L'INTERVISTA

Lorenzo Franzi (IFF): “I founder investitori cercano imprese che possano crescere all’estero “



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Il partner di Italian Founders Fund (IFF), che di recente ha annunciato una raccolta oltre le aspettative a 100 milioni di euro, spiega perché sta funzionando in Italia il modello “founder che investono in founder” già praticato negli USA. E rileva una crescita nelle ambizioni degli startupper italiani. La sfida ora è l’internazionalizzazione

Pubblicato il 6 ago 2026

Luciana Maci

Giornalista



Lorenzo Franzi, Partner di IFF
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Punti chiave

  • Italian Founders Fund ha superato i 100 milioni, oltre il target da 60M, 32 startup in 2 anni e oltre 160 sottoscrittori; l’investimento di CDP segnala fiducia e ambizione.
  • Il modello founder che investono in altri founder crea community, condivisione di best practice, accesso a clienti pilota e coinvolgimento operativo nella selezione.
  • L’AI cambia i criteri: conta la capacità del team di sfruttarla; l’internazionalizzazione resta cruciale per la scala, pur valorizzando anche realtà nazionali.
Riassunto generato con AI


Quando un imprenditore che fondato una startup incontra un altro che la vuole fondare scatta qualcosa: una familiarità, il senso di “esserci passato”, la percezione di avere un terreno comune. È forse questo il segreto di Italian Founders Fund (IFF), che di recente ha annunciato di aver raccolto oltre 100 milioni di euro, superando ampiamente il target iniziale di 60 milioni e costruendo, in appena due anni, un portafoglio di 32 startup.

La formula “founder che investono in founder” non è più, dunque, soltanto una suggestione importata dalla Silicon Valley, ma sta dimostrando di funzionare anche in Italia. Dunque cosa porta realmente di nuovo Italian Founders Fund nel venture capital italiano?

Come spiega a EconomyUp Lorenzo Franzi, partner di IFF, “non conta soltanto la quantità di denaro raccolta, ma anche il numero dei sottoscrittori”, oggi oltre 160: un segnale che testimonia “un aumento della fiducia nell’ecosistema”. Una fiducia che, secondo l’intervistato, si traduce anche in un cambio di mentalità: “Si sta alzando il livello di ambizione” dei founder italiani, chiamati sempre più a costruire aziende capaci di competere sui mercati internazionali.

Ma vediamo meglio come il modello “founder backing founder” stia prendendo piede anche in Italia, quali siano le opportunità e quali le sfide che attendono il venture capital italiano nella sua prossima fase di crescita.


Il final closing di Italian Founders Fund ha superato i 100 milioni di euro, andando oltre il target iniziale di 60 milioni. Al di là del dato finanziario, qual è il segnale più importante che questo risultato dà all’ecosistema italiano?

Un aumento della fiducia nell’ecosistema. Non conta soltanto la quantità di denaro raccolta, ma anche il numero dei sottoscrittori, che adesso sono più di 160. Inoltre c’è stato un investimento importante da parte di CDP, uno dei più rilevanti mai realizzati. Il messaggio è quindi quello di un aumento della fiducia: oggi ci sono i presupposti per assistere a un’accelerazione dell’ecosistema, con startup di alta qualità create da founder molto forti.

Direi anche che si sta alzando il livello di ambizione. Tutti sono d’accordo sul fatto che adesso bisogna spingere di più. Negli Stati Uniti vediamo valutazioni abbastanza folli; noi ci muoviamo ancora in modo molto più ragionevole, ma stiamo assistendo anche qui a un aumento delle ambizioni.

Founder che investono su founder: l’importanza del modello


Italian Founders Fund nasce da un’idea semplice ma non scontata: founder che investono in altri founder. Perché oggi questo modello può essere più efficace di quello di un venture capital tradizionale, in particolare nelle fasi pre-seed e seed?

