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CONSOLIDAMENTO

Food delivery, la spagnola Glovo acquisisce foodora Italia

31 Ott 2018

La startup tedesca che ad agosto aveva annunciato la chiusura viene acquisita da Glovo, che diventa così leader di mercato nel nostro Paese, con un potenziale di 620.000 utenti e 4.500 partner commerciali. Il country manager Matteo Pichi: “Ci ha premiato estendere le consegne a ristoranti, supermercati, farmacie e negozi”

Glovo, la piattaforma tecnologica di intermediazione per le consegne multi-prodotto a domicilio, ha siglato un accordo con la società tedesca Delivery Hero per l’acquisizione di foodora Italia. L’acquisizione rientra nella strategia di sviluppo della startup spagnola che mira a consolidare la sua presenza in diversi mercati, con un focus nell’area EMEA, dove l’Italia riveste un ruolo chiave.

L’operazione prevede diverse fasi che porteranno le due realtà sotto il solo marchio Glovo. La piattaforma di foodora Italia sarà attiva fino ad allora.

Ad agosto scorso la società di food delivery tedesca aveva annunciato la sospensione delle attività in Australia e la successiva uscita anche da Italia, Francia e Olanda, dove era alla ricerca di un nuovo acquirente. Motivazione: puntare su mercati in maggiore crescita per raggiungere migliori condizioni di sviluppo, come quello tedesco.

Food delivery: perché Foodora è in vendita (anche) in Italia e a chi venderà

CHE COSA FA FOODORA

foodora, nata in Germania nel 2014, parte di Delivery Hero che ne detiene il marchio, è presente in Italia dal 2015   – prima a Milano e Torino, poi a Roma e Firenze ed ora anche a Bologna e Verona – con una fitta rete di partner commerciali. Nel 2016 (ma anche in periodi successivi) la startup tedesca è finita nel mirino a seguito dello sciopero dei suoi fattorini (probabilmente il primo nella storia di una startup) a Torino e a Milano, insoddisfatti della misera retribuzione (meno di 3 euro a consegna) e del precariato.

Tutto quello che bisogna sapere per capire il “caso Foodora”

CHE COSA FA GLOVO

Glovo opera in Italia in 12 città, mentre in tutto il mondo è attiva con i suoi servizi in 76 cittàe 20 Paesi. Fondata a Barcellona nel 2015, ha rivoluzionato il modo in cui le persone consumano, offrendo loro la possibilità di acquistare, ritirare e inviare qualsiasi prodotto in poco tempo: dal food alla spesa, dai fiori ai vestiti della lavanderia, alle medicine, fino ai libri per l’inizio scolastico.

“La diversificazione della nostra offerta di consegne on demand, estesa a ristoranti, supermercati, farmacie e negozi di ogni genere è un approccio di business che ci ha premiato sul mercato. – commenta Matteo Pichi, Country Manager di Glovo Italia. – In un solo anno infatti, siamo passati da essere attivi in una sola città, Milano, a coprire capillarmente oltre 12 attraverso accordi commerciali con numerosi importanti partner da Roadhouse e La Piadineria, a McDonald’s fino a To.Market, il supermercato online disponibile sette giorni su sette. I clienti oggi vogliono soprattutto risparmiare tempo, delegando commissioni e incombenze a chi lo sa fare in modo efficiente, e vogliono poterlo fare da un’unica app che deve offrire un’ampia scelta di servizi, semplicità e immediatezza”.

Con questa operazione, l’app spagnola di delivery diviene leader in Italia, proponendosi sul mercato con un potenziale raggio di azione di 620.000 utenti e 4.500 partner commerciali. Glovo potrà fare leva su una migliore e più approfondita conoscenza delle piazze italiane – frutto dell’integrazione dei know-how delle rispettive realtà – e proporre servizi ancora più personalizzati per un’offerta che rappresenta un unicum nel settore delle consegne on demand.

“La fiducia di rinomati fondi istituzionali che hanno investito importanti capitali nel nostro business – 115 milioni di euro solo nel terzo round chiuso a luglio di quest’anno – ci hanno permesso di ottimizzare ulteriormente la nostra piattaforma tecnologica, fulcro vitale del nostro business, per proporre un servizio ancora più semplice, pratico e tempestivo a tutti i nostri interlocutori: rider, utenti ed esercizi commerciali”. – conclude Pichi.

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