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#DIGITALIANI

Dal cloud all’IoT, le professioni del futuro che creeranno 85mila posti di lavoro

12 Giu 2017

La domanda di nuove competenze digitali (specialmente per la gestione di servizi sulla nuvola, Internet of Things, cybersecurity, Artificial Intelligence) in Italia cresce del 26% l’anno. Ma molte posizioni restano scoperte. Lo dice una ricerca dell’Osservatorio delle Competenze Digitali, che individua i profili più richiesti

La domanda di professioni ICT è in costante aumento in Italia, ma molti incarichi rimangono scoperti per mancanza di competenze: eppure si stima che, da qui al 2018, si potrebbero creare 85.000 nuovi posti di lavoro che richiedono specializzazione in Information & Communication Technology. È quanto emerge dalla terza edizione dell’Osservatorio delle Competenze Digitali, condotto dalle principali associazioni ICT AICA, Assinform, Assintel e Assinter Italia e promosso dal ministero per l’Università e la Ricerca scientifica (Miur) e dall’AgID.

Il quadro presenta qualche luce ma ancora troppe ombre. Siamo un Paese con una forte spinta all’economia digitale, ma che fatica a crearsi le competenze necessarie a supportarla: manca – evidenzia la ricerca – una strategia di lungo periodo, che coinvolga aziende e sistema formativo, e una visione d’insieme che coordini i percorsi della Trasformazione Digitale, oltre alle risorse per rendere la pubblica amministrazione adeguata al cambiamento.

PROFESSIONALITÀ RICHIESTE – Dai 175.000 annunci di lavoro su web analizzati nell’ultimo triennio, 60.000 quelli nel solo 2016, emerge un dato positivo: ogni anno la richiesta di professioni ICT cresce mediamente del 26%, con picchi del 90% per le nuove professioni legate alla Trasformazione Digitale come i Business Analyst e i gli specialisti dei Big Data, a conferma dell’evoluzione verso l’azienda “data driven”. Cresce complessivamente del 56% la richiesta delle nuove professioni digitali: specialisti in Cloud, Cyber Security, IoT, Service Development, Service Strategy, Robotics, Cognitive & Artificial Intelligence. C’è decisamente più richiesta nel nordovest, in cui si concentra il 48% della Domanda.

Rispetto invece alle professioni “classiche” dell’ICT, tiene la richiesta di Analisti Programmatori, in costante crescita (+24% lo scorso anno): stiamo parlando di ben 80.000 annunci di lavoro nel triennio 2013-2016. Sono 27.000 gli annunci relativi a posizioni di System Analyst (+30% nell’utlimo anno) e 13.000 quelli per il Digital Media Specialist, con un picco del +60% per il Web Developer.

RETRIBUZIONI PIÙ ELEVATE – Anche sul fronte dello stipendio, l’ICT paga: nelle aziende del settore, le retribuzioni nel 2016 sono cresciute con picchi del +5,7% per i livelli impiegatizi e del +4,9% per i Dirigenti. Un analista programmatore, per citare la figura più diffusa, in media guadagna l’anno 31.357 euro lordi (se impiegato), 48.509 euro se quadro.

COMPETENZE DIGITALI – Il lavoro c’è ma molte posizioni restano scoperte. La stima è che nel triennio 2016-2018 si potrebbero creare 85.000 nuovi posti di lavoro che richiedono specializzazione in ICT, a fronte di un’occupazione complessiva che potrebbe salire da qui al 2018 del 3,5% annuo e raggiungere le 624.000 unità. Di questi 85.000 nuovi posti di lavoro creati, fino a circa 28.000 sono riferibili al 2016, come riscontrato nelle web vacancies per le posizioni fino a due anni di esperienza. Per queste posizioni il mercato richiede il 62% di laureati e il 38% di diplomati, ma il nostro sistema formativo propone troppi diplomati (8.400 in eccesso) e troppo pochi laureati in percorsi ICT (deficit di 4.400). La buona notizia è che le immatricolazioni in facoltà dell’area ICT crescono di anno in anno, sono 26.000 nell’attuale anno accademico segnando un +11% rispetto a quello precedente,  tuttavia è alto il tasso di abbandono (60%), soprattutto nelle triennali di informatica.

POCO CLOUD ALL’UNIVERSITÀ –  Nei percorsi universitari stanno via via entrando le competenze legate a Big Data, Data Science, Cybersecurity, però resta trascurato il Cloud. Nelle facoltà non ICT le competenze digitali sono invece trascurate: nessuna formazione in proposito per circa la metà dei 4.362 corsi di laurea esistenti. Stanno in compenso aumentando, seppur lentamente, le collaborazioni fra scuola, università, imprese e associazioni: è decisamente un’area strategica da amplificare, superando i problemi legati alla dispersione del quadro normativo, al coordinamento organizzativo e all’accesso agli incentivi.

PA E IMPRESE A CACCIA DI SPECIALISTI – La domanda di nuovi profili digitali dal punto di vista di imprese e Pubblica Amministrazione è stata analizzata con un panel qualitativo e ha evidenziato la domanda crescente di nuovi profili legati all’innovazione dei processi, dei prodotti e delle strategie in ottica digitale. Quelli più critici per la filiera ICT sono il Business Analyst, il Project Manager e il Security Analyst. Si colma il gap riconvertendo le risorse già presenti attraverso formazione d’aula e (minore ma in crescita nei giovani) il digital learning; la ricerca all’esterno ha come canali privilegiati l’interazione con le facoltà tecnico-scientifiche (47,6%), il network personale/professionale (47,6%) e i social media (42,9%). Nelle aziende utenti, i profili comuni più critici da reperire sono il Responsabile Sistemi Informativi, l’ICT Security Manager e il Project Manager.

Ciò che oggi è determinante è lo Skill Digital Rate, ovvero il grado di pervasività delle competenze digitali all’interno di una singola professione richiesta dal mercato: secondo l’analisi delle web vacancies nel 2016 nelle professioni ICT queste incidono in media per il 68%, con picchi dell’80% per le nuove figure legate agli ambiti IoT, Mobile, Cloud; mentre nelle altre professioni l’incidenza è crescente, legata sia ai cambiamenti sulle aree di automazione nei processi stimolati di Industria 4.0 (63,6% ) sia nella relazione digitale con il cliente dei settori Servizi e Commercio (54,6%).

L’85% delle PA intervistate, invece, hanno bisogno di competenze digitali per far fronte alla digitalizzazione dei servizi a cittadini e imprese, legati ad esempio a Spid, PagoPA, Fascicolo Sanitario Elettronico. Ma è difficile reperirle all’esterno, causa blocco delle assunzioni, o farle evolvere in risorse già esistenti, per la difficoltà nel distoglierle da altre attività core.

LE PROFESSIONI DEL FUTURO – Se lanciamo lo sguardo alle professioni del futuro, lo scenario cambia. Le nuove professioni si chiameranno Change Manager, Agile Coach, Technology Innovation Manager, Chief Digital Officer, IT Process & Tools Architect e saranno costituite da un mix più articolato di competenze, per governare strategicamente i cambiamenti imposti dalle aree Big Data, Cloud, Mobile, Social, IoT e Security. Saranno soprattutto figure fatte da un impasto di skill tecnologiche, manageriali e soft skills quali leadership, intelligenza emotiva, pensiero creativo e gestione del cambiamento.

 

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Luciana Maci
Giornalista

Ho partecipato al primo esperimento di giornalismo collaborativo online in Italia (Misna). Sono dal 2013 in Digital360 Group, prima in CorCom, poi in EconomyUp. Scrivo di innovazione ed economia digitale

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