Perché permette di supportare le aziende in diversi modi. Il primo è la condivisione di esperienze e best practice, oppure anche soltanto la possibilità di avere uno sparring partner: persone forti che si mettono insieme, ragionano e si supportano. C’è quindi un elemento di community molto forte, che prima non esisteva. In precedenza era tutto molto individuale, con ognuno più chiuso su sé stesso.

Il secondo elemento è la possibilità di offrire un accesso privilegiato a potenziali clienti o ai primi progetti pilota con cui provare il prodotto. Quando si può accedere a un network come il nostro, spesso i primi clienti delle società in portafoglio provengono proprio dalla community. Questo permette di sbloccare le prime transazioni, ricevere i primi feedback e ottenere i primi loghi da mostrare.Quando poi partono le campagne di marketing o le attività commerciali, le startup hanno già la credibilità derivante dai clienti acquisiti o dagli imprenditori che possono essere menzionati come advisor. Questo aumenta la credibilità e la fiducia nei confronti della startup.


Nel vostro network ci sono più di cento imprenditori che hanno costruito unicorni, aziende quotate o protagoniste di importanti exit. In concreto, quanto pesa la loro esperienza nel processo di selezione? Sono semplici investitori oppure partecipano realmente alle valutazioni?

Cerchiamo sempre di coinvolgere diversi membri della community quando valutiamo un’opportunità di investimento. Spesso le opportunità ci arrivano direttamente da loro. Il primo passaggio, quindi, è che una proposta di investimento possa essere segnalata attraverso la community.

Indipendentemente dal fatto che arrivi da loro o attraverso altri canali, quando siamo abbastanza avanti nell’analisi e l’opportunità ci interessa, cerchiamo di capire chi possiamo coinvolgere. Di solito coinvolgiamo almeno quattro o cinque membri, organizzando delle reference call. Chi ha tempo e interesse può anche conoscere i founder delle nuove realtà ed essere coinvolto attivamente nel processo.

Il livello di partecipazione dipende molto dal tempo che hanno a disposizione in quel momento. Alcuni ci dedicano quindici minuti e ci offrono qualche spunto, qualche domanda o un aspetto da approfondire. Altri riescono a incontrare gli imprenditori e partecipare in maniera più attiva. Dipende dalle circostyanze e dall’interesse specifico. In ogni caso, per tutte le aziende che abbiamo analizzato in una fase avanzata, sono stati coinvolti almeno quattro o cinque membri della community.

Il confronto tra founder: un rapporto più “familiare”


Quando un founder del vostro network valuta una startup, quali aspetti riesce a cogliere meglio rispetto a un investitore puramente finanziario? Esistono criteri “non scritti” che fanno la differenza?

Di solito tra founder si crea una relazione diversa rispetto a quella che si instaura con un investitore. Spesso parlano la stessa lingua, anche quando operano in ambiti differenti, e si crea una relazione particolare. Il più delle volte noi non partecipiamo direttamente a questi scambi, proprio per lasciare loro la possibilità di confrontarsi liberamente. Quando siamo presenti, la conversazione può essere diversa. Tra imprenditori, invece, si crea una familiarità: si parla delle dinamiche del settore, degli attori, delle problematiche e si fa anche un po’ di gossip, che può risultare utile al business. A volte emergono dinamiche che portano i founder a essere molto allineati oppure in disaccordo. Può capitare che qualcuno dica: “Io l’ho già provato e non ci credo”. È quindi una dinamica più operativa e imprenditoriale, nella quale si parla molto del settore, dell’opportunità, delle esigenze e delle relazioni con i clienti, piuttosto che soltanto del mercato potenziale o del valore teorico dell’azienda.

La spinta all’internazionalizzazione


Molti dei founder che fanno parte del vostro network hanno costruito aziende internazionali. Quanto conta, nella valutazione di una startup, l’ambizione globale del team rispetto alla qualità della tecnologia o del prodotto? Il respiro internazionale è uno dei vostri criteri principali?

