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Strategie

Soft economy, perché l’Italia deve fare l’Italia

27 Giu 2014

Fondazione Symbola dedica il suo annuale seminario estivo a “Coesione è competizione”, per sottolineare il legame tra territori e produzione. E rilanciare un modello produttivo fondato sulle qualità nazionali. «Dobbiamo puntare su cultura, innovazione e saper fare», dice il presidente Ermete Realacci

Ermete Realacci, presidente della Fondazione Symbola
C’è un made in Italy dinamico, effervescente, che non si fa spaventare dalla crisi. È quello fotografato da alcuni numeri del Rapporto Annuale Istat 2014, secondo cui molte Pmi italiane hanno reagito alle difficoltà degli ultimi anni puntando sulla qualità attraverso il miglioramento di prodotti e servizi (41,1% dei casi) oppure con l’esplorazione di nuovi mercati (22,2%).

È il made in Italy virtuoso che Matteo Renzi ha portato in tour in Asia e che ha affidato, con un importante accordo, alle cure commerciali di Alibaba, il megaportale di ecommerce cinese. È quello celebrato da Symbola, la fondazione per le qualità italiane, che ha tra i suoi motivi fondanti il trovare buone ragioni per credere nelle grandi potenzialità del Belpaese e che in questi giorni sta tenendo il suo annuale seminario estivo ( 27 e 28 giugno a Treia, Macerata). Il titolo della manifestazione, promossa insieme ad Unioncamere e alla Camera di Commercio di Macerata, con il patrocinio della Regione Marche e del Comune di Treia, è un invito a riscoprire il legame tra produzione italiana e territori: “Coesione è competizione – Perché l’Italia deve fare l’Italia”. E deve anche imparare a conoscere l’Italia.

La Fondazione ha di rcente pubblicato un documento, “10 verità sulla competitività italiana” (in collaborazione con Fondazione Edison e Unioncamere), in cui sono elencati dieci dati incoraggianti sull’economia tricolore che spesso sono trascurati dall’opinione pubblica. Uno su tutti, secondo il presidente di Symbola, Ermete Realacci, è il valore del nostro surplus manifatturiero: più di 100 miliardi di dollari. “Oltre a noi, superano questa cifra solo quattro Paesi: Cina, Germania, Giappone e Corea del Sud”, dice. “Sull’export, quindi, facciamo molto meglio di Francia e Inghilterra. Il nostro problema è il mercato interno, depresso dai suoi mali storici – il debito, l’illegalità, la burocrazia, i ritardi del Sud…  – e da una sensazione di paura diffusa”. 

La percezione che il mondo ha dell’Italia e delle sue bellezze, in tutti i settori, sembra invece ben diversa. Come ricorda Realacci, che conosce questi argomenti anche come politico in quanto deputato e presidente della commissione Ambiente della Camera, “la domanda di made in Italy è cresciuta a livello globale: Google afferma che nel 2013 le ricerche sulle migliaia di voci che rimandano al marchio Italia in termini di qualità e stile sono cresciute del 12%”. 

Naturalmente, il terreno su cui si può giocare la battaglia – osserva il presidente della Fondazione – non è quello della quantità e dei prezzi: “Provare a competere con il Guangdong su bassi salari, diritti dei lavoratori e regole ambientali non è solo disdicevole dal punto di vista etico: è il mercato a impedirlo. L’Italia è forte quando fa l’Italia e punta in tutti i settori su ricerca, saper fare, innovazione e green economy”.

Non c’è settore che non può essere profondamente modificato e migliorato dalla tecnologia, compreso un cavallo di battaglia del made in Italy come l’agroalimentare. “Nel vino, per esempio, ci sono straordinari casi di innovazione”, fa notare Realacci. “Per esempio, il Sagrantino di Montefalco era un vitigno autoctono di grande qualità che stava scomparendo e che è stato recuperato grazie alla mappatura genetica”.

Al Seminario di Treia partecipano personalità del mondo della politica (tra cui i ministri Giuliano Poletti e Maurizio Martina, il sottosegretario Graziano Delrio, la presidente della Camera, Laura Boldrini, il presidente delle Marche, Gian Mario Spacca) e dell’economia (tra cui il presidente di Unioncamere, Ferruccio Dardanello, l’ad di Enel, Francesco Starace e l’imprenditore Brunello Cucinelli). Il venerdì 27 sono in programma due sessioni tematiche: “Le nuove geografie del made in Italy”, con la presentazione del Rapporto “Le nuove geografie della produzione del valore in Italia”, e “Un Expo per raccontare il futuro”, durante il quale si discute su come costruire una rappresentazione del Paese più consapevole delle sue opportunità. Il sabato 28 invece è in programma un dibattito sulle strade da percorrere per rilanciare il Paese e le cui conclusioni saranno affidate proprio ad Ermete Realacci. Che aggiunge: “Se l’Italia ce la fa e raggiunge più di 100 miliardi di surplus manifatturiero è anche grazie al rapporto che le imprese e i prodotti hanno con le loro comunità di riferimento. Cosa sarebbe la Ferrero senza le Langhe? Come ha detto Carlo Cipolla: la missione dell’Italia è produrre all’ombra dei campanili cose belle che piacciono al mondo”.

Il neologismo per indicare questo modello produttivo in cui la competizione è basata su cultura, innovazione e saper fare è soft economy. E a questa economia a misura d’uomo è dedicato un festival omonimo, che si è svolto tra il 24 e il 26 giugno, in tre centri delle Marche: Mogliano, Camerino, Macerata . “L’Italia – conclude Realacci – è grande quando non perde la propria anima e sa incrociare le sfide dell’innovazione con le migliori qualità dei suoi ecosistemi”.  

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