L’Italia ha una ricerca di qualità. Ha università con capacità scientifica riconosciuta a livello internazionale. Ha centri di ricerca, IRCCS, laboratori di eccellenza. Eppure continua a fare fatica, strutturalmente, a trasformare tutto questo in valore economico e industriale, a fare trasferimento tecnologico.
Non è un problema nuovo. È una debolezza sistemica che l’ecosistema dell’innovazione conosce bene, e che il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha formalmente riconosciuto nell’Atto di Indirizzo Strategico 2026-2028 avviato in consultazione pubblica nelle scorse settimane.
InnovUp e Netval hanno risposto a questa consultazione mettendo a fattor comune competenze e conoscenze. Non era scontato. Due associazioni con basi diverse – InnovUp che rappresenta tutta la filiera dell’innovazione italiana, Netval che riunisce gli Uffici di Trasferimento Tecnologico di università, EPR e IRCCS – che uniscono reti, competenze e visione. È già, di per sé, un segnale della direzione che pensiamo serva: fare sistema.
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Trasferimento tecnologico: sette linee strategiche
L’Atto di Indirizzo copre l’intera catena del valore. Dalla Cabina di regia interministeriale MIMIT-MUR alle roadmap tecnologiche nazionali, dalla razionalizzazione degli attori del trasferimento tecnologico all’attivazione del Fondo da 250 milioni di euro gestito da Enea Tech e Biomedical, fino al rafforzamento della partecipazione ai bandi europei, al potenziamento del capitale di rischio per il deep-tech, e al ruolo attivo della Pubblica Amministrazione come market shaper.
È un documento ampio, che riconosce la complessità del problema. E questo è già un merito. Ma un’architettura ambiziosa sulla carta, deve poi diventare operativa nella realtà. E qui, come sempre, si gioca tutto sui dettagli e sulla capacità di essere concreti.
Governance e coordinamento: la frammentazione si supera con scelte precise
Il primo nodo è quello della governance. Il sistema italiano del trasferimento tecnologico è frammentato. Ci sono attori nazionali, regionali, territoriali che spesso operano in parallelo, con sovrapposizioni, duplicazioni, logiche di silos. L’Atto lo riconosce e indica nella Cabina di regia uno strumento di coordinamento.
Ma il coordinamento non nasce per decreto. Nasce quando si definisce chi fa cosa, con quali risorse, con quali responsabilità e con quali metriche di risultato. Una governance multilivello funziona solo se è un sistema in cui i diversi livelli si parlano, si integrano, si misurano su obiettivi condivisi.
La filiera del trasferimento tecnologico non si può spezzare a metà
C’è un errore ricorrente nelle politiche per l’innovazione: intervenire su una parte della filiera e lasciare sguarnite le altre. Si finanzia la ricerca di base, ma poi mancano gli strumenti per valorizzarla. Si crea uno strumento per le startup, ma il ponte con il mondo accademico è ancora traballante. Si attiva un fondo, ma i soggetti che dovrebbero accedervi non sono riconosciuti formalmente nel sistema.
Rafforzare il trasferimento tecnologico significa garantire continuità tra ricerca, sviluppo e mercato lungo tutta la filiera, con attenzione particolare ai passaggi più critici: quelli in cui la tecnologia deve attraversare la “valle della morte” e trovare la strada verso l’applicazione industriale. Non basta finanziare i caposaldi. Bisogna presidiare i punti di rottura.
Ricerca, impresa e capitali: il collegamento che manca
Uno dei capitoli più delicati riguarda il rapporto tra ricerca pubblica, sistema produttivo e capitali. In Italia questo collegamento è ancora troppo debole.
Le università producono ricerca di qualità, ma gli spin-off e le startup deep-tech che da quella ricerca potrebbero nascere faticano ad accedere a mercati e capitali. Il trasferimento tecnologico richiede non solo buone idee e buoni ricercatori: richiede ecosistemi in cui il capitale di rischio sia presente, accessibile e disposto a scommettere su tecnologie ad alto potenziale e alto rischio.
Il Fondo da 250 milioni di Enea Tech e Biomedical è uno strumento importante. Ma, come sottolineamo da tempo con InnovUp, deve essere accessibile anche ai Parchi Scientifici e Tecnologici, che oggi non sono inclusi nell’Elenco Nazionale e quindi ne restano esclusi. Riconoscere chi già opera concretamente sul territorio nel trasferimento tecnologico non è un dettaglio burocratico: è una condizione per non disperdere capacità già costruite.
Competenze e valutazione: misurare l’impatto, non i processi
Un ecosistema del trasferimento tecnologico funziona se ha al suo interno persone formate, con competenze specialistiche, capaci di stare a cavallo tra il mondo della ricerca e quello dell’impresa. Oggi questa figura professionale è spesso sottofinanziata, sottoconosciuta, priva di percorsi strutturati di sviluppo. L’Atto di Indirizzo mette giustamente la questione delle competenze tra le priorità. Ma è importante che questa priorità si traduca in percorsi reali, non in generiche dichiarazioni di intenti.
Lo stesso vale per i sistemi di valutazione. Se continuiamo a misurare il trasferimento tecnologico con metriche orientate ai processi (come il numero di brevetti depositati o di accordi firmati) e non all’impatto economico, industriale e occupazionale generato, rischiamo di premiare l’attività anziché il risultato. La svolta richiede un cambio di paradigma nella misurazione, prima ancora che negli strumenti.
Europa: un’opportunità che l’Italia usa ancora troppo poco
Tra le sette linee strategiche c’è anche il rafforzamento della partecipazione ai programmi europei. È una priorità che condividiamo pienamente. L’Italia ha capacità progettuali e scientifiche che meritano di competere ai massimi livelli nei bandi europei. Eppure il tasso di successo e soprattutto la capacità di capitalizzare i risultati ottenuti in Europa restano inferiori al potenziale.
Ridurre gli oneri amministrativi, migliorare l’efficacia degli strumenti esistenti, valorizzare i progetti già valutati positivamente a livello europeo: sono obiettivi concreti, su cui InnovUp e Netval sono pronte a lavorare attivamente, mettendo a disposizione le proprie reti internazionali e le competenze accumulate.
Che cosa chiediamo: un tavolo, non una platea
La consultazione pubblica si è chiusa. L’Atto di Indirizzo passerà ora alla fase attuativa. È lì che si misurerà la serietà dell’impostazione.
InnovUp e Netval chiedono di essere incluse nei Tavoli tecnologici settoriali previsti dalla Cabina di regia come soggetti istituzionali con un ruolo strutturale, come soggetti istituzionali con un ruolo strutturale nel sistema del trasferimento tecnologico italiano.
L’ecosistema italiano ha le competenze e le infrastrutture per farcela. Lo diciamo con convinzione, non per retorica. Ma servono regole che riconoscano quello che già esiste, risorse distribuite lungo tutta la catena del valore, e una governance capace di tenere insieme le parti senza disperderle.
La posta in gioco è la capacità dell’Italia di trasformare la propria eccellenza scientifica in innovazione, crescita e lavoro. È un’occasione che non possiamo permetterci di sprecare.




