È importante perché cerchiamo degli outcome scalabili. Non esistono molti settori nei quali il solo mercato nazionale sia sufficientemente grande. Crediamo però anche in aziende nazionali che hanno la vocazione a rimanere tali, e questo per noi può andare benissimo. Prendiamo, per esempio, Complaion, che ha iniziato in Italia ma si è espansa abbastanza velocemente in Spagna. Dipende quindi dalla dimensione che l’azienda può raggiungere. L’internazionalizzazione è importante soprattutto per la scala a cui vogliamo che queste società possano arrivare, ma non è un criterio rigido applicato allo stesso modo a tutte le realtà. Le aziende vengono valutate caso per caso.

La rete internazionale aiuta molto perché, quando si entra in un altro mercato, è importante potersi appoggiare a persone che lo hanno già fatto e che hanno avuto esperienze precedenti.


Negli ultimi due anni avete investito in 32 startup e avete co-investito con alcuni dei principali fondi internazionali. Che cosa cercano oggi gli investitori globali nelle startup italiane? E quali sono i limiti che il nostro ecosistema deve ancora superare?

Cercano aziende che possano crescere all’estero. È difficile per un investitore internazionale investire in una startup che opera soltanto in Italia. Non penso, però, che cerchino qualcosa di specifico legato al fatto che le aziende siano italiane: conta il prodotto, la sua efficacia e la possibilità di crescere.

Cosa cambia con l’AI


L’intelligenza artificiale sta cambiando il modo di fare impresa e, di conseguenza, anche il venture capital. Come stanno cambiando i vostri criteri di investimento? Oggi investite prima di tutto nei founder, nella tecnologia o nella velocità di esecuzione?

La capacità del founding team di utilizzare l’intelligenza artificiale è diventata un fattore essenziale. Valutiamo se i founder sono capaci di creare team che utilizzino l’AI al massimo del suo potenziale, sia internamente sia nello sviluppo di prodotti innovativi.


Negli ultimi mesi si parla molto dei “solo founder”, imprenditori che riescono ad avviare una startup da soli grazie al potenziamento offerto dall’intelligenza artificiale. È un fenomeno che state osservando? E per voi il team mantiene una forza che non può essere sostituita dall’AI?

Sì, i solo founder esistono e li vediamo. Per noi, però, questo aspetto non fa necessariamente la differenza. L’importante è la validità del progetto e del founder. La decisione di investire o meno non dipende dal fatto che ci sia un solo fondatore.


Quali sono i progetti di Italian Founders Fund per i prossimi anni?

Dobbiamo continuare a investire il capitale che abbiamo e portare le nostre portfolio company a raggiungere i risultati che vogliamo. Dopo il completamento del periodo di investimento, presumibilmente alla fine del 2027, bisognerà pensare al prossimo fondo, che per ora immaginiamo molto simile a quello attuale. I nostri programmi sono innanzitutto quelli di svolgere molto bene il lavoro per il quale abbiamo ricevuto la fiducia dei nostri investitori. Poi penseremo probabilmente al prossimo capitolo.

Vediamo anche la possibilità di continuare a sostenere nel tempo le nostre portfolio company. Dovremo quindi ragionare su come raccogliere il capitale necessario per poterle supportare nelle successive fasi di sviluppo.


Come vede in questo momento il venture capital italiano?

I numeri sono ancora piccoli e c’è ancora tanto da fare, ma la direzione è giusta. Anche i grandi investitori istituzionali stanno cominciando ad aumentare la quantità di capitale investito. L’importante è costruire, passo dopo passo, su questi elementi positivi. Secondo me esiste oggi un ecosistema che ci crede. E ci sono anche operatori stranieri che hanno voglia di investire nelle aziende italiane. È un momento positivo, caratterizzato da un cambiamento molto importante, che offre anche opportunità altrettanto rilevanti.

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