2017, Trump e l'innovazione: che cosa succederà con il nuovo presidente | Economyup
Questo sito utilizza cookie per raccogliere informazioni sull'utilizzo. Cliccando su questo banner o navigando il sito, acconsenti all'uso dei cookie. Leggi la nostra cookie policy.OK

Scenari

2017, Trump e l’innovazione: che cosa succederà con il nuovo presidente

01 Dic 2016

In occasione dell’insediamento alla Casa Bianca, ci si chiede come interverrà su digital economy, banda larga, ricerca e bio-tech. Uno studio della Information Technology & Innovation Foundation analizza l’impatto delle sue posizioni. Che potrebbe essere negativo sulla neutralità del web ma positivo sulla cybersecurity

Donald Trump
Oggi, venerdì 20 gennaio, il presidente eletto degli Stati Uniti, il repubblicano Donald Trump, assume l’incarico. La cerimonia di insediamento si svolge ogni quattro anni a mezzogiorno (le 18 italiane) il 20 gennaio, con il giuramento davanti al presidente della Corte suprema. Vediamo cosa cambierà con il nuovo capo di Stato per il mondo dell’innovazione e dell’hi-tech statunitense.

L’era del presidente Donald Trump sarà davvero un “funerale” – come definito da uno startupper in un commento a caldo post-elezione – o ci sono margini di speranza per il settore tecnologico? Che il mondo del tech non veda di buon occhio il magnate statunitense non è un mistero, del resto gran parte dei giganti tecnologici della Silicon Valley hanno sostenuto (soprattutto economicamente) la campagna presidenziale di Hillary Clinton.

Lo scetticismo nei confronti del 45esimo presidente Usa è motivato in gran parte dalle politiche protezionistiche sull’immigrazione e dalle proclamazioni sui tagli ai permessi speciali per lavoratori stranieri, assunti dalle aziende secondo contratti regolamentati dall’Immigration and Nationality Act (H-1B visa), dei quali fanno grande uso i giganti tecnologici per avvalersi dei migliori talenti internazionali.

Il programma consente a 65mila lavoratori e a 20mila studenti ogni anno di ottenere un impiego temporaneo in Usa e molte aziende di informatica e tecnologia fanno lobby per avere l’estensione del piano. Trump ha definito questi lavoratori internazionali come alternative a basso costo delle eccellenze americane, e ha dichiarato di voler porre limiti al programma H-1B, come sottolinea il report “President-Elect Trump’s Positions on Technology and Innovation Policy” dell’Information Technology & Innovation Foundation, un’associazione senza scopo di lucro. Lo studio, che a oggi viene considerato il più completo sul rapporto tra Trump e la tecnologia-innovazione, dà una panoramica generale della posizione del tycoon e offre un’attenta analisi delle dichiarazioni espresse negli ultimi mesi, dei documenti riportati dal suo sito internet e degli articoli apparsi su fonti d’informazione autorevoli.

Sotto la lente d’ingrandimento le sue posizioni in otto aree: innovazione e ricerca-sviluppo, formazione e competenze, tasse e spese, regolamentazione, commercio, banda larga e telecomunicazioni, internet e digital economy, scienze e biotecnologia. In generale la posizione del presidente eletto è ritenuta critica nei confronti della tech community, ma si guarda con interesse alla proposta di ridurre del 15 per cento la tassazione sulle imprese e di introdurre un’imposta ridotta al 10 per cento per il rientro dei capitali dall’estero.

Nessuna dichiarazione è stata registrata per quanto riguarda gli incentivi federali alla ricerca e sviluppo, anche se pare voler investire più su opere già avviate – in particolare quelle infrastrutturali – piuttosto che sulla ricerca. Neanche sulle startup ha mai espresso la sua opinione, nonostante negli Stati Uniti ci siano circa 96 unicorni (aziende valutate più di un miliardo di dollari) su un totale mondiale di 174, e avvengono il 54 per cento delle operazioni globali di venture capital. Una realtà che Trump di certo non potrà ignorare appena metterà piede alla Casa Bianca: la digital economy è ormai un elemento chiave della competitività e della crescita economica statunitense, perciò servono politiche che regolino l’uso legittimo della tecnologia digitale e diano un freno agli illeciti, come la pirateria e la criminalità informatica.

