360 Capital, Join Capital, Deep Ocean Capital, Levante Capital, Brembo e CDP Venture Capital annunciano an exit dalla startup deep tech PhotonPath. Ed è comprensibile la soddisfazione: l’hanno accompagnata per quattro round di finanziamento fra il 2019 e il 2025 per 8,3 milioni di euro.
Ovviamente non viene comunicato il valore dell’operazione ma -questa volta – neanche a chi è stata venduto lo spin-off del Politecnico fondato nel 2019. A comprare è la multinazionale americana Ciena, quotata al New York Stock Exchange e specializzata in sistemi hardware, software e servizi per le reti di telecomunicazione e la connettività ad alta velocità.
Una notizia agrodolce, ancora una volta. Il deep tech italiano produce imprese di qualità, spesso sono frutto del trasferimento tecnologico ma quando si tratta di scalare gli investitori devono passare la mano e molto spesso a prenderla sono aziende internazionali, prevalentemente statunitensi.
Quindi un altro caso emblematico del deep tech italiano: buona ricerca, technology transfer sempre più strutturato, capacità di costruire tecnologie globali. Poi, però, quando arriva il momento di scalare, l’acquirente è ancora una volta straniero. Un’altra tecnologia nata nei laboratori italiani trova la strada del mercato globale. E, ancora una volta, quella strada passa dagli Stati Uniti.
È certamente una buona notizia per l’ecosistema italiano del venture capital, dove le exit restano ancora troppo poche. Ma l’operazione pone anche una domanda meno celebrativa: l’Italia è sempre più capace di generare deep tech interessanti per i grandi player internazionali. Sta diventando altrettanto capace di farli crescere fino a trasformarli in grandi imprese tecnologiche italiane o europee?
Il caso PhotonPath contiene entrambe le facce della questione.
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PhotonPath-Ciena, perché questa exit conta
La prima è finanziaria. Il venture capital ha bisogno di exit non soltanto per remunerare chi ha investito, ma per completare il ciclo del capitale: restituire risorse agli investitori significa poter raccogliere nuovi fondi e finanziare una nuova generazione di startup.
È uno dei punti deboli storici dell’ecosistema italiano. Nel 2025 sono state registrate 31 operazioni di M&A ma nessuna IPO e, al netto di poche transazioni di grande dimensione, l’attività di exit è rimasta modesta. Come aveva sottolineato su EconomyUp Fabio Mondini de Focatiis, founding partner di Growth Capital, “il nodo delle exit resta il principale fattore critico per l’ecosistema VC italiano”.
PhotonPath rappresenta quindi un risultato che va nella direzione di cui il mercato ha bisogno.
Francesco Lorenzini, General Partner di Levante Capital, nel comunicato mette esplicitamente l’accento su questo aspetto: “Per i nostri investitori significa capitale restituito”. Ma aggiunge un elemento ancora più interessante: l’obiettivo era sostenere aziende europee di tecnologia industriale costruite per “entrare nelle catene globali del valore”, non semplicemente per diventare campioni locali.
Ed è esattamente ciò che è successo.
Il paradosso del deep tech italiano: sappiamo crearlo, meno spesso sappiamo trattenerlo
C’è però una seconda lettura.
PhotonPath nasce dalla ricerca pubblica italiana, cresce attraverso capitali italiani ed europei e sviluppa una tecnologia che diventa abbastanza interessante da essere acquistata da uno dei grandi operatori americani delle infrastrutture di rete.
È una conferma della qualità della ricerca italiana. Ma anche del differenziale di scala che continua a separare Europa e Stati Uniti.
Il tema diventa particolarmente importante nel deep tech perché non stiamo parlando semplicemente dell’acquisizione di un’app o di un servizio digitale.Fotonica, semiconduttori, quantum, nuovi materiali, robotica e tecnologie per le infrastrutture AI sono asset industriali sempre più strategici.
Claudia Pingue, Senior Partner e Responsabile dei Fondi di Technology Transfer di CDP Venture Capital, legge PhotonPath come una dimostrazione della capacità italiana di produrre “eccellenze tecnologiche capaci di affermarsi nei settori più avanzati dell’innovazione globale”. E sottolinea il percorso che porta la ricerca dal laboratorio al mercato attraverso il technology transfer.
È vero. Ed è un percorso che negli ultimi anni si è rafforzato parecchio.
Secondo i dati del Venture Capital Monitor, dal 2023 sono stati investiti quasi 1,2 miliardi di euro in 374 operazioni di technology transfer, con un effetto leva superiore ai 700 milioni di capitali terzi. Solo nei primi sei mesi del 2026 sono stati raccolti 109 milioni in 33 operazioni. Nello stesso periodo il deep tech ha attirato 97 milioni di euro di investimenti.
Si sta dunque costruendo il primo pezzo della filiera: trasformare ricerca e brevetti in imprese.
Resta più difficile il secondo: fornire abbastanza capitale, mercato e capacità industriale perché quelle imprese possano diventare grandi senza dover necessariamente entrare nell’orbita di un gruppo americano.
La storia di PhotonPath: dal Politecnico di Milano al mercato globale
PhotonPath nasce nel 2019 come spin-off del Politecnico di Milano, dopo anni di attività di ricerca sulla fotonica integrata. I fondatori sono Douglas Aguiar ed Emanuele Guglielmi; al gruppo dei co-founder si è aggiunta Federica Biancon. Aguiar è CEO, Guglielmi CTO e Biancon COO.
La società cresce nell’ecosistema del Politecnico e di PoliHub, seguendo un percorso molto tipico del deep tech: lunghi tempi di ricerca, sviluppo della tecnologia proprietaria, validazione, industrializzazione e soltanto successivamente accelerazione commerciale.
