Per decenni ci siamo raccontati che “piccolo è bello”. Le PMI spina dorsale del paese, la flessibilità della piccola impresa, la forza dei distretti. Una narrazione che un fondamento lo ha avuto (il modello distrettuale ha funzionato, e bene, per un certo periodo), ma che col tempo è diventata un alibi. Perché l’Italia non ha strutturalmente prodotto grandi imprese e gran parte di quelle che chiamiamo PMI sono in realtà micro imprese che non sono mai cresciute (e che spesso non avevano nemmeno l’ambizione di farlo).
Piccolo non è bello. Piccolo è fragile, poco produttivo, poco capace di investire e di competere sui mercati internazionali.
Il timore (mio) è che stiamo facendo lo stesso con le startup. Nella puntata di Innovation Weekly di sabato 24 ottobre, commentando alcuni dati con Giovanni Iozzia, mi è scappato: dalle PMI alle PMS: Piccole e Medie Startup. O, per essere più precisi, Piccole e Micro Startup. Chiamatele come volete, resta un’aberrazione: una startup o cresce o muore. Non c’è via di mezzo. Non ci possono essere startup che si trascinano e si “piemmizzano”.
Indice degli argomenti
I numeri delle startup italiane dietro i titoli positivi
Lo spunto arriva dalla terza edizione del rapporto “L’impatto occupazionale delle startup innovative italiane tra il 2012 e il 2025“, curato dal Centro Studi di Assolombarda con InnovUp e presentato lo scorso 21 ottobre al CES Unveiled di Milano.
I titoli sono positivi: le 25.597 startup ed ex-startup innovative attive danno lavoro a 70.991 persone (+4,1% sul 2024), il fatturato aggregato sale a 15,9 miliardi di euro, si registrano un record di Gazzelle (le giovani imprese ad alta crescita) e un nuovo massimo storico di acquisizioni. Letti in valore assoluto, sono numeri di un ecosistema in salute.
Ma i titoli a volte ingannano.
In primis, 71 mila occupati e 16 miliardi mal contati di fatturato sono granelli di polvere di fronte all’occupazione (lo 0,3%) e al PIL italiano (il valore aggiunto che generano vale circa lo 0,2% del PIL). In secondo luogo, in un Paese di piccole imprese i valori assoluti dicono poco. Conviene guardare alle medie e, soprattutto, alle distribuzioni.
Medie e capitali mostrano la fragilità delle startup italiane
Se si dividono gli occupati per il numero di imprese si ottengono 2,8 dipendenti per impresa. Il fatturato medio è di circa 620 mila euro, il valore aggiunto medio di circa 170 mila. E non stiamo parlando solo di imprese appena nate: il 56% del campione è fatto di ex-startup, cioè di imprese uscite dal Registro e che quindi hanno alle spalle almeno cinque anni di vita.
Startup in Italia, più soci che dipendenti
C’è poi un dato che trovo particolarmente eloquente. I soci coinvolti sono 107.769, i dipendenti 70.991. Più soci che dipendenti: in media 4,2 soci per 2,8 dipendenti. Imprese dove ci sono più persone nella cap table che in ufficio. E si tratta in larghissima parte di persone fisiche e famiglie (91 mila), cioè di capitale di prossimità.
Le startup partecipate da fondi di venture capital, private equity o investitori specializzati sono 1.039, circa il 4% del totale. Quelle con una corporate medio-grande nel capitale sono 606 (in calo peraltro rispetto alle 649 dell’anno scorso).
Le dimensioni reali delle startup italiane
Il rapporto non esplicita le dimensioni reali delle startup italiane, ma si ricavano facilmente. Il 49,7% delle imprese non ha alcun dipendente: l’impresa mediana ha quindi, al massimo, un dipendente. Il 90,8% è micro (meno di 10 addetti). Le imprese con almeno 10 addetti sono il 9,2% del totale ma assorbono il 68% dell’occupazione.
In altre parole, la media di 2,8 dipendenti non rappresenta nessuno. Da una parte c’è una piccola minoranza di imprese strutturate che fa quasi tutto il lavoro (e quasi tutta l’occupazione). Dall’altra una lunga coda di micro realtà, spesso unipersonali, che esistono ma non crescono.
Gazzelle ed exit: la crescita si concentra in poche startup
La testa, infatti, è cortissima. Le Gazzelle attive sono 96: lo 0,4% delle startup ed ex-startup, che genera l’8,6% dei posti di lavoro e il 7,7% del fatturato totale. Le acquisizioni sono 118, un record in valore assoluto ma sostanzialmente in linea con il 2023 (110) e il 2024 (116): riguardano lo 0,5% delle imprese.
