Chi ha fondato le aziende che crescono di più nel Regno Unito? Una buona parte della risposta parla italiano.
Un dato tra i tanti mi ha colpito nella lettura, lo scorso weekend, del report Job Creators 2026, realizzato da The Entrepreneurs Network e Penningtons Manches Cooper e presentato a Londra il 14 ottobre, che ha analizzato le 100 aziende a più rapida crescita del Regno Unito.
Indice degli argomenti
I founder immigrati trainano le scaleup del Regno Unito
La notizia da copertina è che in 54 delle top 100 c’è almeno un founder o co-founder nato all’estero. La sottonotizia è che queste 54 aziende valgono insieme 15,8 miliardi di sterline, ossia il 70% del valore complessivo della top 100. Tutto questo ha confermato qualcosa che non ci sorprende più: innovazione fa rima con immigrazione.

Il dato inglese non è un’eccezione, è un trend (peraltro in accelerazione). Nella stessa ricerca la quota di aziende con almeno un founder straniero era al 49% nel 2019 – scesa al 39% nel 2023 e nel 2024. Oggi è al 54%. Brexit o non Brexit.
Dalle aziende britanniche agli unicorni americani
Negli Stati Uniti i numeri sono ancora più netti. Secondo il National Foundation for American Policy, il 59% delle startup americane valutate oltre un miliardo di dollari (455 su 775) ha almeno un founder immigrato. Se si aggiungono i figli di immigrati si arriva a due terzi.
I founder italiani all’estero sorprendono nella classifica britannica
Il dato che mi ha fatto invece sobbalzare dalla sedia è da dove arrivano i founder delle scaleup d’Oltremanica.
35 Paesi e 6 continenti. Al primo posto gli Stati Uniti. Al secondo l’Italia, con otto founder. Davanti a Germania e India (sette ciascuna) e Russia (sei).

Rileggiamo: nella classifica delle scaleup britanniche l’Italia, come paese di nascita dei founder, batte la Germania e l’India. Non male per un Paese che fatica a generare scaleup in casa propria.
È però un primato tutto britannico. Se guardiamo agli Stati Uniti, nella classifica dei founder di unicorni per Paese di nascita (India 96, Israele 60, Regno Unito 47, poi Cina, Canada, Russia, Francia, Germania) l’Italia non compare tra i primi dodici. Ce ne sono, penso ai vari Marietti, Palladino, Carullo, Zappacosta, Degioanni, … ma sono una minoranza.
Londra più accessibile della Silicon Valley
Tradotto: i founder italiani di talento esistono, e sono bravi. Ma scelgono Londra (più vicina, più accessibile) molto più della Silicon Valley, dove per arrivare alla scala dell’unicorno servono reti e capitali che ancora fatichiamo a costruire. Lo dico per esperienza diretta, dai tempi di Funambol.
L’Italia esporta founder e lascia a Londra il valore creato
Verrebbe da festeggiare. Il talento imprenditoriale italiano funziona, anche ai massimi livelli.
Ma funziona altrove. Un paese che non funziona allena il talento e affina il genio, ma schiaccia gran parte di chi ci vive, avevamo commentato con Fabrizio Capobianco settimana scorsa.
Otto founder italiani tra le cento scaleup britanniche significano startup che non crescono in Italia. Il valore che creano (posti di lavoro, gettito, indotto, la prossima generazione di business angel) resta in gran parte a Londra.
E il flusso è a senso unico. Esportiamo founder, ne importiamo pochissimi. Quanti founder nati all’estero troveremmo tra le cento aziende italiane che crescono di più? Il sospetto è che il conto si faccia sulle dita di una mano.
The Liquid Factory e l’eccezione che importa talenti
L’eccezione che conferma la regola è The Liquid Factory, che, pescando talento a livello internazionale, sta importando founder di livello. Penso a Sylwia Szymczyk con Fashionista, a Lohra Famy con elephantroom e a Hamad Shokr e Ibrahim Goda, che con Solship sono in procinto di chiudere un seed round a due cifre.
Il problema non è che i nostri migliori partano (succede ovunque, e a volte è un bene). Il problema è che nessuno (o quasi) arriva a prenderne il posto.
Founder stranieri e immigrazione qualificata rigenerano l’industria
C’è però una lettura più ampia di questi numeri, che va oltre l’orgoglio (o il rammarico) nazionale.
L’immigrazione qualificata è il meccanismo con cui un Paese rinnova la propria struttura industriale. Chi arriva porta competenze, ma anche qualcosa di più raro: la propensione al rischio (chi ha già lasciato tutto una volta ha meno da perdere) e reti internazionali già pronte.
Non a caso i founder stranieri sono sovrarappresentati proprio nelle aziende a crescita più rapida, e ancora di più in quelle di maggior valore. Il 54% delle aziende, il 70% del valore.
Per l’Italia la sfida è attrarre founder da tutto il mondo
In Italia (e in Europa) il dibattito sui talenti è quasi tutto sulla fuga dei cervelli. Come trattenere i giovani, come farli rientrare. Domande giuste, ma parziali.
I Paesi che rigenerano la propria industria non sono quelli che non perdono talenti. Sono quelli che ne attraggono più di quanti ne perdono. Il Regno Unito perde founder (anche verso gli Stati Uniti) e ne attrae da 35 paesi.
Abbiamo un tessuto industriale straordinario, che però ha bisogno di rinnovarsi. Qualcuno dovrà farlo. La domanda allora è: preferiamo continuare a esportare founder, o iniziamo a importarne? Anche perché formare competenze in casa richiede una generazione. Importarle richiede un visto.
































Partecipa alla community