Gli investitori la accompagnano attraverso quattro round fra 2019 e 2025. Un passaggio importante arriva nel 2022, quando Brembo Ventures sceglie PhotonPath come primo investimento del proprio corporate venture capital, acquisendone il 6,8%. L’obiettivo industriale era usare la fotonica anche per accelerare la digitalizzazione dei sistemi frenanti.
È un dettaglio significativo perché mostra come il percorso della startup non sia stato sostenuto soltanto da capitale finanziario: è entrata presto anche una grande player industriale.
Nel 2024 prende poi forma la Serie A, conclusa nel giugno 2025 con una raccolta complessiva di 5,1 milioni di euro. Il round viene guidato da Join Capital insieme a Deep Ocean Capital e Levante Capital; nella compagine figurano anche RoboIT di CDP Venture Capital, 360 Capital e Brembo Ventures.
Le nuove risorse vengono destinate soprattutto alla crescita della capacità produttiva, alla calibrazione e al controllo qualità, all’espansione commerciale internazionale e allo sviluppo di nuovi prodotti per optical networking, monitoraggio delle infrastrutture e applicazioni industriali.
Nel frattempo PhotonPath passa da spin-off accademico a società capace di validare le proprie tecnologie sulle reti ottiche, ampliare il portafoglio prodotti e aumentare le capacità produttive. È proprio questa trasformazione che il comunicato individua come il presupposto dell’exit.
Cesare Maifredi, Partner di 360 Capital, la definisce infatti un esempio di come “ricerca scientifica e trasferimento tecnologico possano tradursi nella nascita di imprese capaci di competere in mercati tecnologici globali”.
Che cosa fa PhotonPath e perché oggi la fotonica è diventata strategica
Per capire perché Ciena sia interessata a PhotonPath bisogna capire che cosa fa realmente la società.
La fotonica integrata utilizza la luce, invece dei soli segnali elettrici, per trasmettere, elaborare o rilevare informazioni. L’idea è simile a quella dei circuiti elettronici integrati, ma al posto degli elettroni si gestiscono fotoni.
PhotonPath sviluppa circuiti fotonici integrati proprietari, moduli ottici e sistemi di sensoristica destinati alle telecomunicazioni di nuova generazione, ai data center e ad applicazioni industriali.
La società non si limita alla progettazione del chip. Integra componenti fotonici, elettronica compatta, algoritmi proprietari di controllo in tempo reale, firmware e software per trasformare il dispositivo in un prodotto utilizzabile in sistemi industriali. Gestisce inoltre internamente una parte importante della catena, dal design del chip all’integrazione dei moduli e alla validazione finale.
Il vantaggio è particolarmente rilevante nelle infrastrutture digitali contemporanee: trasmettere più dati occupando meno spazio e consumando meno energia.
Jan Borgstädt, Founding Partner di Join Capital, identifica esattamente questo punto: PhotonPath ha affrontato il problema di “trasferire più dati riducendo al tempo stesso i consumi energetici, gli ingombri e i costi richiesti dalle infrastrutture AI e cloud”.
È qui che PhotonPath smette di essere semplicemente una startup di fotonica e diventa un tassello della corsa mondiale alle infrastrutture per l’intelligenza artificiale.
Perché Ciena compra PhotonPath
Ciena opera esattamente nel mercato che sta vivendo questa trasformazione.
La società americana realizza infrastrutture di rete e sistemi di connettività ad alta velocità e sta beneficiando direttamente dell’esplosione della domanda generata dall’AI. Nel terzo trimestre fiscale 2026 ha registrato 1,67 miliardi di dollari di ricavi, in crescita del 37% anno su anno, e ha alzato la previsione di fatturato per l’intero esercizio a circa 6,42 miliardi. Il CEO Gary Smith ha collegato esplicitamente questa crescita agli investimenti nelle reti prodotti dall’intelligenza artificiale.
Non è neppure la prima acquisizione con cui Ciena rafforza la propria posizione nella fotonica per i data center AI. Nel settembre 2025 aveva annunciato l’acquisizione dell’americana Nubis Communications, specializzata in interconnessioni ottiche ed elettriche ad alte prestazioni e basso consumo destinate proprio ai workload AI.
PhotonPath si inserisce quindi in una strategia industriale molto precisa: aumentare la capacità di Ciena nella nuova generazione di infrastrutture ottiche necessarie per collegare data center e sistemi AI.
L’exit non è soltanto un evento finanziario. È l’acquisizione di una tecnologia abilitante dentro una delle catene del valore più strategiche del momento.
Il deep tech richiede capitali pazienti: il caso PhotonPath lo dimostra
C’è infine una caratteristica di questa operazione che dovrebbe interessare chi investe in innovazione. Fra la nascita di PhotonPath e l’exit sono trascorsi sette anni.
È un orizzonte che aiuta a capire la differenza fra investire nel software tradizionale e investire nel deep tech. Prima di arrivare a un mercato significativo bisogna verificare una tecnologia scientificamente complessa, trasformarla in prodotto, industrializzarla, dimostrarne affidabilità e costruire una capacità produttiva.
“Investire nel deep tech significa saper guardare oltre l’orizzonte visibile”, dice Emilia Garito, presidente e co-founder di Deep Ocean Capital. Significa, aggiunge, riconoscere il valore di una tecnologia prima che il mercato sia pronto a farlo e avere le competenze per accompagnarne il passaggio dal laboratorio all’industria.
È forse la dichiarazione che meglio sintetizza il caso PhotonPath. Perché il deep tech italiano non ha soltanto bisogno di più denaro. Ha bisogno di capitale competente, paziente e capace di accettare tempi di sviluppo industriale più lunghi.


























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