitiamo chi ne ha individuati altri a segnalarli. Il dopo GEC2015 è solo all’inizio.

1.OLTRE IL RECINTO Le startup saranno pure una moda, come si dice da tempo da più parti, ma gli startupper, le loro esigenze e i loro obiettivi, interessano poco o nulla al di fuori dell’ecosistema. GEC2015 avrebbe voluto essere una festa dell’imprenditoria ma lo è stata solo per parenti e amici stretti. Milano non se n’è accorta, la stampa nazionale ancor meno. Neanche nelle cronache locali c’è stato spazio. La questione vale qualche riflessione.

2. STARTUP, SCALEUP – Per la situazione economica italiana “c’è spazio per l’ottimismo”, ci sono comunità di startup che stanno sbocciando e gli italiani sono avanti rispetto ad altri Paesi per innovazione e capacità di integrare le tecnologie internazionali più innovative nei propri prodotti e servizi. Ma l’Italia  deve puntare di più sulle “imprese ad alto impatto”, cioè aiutare le piccole startup a decollare e diventare “adulte” (le cosiddette scale-up), quindi in grado di creare lavoro e generare ricavi. Jonathan Ortmans, Chairman del GEC 2015, ha lanciato l’educato avviso in un’intervista a EconomyUp.

3. PIÙ STATO, MA STRATEGICO – Nel 2014 gli investimenti complessivi (sia da investitori istituzionali sia da business angel, family office e venture incubator) in startup hi-tech sono stati pari a 118 milioni di euro, in flessione del 9% rispetto al 2013, quando il totale aveva toccato i 129 milioni di euro. Flessione dovuta al crollo del 23% degli investimenti pubblici, che si attestano a quota 63 milioni di euro, a causa, in buona misura, della chiusura dei fondi con target di investimento sul Sud Italia. Lo dicono i dati aggiornati di “The Italian Startup Ecosystem: Who’s Who“. Lo Stato può e deve giocare un ruolo decisivo nelle politiche industriali a favore dell’innovazione. Ma non può essere la cassa principale.

4. LA PUBBLICA CONSOLAZIONE – “400 domande ricevute nei primi 10 giorni sono indice di grande vitalità del mondo delle startup italiano”: lo ha detto a GEC 2015 Bernardo Mattarella, responsabile Incentivi e Innovazione Invitalia, a proposito di Smart & Start, programma di incentivi alle startup. Le candidature sono arrivate a centinaia nonostante, a differenza del precedente bando, non si trattasse più di finanziamenti a fondo perduto ma di prestiti a tasso zero. Va anche detto che, diversamente dalla prima edizione di Smart & Start, riservata solo al Sud, questa è estesa a tutta Italia. A detta dell’AD di Invitalia, Domenico Arcuri, al 16 marzo erano complessivamente 524 le domande di candidatura per il bando Smart&Start. Uno strumento che va incontro all’entusiasmo di migliaia di aspiranti imprenditori ma probabilmente non è funzionale al consolidamento di un sistema.

5. LA SPERANZA PRIVATA – Dai dati aggiornati di The Italian Startup Ecosystem emerge anche un netto incremento del ruolo svolto dagli investimenti fatti da soggetti non istituzionali, cioè business angel, family office, acceleratori and incubatori: l’apporto di questa tipologia di investitori è cresciuto del 17% nel 2014, raggiungendo i 55 milioni di euro e arrivando a pesare quasi per il 50% sul totale degli investimenti. Un segnale positivo. Ma solo se si consoliderà. Gli investitori privati sono ancora troppo pochi, soprattutto se si raffronta il loro impegno alla dote di risparmio italiana.

6. AVANTI CAPITALI DI VENTURA! – LVenture Group, tra i principali operatori italiani di venture capital impegnato in investimenti in aziende a elevato potenziale di crescita nel settore delle tecnologie digitali, investirà 15 milioni in tre anni nelle più promettenti startup internet e new media, tra cui quelle l’acceleratore Luiss Enlabs. In base al piano industriale presentato a GEC 2015, la società punta a partecipazioni in 65 startup entro il 2018. Tre milioni il risultato netto atteso. Molto bene. Ma non è ancora sufficiente. I fondi italiani sono ancora piccoli. Con pochi soldi e scarsa propensione al rischio. E chi non risica…non rosica.

7. LA QUANTITÀ CONTA MA… – L’ecosistema delle startup rivela una forte vitalità: le startup innovative registrano un incremento del 120% passando da 1227 nel 2013 a 2716 nel 2014, mentre le startup finanziate da investitori istituzionali, venture incubator, family office e Business Angel Network crescono del 9% passando da 108 nel 2013 a 118 nel 2014. I numeri delle startup sarebbero certamente più alti se si esce dal perimetro di legge. Il fermento è diffuso. Ma la quantità sarà utile solo se diventerà terreno fertile per le ScaleUp (vedi sopra)

8. GLI “UNICORNI” NON BASTANO – Sono soltanto nove le startup europee miliardarie nel mondo: quattro tedesche, tre britanniche, una svedese e un’olandese.  È quanto emerge da una  recente classifica realizzata dal Wall Street Journal insieme a Dow Jones VentureSource, rilanciata durante GEC 2015 da Sep, Startup Europe Partnership (SEP). La prima degli “unicorni” – definizione coniata da  Alberto Onetti, responsabile di SEP, per sottolineare quanto queste realtà imprenditoriali siano ancora rare – è Spotify. Seguono Powa (mobile payment e customer data), Delivery Hero (consegne online), Ayden (pagamenti online e mobile), Home24 (mobili), Shazam (app per smartphone), Farfetch (luxury online), Zalando (e-commerce), Rocket Internet (venture capital). Non bastano. Il nanismo europeo è una consolazione per l’Italia, ma non può diventare una giustificazione

9. C’È VITA FUORI DAGLI USA – Tanta Africa, ha notato qualcuno a proposito del GEC. I rappresentanti dei Paesi del Continente sono stati attivi, curiosi, presenti. Un segnale da non trascurare per chi, come noi, sta appena sopra. D’accordo che gli Stati Uniti restano il primo mercato per cominciare e per crescere. D’accordo che l’Europa è ancora tutta da fare. Ma forse una visione meno occidentale-centrica potrebbe aiutare molte nuove imprese a fare scaleup. I tedeschi di RocketInternet, che in Italia hanno comprato PizzaBo, nella loro mission scrivono: diventare leader mondiali del food delivery fuori dagli Stati Uniti e dalla Cina. Il mondo è grande, per fortuna

10. QUINDI…GO AND SHOW! – Al GEC a momenti si aveva l’impressione che gli italiani parlassero solo fra di loro, con quel piacere di ritrovarsi che da gusto a convegni, congressi e convention. L’augurio è che molti di più di quanto non s’è potuto vedere abbiano approfittato dell’occasione per conoscere e farsi conoscere. E che il post GEC sia ricco di progetti e iniziative per sostenere chi vuole fare scaleup, da subito. Perché quando ci si mettono gli italiani sanno farsi valere nel mondo. Solo che quasi sempre fanno tutto da soli.  

 

Luciana Maci
Giornalista

Ho partecipato al primo esperimento di giornalismo collaborativo online in Italia (Misna). Sono dal 2013 in Digital360 Group, prima in CorCom, poi in EconomyUp. Scrivo di innovazione ed economia digitale

  • Cristina

    Un’altra occasione mancata? Le start-up creano lavoro per chi le fa e per chi viene assunto, siano essi giovani siano essi meno giovani. Anche l’Europa sottolinea l’imprenditoria come la via per creare lavoro!

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