L’Information Technology & Innovation Foundation (ITIF) sottolinea nel report come alcuni settori specifici dell’innovazione, per esempio l’Internet of Things, pongano il tema delle “esternalità di rete”, come le definiscono gli economisti, che necessitano di leggi in grado di consentire lo sviluppo e l’integrazione di risorse tecnologiche pubbliche e private. L’amministrazione Trump dovrà, quindi, essere in grado di portare sul tavolo di discussione misure per incentivare e non bloccare la produttività, soprattutto in alcune aree come la sanità, l’intelligenza artificiale, i sistemi di trasporto intelligenti, l’e-government, assicurando loro un solido ambiente legislativo dal punto di vista della sicurezza informatica, del diritto d’autore e del commercio digitale. La cybersecurity, in particolare, è un tema che sta a cuore a Trump in quanto giudica la capacità di sicurezza informatica statunitense “obsoleta” e indietro rispetto ad altri Paesi. Linea dura nei confronti degli hacker cinesi contro i quali intende istituire un sistema forte e inviolabile e, in generale, ha promesso di “sviluppare le capacità informatiche offensive per scoraggiare gli attacchi da attori statali e non statali e, se necessario, per rispondere in modo appropriato”.

Un’altra battaglia di Trump è quella sul principio di neutralità di internet, istituito dall’amministrazione Obama, circa due anni fa, secondo il quale i fornitori di servizi Internet sono costretti a trattare con equità tutti i tipi di dati e non possono imporre blocchi su determinati siti web. Senza queste protezioni, una società di internet come Time Warner Cable potrebbe decidere di praticare tariffe diverse per i diversi tipi di accesso ai dati e fornire connessioni più veloci o più lente ai vari siti, come è avvenuto nel 2007 quando Comcast ha deliberatamente rallentato l’accesso ai siti torrenting. Secondo il tycoon, invece, è un atto di forza al potere decidere con una legge gli spazi da riservare ai vari media, ma non ha delineato una linea specifica per avviare una transizione.

Una delle preoccupazioni maggiori del mondo del tech deriva dalla politica commerciale e dalle dichiarazioni di Donald Trump, pre e post elezione, sulla revisione degli accordi internazionali come la Trans-Pacific Partnership (TPP) e la North American Free Trade Agreement (NAFTA). Il presidente eletto ha annunciato di voler portar fuori gli Stati Uniti dal trattato con gli 11 Paesi dell’Asia-Pacifico nei primi 100 giorni di governo, sancendo di fatto la fine dell’accordo di libero scambio che teneva fuori la Cina, in quanto senza gli Usa non ha ragione di esistere. Trump vuole sostituire il TPP con accordi commerciali bilaterali che “riporteranno l’occupazione e l’industria sul territorio americano”, come ha dichiarato di recente. Anche il NAFTA, l’accordo nordamericano per il libero scambio, firmato il 17 dicembre 1992 da Stati Uniti, Canada e Messico, sarà sottoposto a revisione e, se non si raggiungeranno accordi favorevoli agli USA, non sarà rinnovato. La globalizzazione e il libero scambio sono da sempre la forza del settore tecnologico, perciò i giganti della Silicon Valley temono di perdere la competitività a livello internazionale e di veder imposti freni all’esternalizzazione della produzione.

Il giudizio complessivo del report non è, però, negativo. “La cosa divertente è che Obama amava la tecnologia – spiega il presidente di ITIF, Robert Atkinson – ed era in sintonia con la Valley, ma non sempre le sue politiche erano pro-tech. Per Trump, il settore tech è soltanto uno dei tanti settori industriali, non ha una posizione privilegiata, come con Obama. Gli Stati nei quali Trump ha vinto le elezioni non sono molto forti nella new economy e non hanno molti posti di lavoro in campo tecnologico. Esattamente il contrario di Obama che aveva vinto in Stati nei quali c’erano tante imprese hi-tech, università di ricerca e lavoratori del settore ICT. Le imprese tecnologiche dovranno dimostrare di saper creare occupazione dove non ci si aspetterebbe. In questo senso – conclude Atkinson – già Saint Louis (Missouri) sta diventando un importante centro di sviluppo software e magari in futuro anche Google si trasferirà lì”. 

Articolo aggiornato al 20/01/2017

Articoli correlati