E anche le exit sono poca roba: le startup acquisite avevano in media un fatturato di poco inferiore al milione di euro nell’anno precedente l’operazione, e solo il 17,8% aveva superato i 10 dipendenti (l’anno scorso erano rispettivamente 1,7 milioni e il 28%). Exit piccole su imprese piccole.
Startup italiane, perché una mortalità bassa è un problema
Il tasso di mortalità scende al 5,8% (dal 6,0% del 2024), sopra la media delle società di capitali italiane (5,1%). Ed è una cattiva notizia.
Il punto non è che muoiono troppe startup. È che ne muoiono poche rispetto a quante restano piccole. In un ecosistema sano una startup o cresce o chiude (o viene acquisita). Da noi tende a sopravvivere. Che è esattamente il destino delle nostre PMI: imprese che non falliscono ma nemmeno scalano, e che restano per anni in una terra di mezzo che non produce né campioni né capitale e talenti da riallocare.
Natalità e invecchiamento dell’ecosistema
Anche il dato sulla natalità va letto con attenzione. Il rapporto segnala una ripresa delle nuove iscrizioni e un +3,6% di imprese attive (circa 900 in più). Ma è la crescita di uno stock in cui le startup in senso stretto (11.206) sono ormai meno delle ex-startup, e che nella prima edizione dello stesso rapporto ne contava 12.504. Il serbatoio si riempie più lentamente di quanto non invecchi.
Nel quadrilatero di Assolombarda più selezione e più crescita
Dove la competizione è più dura i numeri migliorano. Nel cosiddetto Quadrilatero di Assolombarda (Milano, Lodi, Monza-Brianza, Pavia) la mortalità è più alta (7,1% contro 5,8%), ma lo sono anche le exit per acquisizione (0,74% contro 0,49%), e lì è nata una Gazzella su tre delle nuove individuate in Italia (10 su 25). Più selezione, più crescita. Non è un caso.
Il Registro delle startup italiane tra incentivi e quantità
Nulla di nuovo, a dire il vero. Quando nel 2024 Enrico Cotta Ramusino e io avevamo incrociato i dati del Registro delle Startup Innovative con quelli delle scaleup mappate da Mind the Bridge (ne avevo parlato qui), il risultato era stato duplice.
Da un lato il Registro (che io avevo sempre guardato con un certo scetticismo) si era rivelato utile, perché la gran parte delle scaleup italiane ci era passata: gli incentivi dello Startup Act, quindi, avevano in qualche misura funzionato. Dall’altro confermava l’impressione che tra le circa 14mila imprese iscritte ci fosse un po’ di tutto, in buona parte aziende di servizi.
Il Registro è una rete che pesca bene i pesci grossi. Il problema è che pesca soprattutto pesci piccoli, che restano piccoli. E se si misura il successo dell’ecosistema contando i pesci nella rete (numero di startup, occupati aggregati, fatturato aggregato) si finisce per celebrare la quantità, esattamente come abbiamo fatto per decenni con le PMI.
The Liquid Factory e il modello delle startup che scalano
Vengo al caso che conosco più da vicino (siedo nel board e Fabrizio Capobianco è mio fratello, quindi prendete quanto segue con il beneficio del conflitto di interessi). The Liquid Factory, lo startup studio fondato in Valtellina da Capobianco con la Banca Popolare di Sondrio (ora BPER), è nato con un obiettivo dichiarato: costruire startup capaci di diventare unicorni, collegando la qualità della vita del Bel Paese con l’accesso diretto alla Silicon Valley. Ogni anno vengono selezionati quattro founder (nell’ultimo batch su oltre 750 candidature), ciascuno con una dotazione iniziale di 200mila euro.
Degli otto progetti dei primi due batch, tre hanno già chiuso. Un tasso di mortalità di quasi il 40% in meno di due anni, contro il 5,8% del sistema. Letto con gli occhiali delle PMI, sembrerebbe un fallimento. In realtà è il modello sano: si chiude presto ciò che non ha il potenziale per scalare, e si concentrano risorse, tempo e attenzione su ciò che ce l’ha.
Perché il mulo è un animale robusto, lavora tanto, non si lamenta e vive a lungo. Ma è sterile: non genera nulla oltre a sé stesso. Un ecosistema di muli sopravvive, non cresce.
Se cerchi di fare unicorni, non ti accontenti di avere muli.































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